Paolo apostolo


Nacque a Tarso, capitale della Cilicia, nei primi anni (1-6) dell'era volgare e subì il martirio a Roma nel 67. Fin dalla nascita (come allora si soleva) ebbe due nomi uno giudaico Saulo e l'altro romano P. Fonti per la sua biografia sono gli At. e le sue lettere.

A Tarso (At. 21, 39), famosa per la cultura e il commercio, i suoi genitori, zelanti e ortodossi Farisei (At. 23, 6; Phil. 3, 5), dediti al commercio di ruvidi tessuti, caratteristici della Cilicia, per la confezione di tende, coperte ecc. (cf. At. 18,3), avevano la cittadinanza romana; ambito, privilegio cui ricorse alcune volte P. per proteggersi contro i soprusi dei Giudei e di varie autorità (ivi, 16, 37; 22, 25; 25, 11). La sua prima educazione culturale e religiosa, nella sinagoga locale, fu prettamente ebraica, intonata al rigido legalismo farisaico (Gal. 1, 14). Essa fu completata a Gerusalemme sotto la guida di Gamaliele il Vecchio (At. 22, 3), di cui si conoscono la religiosità e la rettitudine morale (ivi, 5, 34 s;). La condotta di P. fu irreprensibile secondo la Legge (Phil. 3, 6) e ogni suo atteggiamento, compreso quello di persecutore, fu effetto della erronea valutazione giudaica del messianesimo (v.); egli credé sempre di zelare la gloria di Dio (1Tim. 1, 13). Il rabbino p. incitò alla lapidazione di Stefano, ma non partecipò attivamente a quella esecuzione illegittima (la pena capitale spettava al Procuratore Romano) per non compromettersi (At. 7, 58). Egli è sempre contro i cristiani (ivi, 8, 60; 22, 4) e conduce invece spedizioni punitive (ivi, 9, 2; 22, 5).

La conversione. Nel 31-32 d. C., mentre a tale scopo si recava a Damasco con lettere del Sinedrio, Gesù risorto gli apparve (At. 9, 3-16; 22, 6-11; 26, 12.28) manifestandogli così che l'ucciso Messia era veramente risorto, era vero Dio, e che i suoi fedeli perseguitati costituivano davvero la sua Chiesa, a lui misticamente uniti come un sol corpo.
Entrato in Damasco per ricevere la comunicazione di quanto avrebbe dovuto fare (At. 9, 6), P. fu accolto da Anania, probabilmente il capo della piccola comunità cristiana locale. Fu battezzato, e ricevette (9, 19) da quei fedeli le prime istruzioni sul Cristianesimo. All'atto del battesimo ricuperò la vista, perduta dal momento della visione. Ben presto si ritirò nell'Arabia (Gal. 1, 17): cioè nella zona desertica a sud di Damasco. Fu un intenso lavorio interiore per approfondire le nuove verità rifulse alla sua mente e per prepararsi alla missione futura. Quindi, ritornò in Damasco, iniziando una viva attività missionaria presso i Giudei. Questi, furenti contro di lui, considerato apostata, cercarono di impadronirsene e sopprimerlo, coadiuvati dal rappresentante del re Areta. P. fu costretto a lasciare la città di notte, facendosi calare, con una sporta dalla finestra situata sulla cinta delle mura (2Cor 11, 32 s.).
E si diresse a Gerusalemme, per incontrarsi da che ne era partito persecutore, con Pietro (Gal. 1, 18) e con la comunità cristiana. Erano ormai passati ca. tre anni ma finché Barnaba (At 9, 26 s.) non si fece garante per lui, presentandolo agli Apostoli, tutti mostravano diffidenza e noncuranza per il convertito, che avrebbe bramato di riparare con un intenso apostolato alla sua attività persecutrice di alcuni anni prima. A Gerusalemme, anche i Giudeo-ellenisti di solito meno intransigenti dei palestinesi, gli furono ostili; vi furono perfino propositi di violenza contro di lui. I cristiani pertanto gli consigliarono di allontanarsi (ivi, 9, 29 s.); e ammonito in una visione nel Tempio, che tale era il volere di Dio, P. si ritirò a Tarso, con la speranza di un proficuo apostolato fra i Gentili (ivi, 22, 17.21).
Nella città natale e nei dintorni svolse la sua attività missionaria; accrescendo l'intensa preparazione interiore alla missione cui Dio lo destinava. Verso il 43 Barnaba si recò a chiamarlo per averlo collaboratore prezioso nella evangelizzazione di Antiochia, dove la conversione dei Gentili al cristianesimo si manifestava imponente (At. 11, 26). Ad Antiochia P. è il cooperatore inseparabile e fedele di Barnaba: i due furono scelti quali incaricati ufficiali per recare a Gerusalemme, in previsione di una terribile carestia, il sussidio raccolto nella comunità (ivi, 11, 30). La culla del cristianesimo attraversava tristi giorni a causa della persecuzione del re Erode Agrippa. Barnaba e Saulo s'incontrarono con gli "anziani"; gli Apostoli si erano allontanati, forse per evitare di cadere nelle mani del re. I due rientrarono con il giovane Marco, cugino di Barnaba ed autore del secondo Vangelo (ivi, 12, 25).

Primo viaggio missionario. Nell'autunno del 45 d. C. o nella primavera successiva ad Antiochia, durante una riunione liturgica, lo Spirito Santo manifestò la volontà che Barnaba e P. partissero come missionari della Buona Novella (At. 13, 2). Vi fu una specie di investitura ufficiale da parte dei dignitari della Chiesa che «dopo di aver digiunato e pregato ed imposte loro le mani li lasciarono partire». Ai due si aggiunse il giovane Marco. A Cipro, prima meta scelta probabilmente dal cipriota Barnaba, che appare in prima linea, la predicazione, rivolta innanzi tutto ai Giudei nelle sinagoghe (ivi, 13, 5), incominciò nella città di Salamina. A Pafo, il proconsole Sergio Paolo si interessò molto dell'attività dei due missionari, con i quali amava intrattenersi. Un "mago" giudeo, Bariesu, tentava distoglierlo, da tale interessamento; P. - è la prima volta che Luca usa questo secondo nome - l'apostrofò annunziandogli qual castigo la cecità, che lo colpì istantaneamente. Il miracolo eliminò ogni difficoltà nella mente di Sergio Paolo che credette nella dottrina di Gesù (ivi, 13, 7-12).
Dall'isola di Cipro P., che aveva preso l'iniziativa, si diresse nella vicina Asia Minore. La prima tappa fu Perge in Panfilia; quindi l'animoso Apostolo volle inoltrarsi all'interno, attraverso zone paludose, per risalire la catena del Tauro, e raggiungere Antiochia di Pisidia, capitale della regione. Marco temette queste difficoltà e ritornò a Gerusalemme (At. 13, 13). P. e Barnaba ad Antiochia si presentarono, come di consueto, nella sinagoga al sabato, e P. espose in un discorso magnifico la sua. catechesi (ivi, 13, 16-41). L'effetto fu impressionante: P. fu invitato a continuare il suo insegnamento il sabato seguente con grande successo, specialmente fra i numerosi proseliti. I Giudei se ne impermalirono, e per mezzo di donne influenti ottennero dalle autorità civili l'allontanamento dei due missionari (ivi, 13, 44-52).
Questi passarono nella Licaonia, ove svolsero un'attività piuttosto lunga nella capitale Iconio, finché non ne furono scacciati (At. 14, 1-6). A Listra si ripete la stessa scena di un successo iniziale e di un epilogo doloroso (ivi, 14, 6.20), dovuto questa volta alla tentata apoteosi dei due missionari, cui si voleva offrire un sacrificio di tori, perché ritenuti per due divinità per il miracolo operato da P. in uno storpio. Disilluso, il popolo cambiò in avversione l'entusiasmo primitivo: P. fu lapidato ed abbandonato come morto fuori della città; raccolto da alcuni fedeli durante la notte, fu curato ed il giorno dopo inviato con Barnaba a Derbe, cittadina ad una quarantina di km. a sud-est di Listra. Ivi si svolse un apostolato tranquillo ed efficace, finché i due non decisero di ritornare in Antiochia di Siria, ripassando nelle varie comunità fondate nell'Asia Minore, per curarne l'organizzazione interna (ivi, 14, 22 s.).

Secondo viaggio missionario. Ad Antiochia alcuni convertiti dal giudaismo affermavano che la fede in Gesù Cristo non dispensava dall'osservanza della Legge mosaica. Era il grande problema dei rapporti tra la Nuova e l'Antica Economia. Esso s'acuì dopo l'audace apostolato di P. e di Barnaba a Cipro e nell'Asia Minore. Gli anziani giustamente si preoccuparono di una soluzione autorevole e definitiva; e mandarono pertanto i due missionari a Gerusalemme, dagli Apostoli. Nell'assemblea di Gerusalemme (v. Concilio degli Apostoli) (49-50) Pietro sancì la piena autonomia dei Gentili convertiti nei rapporti dell'antica Legge. E P. si rifiutò in maniera energica di sottoporre Tito, gentile convertito che aveva con sé, al rito della circoncisione (Gal. 2, 3). S. Pietro si recò quindi ad Antiochia. Dimostrando praticamente l'abrogazione delle antiche prescrizioni giudaiche, egli, festeggiato dai Gentili convertiti, mangiava con loro. Ma vedendo il manifesto malumore degli ex-giudei, pensò di trarsi indietro, declinando gl'inviti di quei fervidi convertiti, per evitare urti e credendo di acquietar tali indiscreti senza dispiacere ai primi. Tale condotta, dettata dalla prudenza (e imitata financo da Barnaba), mortificò invece i Gentili convertiti. P. lo fa notare al principe degli Apostoli, con la franchezza che gli viene dal suo zelo, e mettendo pubblicamente a tacere quegli ostinati giudaizzanti (ivi, 2, 11-14). Da Antiochia nel 50, con molta probabilità, P. inizia il suo secondo viaggio missionario. Barnaba voleva ripigliar Marco; ma P. più non lo volle, e preferì separarsi da Barnaba. Questi con Marco ritornò a Cipro. L'Apostolo con Sila (At. 15, 36-40), visitò le comunità della Licaonia. A Listra prese con sé anche il giovane Timoteo, figlio dell'ebrea Eunice e di un pagano (2Tim. 1, 5), che circoncise, per evitare le recriminazioni dei Giudei che si proponeva di avvicinare.
Dalla Licaonia i tre si diressero verso il nord, toccando forse Pessinunte e Dorileo; P. si proponeva di scendere ad ovest, verso il Mediterraneo; ma una comunicazione dello Spirito contrastò tale proposito, come l'altro di dirigersi a nord verso la Bitinia ed il Ponto (At. 16, 6 s.). Raggiunsero il porto di Alessaudria Troade, dove si unì loro lo storico e medico carissimo (Col. 4, 14) Luca. In una visione, il Signore indicò a p. di passare in Europa. La prima tappa missionaria fu Filippi, della colonia romana in Macedonia (ivi, 16, 12-40). La conversione di una ricca mercantessa di porpora segnò l'inizio di un notevole successo apostolico, interrotto dall'episodio della fanciulla ossessa mira colata da P., col relativo imprigionamento di P. e Sila. I magistrati, che li avevano fatti flagellare, appena conobbero che erano cittadini romani, ebbero timore del loro arbitrio e li fecero liberare. I due abbandonarono la città, lasciandovi Timoteo e Luca, e predicarono con gran frutto a Tessalonica. I Giudei costrinsero P. ad allontanarsi (cf. Tessalonicesi). Egli vi lasciò una comunità di fedeli molto numerosa, - alla quale poco dopo da Corinto diresse due lettere. Dopo breve sosta a Berea (ivi, 17, 10-14), P., staccandosi da Sila e Timoteo, si recò ad Atene. Tutto preoccupato per la sorte dei fedeli, che era costretto ad abbandonare dovunque, P. provò in Atene la tristezza della solitudine e l'angustia per le varie comunità. Tentò di evangelizzare la città, ma con un successo molto meschino. Il famoso discorso su l'Areopago (ivi, 17, 22-31) è un piccolo capolavoro, ma il risultato fu una delusione. Molto più efficace fu la predicazione nella città commerciale di Corinto: P. vi si fermò almeno un paio di anni, operando diverse conversioni, in modo particolare fra il popolo minuto, composto di schiavi e di umili operai del porto. Come sempre, P. si attirò l'odiosità dei Giudei che tentarono invano di farlo condannare dal governatore romano, Giunio Gallione fratello di Seneca (ivi, 18, 12-17). Dalle due lettere, che l'Apostolo inviò alla comunità di Corinto, si conosce quanta preoccupazione questa comunità causò a P., che tanto l'amava.

Terzo viaggio missionario. Da Corinto P., facendo una brevissima sosta ad Efeso, si recò a Gerusalemme, quindi subito ad Antiochia (At. 18, 19 s.), donde iniziò nel 53 oppure nel 54 il terzo viaggio a grande raggio. L'itinerario sino nella Galazia, probabilmente a Dorileo, coincise su per giù con quello del secondo viaggio. Quindi P. si recò ad Efeso, che fece centro della sua attività per oltre due anni (ivi, 19, 8.10; 20, 31) poiché egli non si limitò ad evangelizzare la grande metropoli, ma - direttamente o indirettamente - si preoccupò di tutte le città vicine, in modo speciale di quelle della vallata del Lico. Egli parla di una larga porta apertasi per l'Evangelo (I Cor 16, 9). L'incidente, provocato dalla corporazione degli argentieri, che vedevano sfumare il loro commercio di statuette idolatriche e di ex-voto, documenta l'efficacia della predicazione di P. e dei suoi collaboratori (At. 19, 23-40). Da Efeso l'Apostolo scrisse, con molta probabilità, la lettera ai Galati (v.), la I Corinti (v.).
Da Efeso p. passò in Macedonia, ove rivide le varie comunità, ma senza potersi liberare dell'ansia per gli avvenimenti di Corinto, ove - con grande probabilità - aveva già compiuto poco prima una breve visita contrassegnata da un triste ricordo. L'arrivo di Tito - con notizie alquanto rassicuranti (2Cor 7, 6 s.) lo consolò e causò l'invio della II Corinti. Secondo gli Atti (20, 3) P. trascorse "tre mesi" in Grecia, cioè in massima parte in Corinto, ove compose la grandiosa lettera ai Romani e donde partì, forse nella primavera del 58, per Gerusalemme per recarvi l'offerta raccolta a favore di quella chiesa povera (Rom. 15, 30 s.). Il viaggio, compiuto per lo più per terra, fu ricco di incontri commoventi con le varie comunità in Macedonia e lungo la costa dell'Asia e di preavvisi dello Spirito Santo, che intendeva preparare l'Apostolo a quanto l'attendeva in Gerusalemme (At. 20, 3-21, 16). P. prigioniero. A Gerusalemme l'Apostolo fu accolto con deferenza dalla chiesa ed in modo particolare da Giacomo e dalle altre autorità; tuttavia presto si manifestò contro di lui il vecchio rancore. I Giudei l'odiavano come un rinnegato, mentre i giudeo-cristiani diffidavano di lui per il suo apostolato fra i Gentili e per la sua opposizione alle teorie dei giudaizzanti. Con la speranza di dissipare tale prevenzione P., per consiglio di Giacomo, si sottopone all'onere di soddisfare alle spese per i vari sacrifici, che quattro nazirei dovevano sostenere alla scadenza del loro voto (At. 21, 20-26). I Giudei, particolarmente alcuni venuti dall'Asia come pellegrini in occasione della festa di Pentecoste, approfittarono di tali funzioni liturgiche per accusarlo di avere profanato il Tempio con l'introdurvi il cristiano Trofimo di stirpe non giudaica (ivi, 21, 27.29). Si sollevò subito un gran tumulto; P. corse pericolo di essere linciato, se non fosse accorso il tribuno di stanza all'Antonia, il quale credeva trattarsi di un sobillatore. Dalla gradinata dell'Antonia, P., col permesso del tribuno, spiega alla folla la sua vita ed innocenza; riaccesosi il tumulto, il tribuno Lisia, che teme complicazioni a causa del diritto di cittadinanza romana del perseguitato, lo fa interrogare inutilmente davanti al Sinedrio (ivi, 22, 30-23, 10); poi venuto a conoscenza di una congiura organizzata contro di lui, lo manda a Cesarea dal procuratore Antonio Felice (ivi, 23, 16-35), che lo fece custodire nel pretorio di Erode. Dopo un dibattito, in cui i Giudei sostennero per mezzo dell'avvocato Tertullo le loro accuse, Felice si persuase dell'innocenza dell'imputato ma lo trattenne per due anni sotto custodia militare con la speranza di carpire del denaro dagli amici dell'Apostolo (ivi, 24, 1- 27). Succeduto il procuratore Porci o Festo a Felice, viene riesaminato il caso del prigioniero; il nuovo rappresentante di Roma, per ingraziarsi i Giudei, voleva ricondurre P. a Gerusalemme dinanzi al Sinedrio;. l'Apostolo usufruendo del suo diritto di cittadino romano, si appellò al tribunale di Cesare (ivi, 25, 1-12).
Con molta probabilità nell'autunno del 60, P. viene inviato a Roma. La traversata è descritta minutamente da Luca con rara precisione di terminologia nautica (ivi, 27, 1-28, 13). Nel naufragio presso l'isola di Malta la nave col suo carico andò perduta, ma i molti passeggeri non subirono danno, come p. aveva predetto. Nella primavera del 61, P., che durante il fortunoso viaggio aveva rivelato tutto il suo carattere straordinario, arrivò a Roma, meta dei suoi desideri da lungo tempo (cf. At. 19, 21; 23, 11; 27, 24; Rom. 1, 11; 15, 23). Ivi gli fu permesso di alloggiare in una casa presa in affitto (At. 28, 16), di cui non si può fissare l'ubicazione. Rimase in tale condizione per ben due anni, continuando per quanto gli era possibile l'opera di evangelizzatore, come appare dall'ultima notizia degli Atti (28-30 s.) e dalle lettere della prigionia (Eph., Col., Phil., Philem.). Gli ultimi anni. Il martirio. Nel 63 terminò con la liberazione la prima prigionia romana di P. Per il martirio regna una certa uniformità fra gli storici, che seguendo Eusebio di Cesarea (Chronicon, Olimpiade 211), l'assegnano all'anno 67. Con molta verosimiglianza si può pensare al viaggio in Spagna subito dopo la liberazione (63-64), cui seguì un breve soggiorno ancora in Italia. Negli anni 64-66 P. compì un largo giro in Oriente giungendo sino ad Efeso e Mileto (2Tim. 4, 20). Egli fu a Troade (ivi 4, 13) e nell'isola di Creta (Tit. l, 5). Sembra che fu arrestato di nuovo a Nicopoli nell'Epiro (cf. Tit. 3, 12). Condotto a Roma, vi trascorse una breve prigionia molto dura, rispecchiata nella 2Tim. Egli fu martirizzato con la massima verosimiglianza alle Tre Fontane, come vuole una tradizione antichissima, e sepolto nella Basilica che porta il suo nome lungo la Via Ostiense.
P. non è tutto dedito all'azione e noncurante della propria ascesi interiore; prima di tutto egli è un grande mistico: non solo a causa dei carismi eccezionali, che accompagnavano il suo ministero (cf. At. 13, 10 s.; 14, 8 s.; ecc.; 1 Cor. 14, 18; 2Cor 12, 1-6 ecc.) ma la sua vita è un continuo esercizio ascetico (I Cor 9, 26 s.), nel distacco più assoluto dalle cose terrene (cf. At. 20, 33-35; 1Ts. 2, 6-8; 2Cor 12, 14) per ricopiare sempre meglio il modello divino (I Cor 11, l; Gal. 2, 20; 6, 14), dal quale fu come ghermito sulla via di Damasco (Phil. 3, 12).

Nel suo apostolato, che considerò improrogabile collaborazione all'opera di Dio (I Cor 3, 6-9, 4, 1-2; 9, 16), P. agì con grande senso realistico. Si propose di farsi tutto a tutti (ivi, 9, 22); con abilità seppe conformare il suo insegnamento alla capacità, alla mentalità ed alle necessità degli uditori e lettori. E fece ciò sempre con ardore e con una convinzione profonda, in modo che ad un lettore superficiale potrà sembrare di avere sempre davanti l'elemento basilare dell'insegnamento paolino: per questo non bisogna mai dimenticare la foga oratoria dell'Apostolo ed il motivo concreto, che lo spingeva ad insistere su mi argomento piuttosto che su un altro. Davanti ad un uditorio composto di Giudei P. predicherà Gesù a base di citazioni e di riferimenti scritturistici (cf. At. 13, 16-41; 17, 10 s.; 24, 14; 28, 17-29), mentre di fronte ad assemblee pagane ricorrerà ad argomenti di tutt'altro genere (ivi, 14, 15-18; 17, 22-31). Lo stesso notiamo nelle lettere. E sempre egli rivela una grande originalità di espressione, nel modo di concatenare gli argomenti, nella maniera di affermare recisa mente una cosa ecc.; ma bisogna stare bene attenti per non confondere tali caratteristiche personali di forma, con una pretesa particolarità dottrinale. Senza dubbio nessun autore neotestamentario svolge certi temi con la profondità e compitezza di P., come l'atteggia. mento del cristiano davanti alla legge mosaica, la giustificazione, il peccato originale, l'intima unione fra il Cristo ed i fedeli, la Chiesa ecc., ma se si esaminano i vari elementi non è difficile notare la loro perfetta armonia con allusioni ed affermazioni, magari brevissime dei quattro Evangeli. Con vera esattezza, P. può ben esser detto: il ripetitore e il commentatore sistematico dell'insegnamento di Gesù. La catechesi paolina è, come quella di Giovanni, eminentemente cristologica: non mancano però elementi trinitari perché il suo evangelo del Cristo riguarda innanzi tutto la relazione di Questi col Padre, quale unico Mediatore e Redentore. Una perspicua formula trinitaria si ha nella finale della 2Cor (13, 13), ma anche altrove (cf. Rom. 8, 9-11; 14-17; 15, 15 s.; 1Cor 6, 11; 12, 4.6; 2Cor 3, 3; Gal. 4, 6; Eph. 1, 3-4; Tit. 3, 4-6) ritorna spesso questo elemento veramente nuovo rispetto al Vecchio Testamento. Nel descrivere l'attività del Figlio di Dio P. insiste in modo particolare su la sua opera redentrice, rilevandone il carattere universalistico rispetto agli Ebrei ed ai Gentili (cf. Eph. 3, 8 s.). Il principio fondamentale dell'insegnamento di P. è l'idea del "Cristo Redentore" che vive nella persona dei credenti: per lui la novità del cristianesimo è il mistero di Dio, il Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Col. 2, 2 s.). Il Cristo, già principio di tutte le cose nella creazione (ivi, 1, 16), accentra e ricapitola tutto in se stesso, come principio dell'elevazione ad un ordine soprannaturale (Eph. 1, 10); come Redentore, Egli ripara in misura abbono dante il male causato dal peccato di Adamo, apportando la vita della Grazia (Rom. 5, 12-21) e facendo subentrare al regno del peccato e della legge Mosaica il dominio della Grazia con la realtà ineffabile del Corpo Mistico. Centro di tutto è il Cristo, unico ed eterno sacerdote ed unico Mediatore fra Dio e gli uomini (cf. Hebr .. 2, 17; 4, 14; 5, 5 ecc.; I Tim. 2, 5).
Elemento indispensabile perché uno divenga membro vivo ed operoso. di questo meraviglioso organismo, è la fede, intesa come adesione totale, di tutto l'uomo, al Cristo e alla sua dottrina (Rom.; Gal.). Quale rito di iniziazione è presentato il Battesimo. L'Eucaristia, che alimenta e fa crescere la vita soprannaturale, è considerata da P. come il sacramento che unisce intimamente al Cristo vittima (1Cor 11, 26). Il concetto di quest'unione intima figura come un ritornello costante nelle lettere paoline. Si pensi alla sua formula preferita "in Cristo" ed alle acrobazie, cui sottopone la flessibilissima lingua greca per accentuare l'intimità dell'unione. La vita nella gloria è concepita da P. come la semplice manifestazione ed intensificazione della vita nascosta con Cristo in Dio, che il fedele vive già su questa terra (Col. 3, 3).
Anima vivificatrice di quest'unione spesso è indicato lo Spirito Santo (cf. 1Cor. 6, 19; Rom. 8, 2.11; 2Tim. 1, 14). A Lui si attribuiscono la rivelazione dei misteri divini (I Cor. 2, 10) ed i carismi (ivi, 12, 4). Il fedele si deve considerare tempio dello Spirito Santo (ivi, 6, 19). Talvolta le medesime prerogative sono attribuite al Cristo. Ciò si spiega in quanto il Cristo è in grado di riversare la pienezza dello Spirito (ivi, 15, 14). In pratica la santificazione viene attribuita allo Spirito Santo, mandato dal Figlio di Dio. La Chiesa, cf. specialmente Eph. ed Hebr., è presentata quale sposa di Cristo, quale corpo costantemente alimentato nella sua vita soprannaturale dal Capo, che è il Cristo. L'idea cristocentrica della sua teologia domina anche l'etica frammentaria di P. Egli ama parlare di "morte" e di "risurrezione" (Rom. 6, 4.6.11; Col. 2, 20-3, 8), della necessità di "spogliarsi" dell'antica personalità (= Adamo per "rivestirsi" della nuova (= Cristo; cf. Rom. 13, 14; Eph. 4, 20-24; Col. 3, 9-11) e del ripudio delle opere della carne per seguire gli impulsi dello Spirito, che abita nel cuore dei fedeli (Gal. 5, 16-26; Rom. 8, 4-10). Con grande senso pratico, poi, P. scende a casi concreti, come alle relazioni fra membri di una stessa famiglia o di una comunità cristiana ed ai rapporti con le autorità pagane. I suoi consigli sono sempre improntati al rispetto per l'autorità, di cui ha un concetto altissimo, considerandola come partecipazione della sovranità divina (Rom. 13, 1-7; I Tim. 2, 2; Tit. 3, 1).
Infine anche l'insegnamento escatologico è dominato dall'idea dell'intima unione fra i fedeli ed il Cristo: cf. la relazione strettissima tra risurrezione finale dei giusti con quella già avvenuta, del Cristo (Rom. 4, 25; I Cor 15, 12 s.); in essa (1Ts. 4, 13.18; I Cor 15) predomina sempre la figura del Cristo, che terminerà la sua opera rimettendo il regno a Dio Padre (ivi, 15, 24-28).
[A. P.]

BIBL. - .J. HOLZNER, L'apostolo Paolo (trad. it.), 5a ed., Brescia 1961; G. RICCIOTTI, Paolo apostolo. 4a ed., Roma 1951; A. PENNA, S. Paolo, 2a ed. Alba 1951: F. PRAT, La teologia di S. Paolo, I-Il, trad. it., 7a ed. Torino 1941: J. M. BOVER, Teologia de San Pablo, Madrid 1946; L. TONDELLI, Il pensiero di S. Paolo, 2a ed., Torino 1948; J. BONSIRVEN. Il vangelo di Paolo, trad. it., Roma 1951; L. CERFAUX, Le Christ dans la théologie de Saint Paul, Parigi 1951; A. BRUNOT, Le génie lìttéraire de St. Paul. Parigi 1955.


Autore: Sac. Angelo Penna
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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