Nomi teofori


Nomi propri composti dal nome della divinità e da un termine di parentela. Più che espressioni dommatiche essi sono invocazioni fiduciose della divinità, tanto più toccanti quanto più intimi sono gli appellativi: padre, fratello, ecc. I genitori nell'imporre tali n. ai loro figliuoli, manifestavano le loro credenze religiose, la loro fiducia nella divinità.
I n. t. si riscontrano presso tutti i popoli semiti: tra i Babilonesi, Marduk-abì = Marduk è mio padre; Istar-ummi = Istar è mia madre, ecc.; tra gli Aramei, Ba-ah-li-AN = Dio è il mio signore; Zi-im-ri-AN = Dio è la mia protezione, ecc.; tra i Cananei, i Fenici, gli Arabi. Abbondano soprattutto i n. t. composti con 'el ed un sostantivo o un verbo; El, infatti, è il nome primitivo e più diffuso dell'Essere Supremo tra i Semiti.
Tali n. esprimono la relazione diretta della divinità col suo cultore; da un lato la divinità eminentemente buona, benefica, dall'altro il fedele, pieno di fiducia e di affetto per lei, che magari moltiplica gli appellativi di parentela per esprimere con la intensità che più gli è possibile questi suoi sentimenti.
Nulla dunque di più certo e dimostrato dell'abitudine tra i Semiti di considerare Dio come un parente o anche come un padre, protettore, per ciascun membro della famiglia, della nazione.
Lo stesso fenomeno, naturalmente, riscontriamo in Israele. L'uso di dare al fanciullo il nome paterno fu, per dir così, sconosciuto per lungo tempo; e volentieri i genitori imponevano ai figli dei nomi, il cui significato doveva essere un pegno di fortuna e di felicità. Il nome infatti tra i Semiti non è mai un semplice appellativo, ma indica qualche caratteristica speciale, talvolta la missione, la medesima natura di chi lo porta; il nome sta per la stessa personalità. Non reca sorpresa pertanto riscontrare numerosi n. t. Non si tratta soltanto di n. quali Abijjah=Iahweh è mio padre, Abijjah = Iahweh è fratello (o mio fratello), ecc., ma ancora di n. nei quali i termini di padre e di fratello stanno al posto di un nome divino, quasi una specie di sinonimi usuali da tutti intesi; i verbi usati indicano anch'essi un'azione divina piuttosto che umana (Eliezer = Dio è mio soccorso; Eliseo = Dio è la mia salvezza; ecc.). Tra i più antichi (Num. 1): Amminadab = mio zio ( cioè, Dio) ha dato; Abieser = il mio fratello è soccorso; Eliab = il mio Dio è padre; Ammisaddai (= 'immisaddaj) = saddai (nome di Dio) è con me; cf. Eliu = egli è il mio Dio (Sam. 1, 1), ecc. Questi n., come presso tutti gli altri Semiti, esprimono la credenza nella provvidenza paterna di Iahweh per ciascun fedele in particolare e l'amore del singolo israelita per il suo Dio; essi esalano un delizioso profumo di pietà e di devozione verso il Dio d'Israele. Notevole il fatto che identici n. t. si trovano nei papiri di Elefantina. I Giudei sincretisti di quella colonia rispecchiano la religione (v.) popolare, basata sul ritualismo, che prima di Iosia vigeva anche in Giudea nella regione di Bethel. Ebbene anche in quella deviazione dalla religione legittima, dal puro iahwismo, l'anima di ciascun fedele si sentiva in relazione immediata con la divinità.
Nei n. t., viene espressa ora la lode di Dio, ora la confidenza in Lui, ora il ringraziamento e ora il desiderio e la preghiera; sintesi e testimonianza della pietà individuale.
[F. S.]

BIBL. - F. SPADAFORA. Collettivismo e individualismo nel Vecchio Testamento, Rovigo 1953. pp. 322-28. 337-40; con esatti riferimenti e ricca bibliografia.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 169