Messia


L'eletto da Dio a re e fondatore della nuova Alleanza (Ps. 2, 2): Gesù N. S. È l'ebr. masiah (= unto); applicato a quanti, sacerdoti e re, ricevevano ordinariamente mediante l'unzione sacra la missione di guidare o governare Israele (Ex. 28, 41; I Sam 2, 35 ecc.; ogni strumento di Dio era in tal senso un m.: Ps. 115, 15; Is. 45, 1), a partire dal II sec. a. C. con la letteratura apocrifa (Enoch 47, 10 ecc.), divenne suo appellativo esclusivo: il M., l'unto per eccellenza, "il Cristo" - traduzione greca del participio passivo ebraico -, che Gesù medesimo rivendica (Mt. 16, 15 ss.; Mc. 15, 61). Nelle varie profezie ricorrono altri nomi: «David' mio servo (= cultore) » Ez. 37, 25; «Iahweh nostra giustizia» Ier.. 23, 6; 33·, 16; «servo di Iahweh» Is. 52, 13; «Pastore» Ez. 34, 23; «germe, pollone» Is. 4, 2; 11, 1; Ier. 23, 5. Il Messianismo è la dottrina sul M. e il suo regno (o nuova alleanza); esso è tesoro esclusivo del giudaismo e del cristianesimo, frutto inconfondibile della rivelazione divina; esso costituisce il punto centrale d'incontro (nelle profezie del Vecchio Testamento) e di opposizione (nella realizzazione: Nuovo Testamento) tra le due religioni (A. Vaccari).

Tutto il Vecchio Testamento è proteso a Cristo e al Suo regno (v. Alleanza). Il primo annunzio messianico (protevangelo) lo dà Dio ai progenitori, subito dopo il peccato (v. Adamo). «Pongo inimicizia tra te (dice Dio al diavolo, sotto specie di serpente) e la donna (Eva), tra la tua discendenza e la discendenza di lei; questa (discendenza) ti schiaccerà il capo, mentre tu t'avventi al suo calcagno) (Gen. 3, 14 s.). n tentativo di Satana di far dell'uomo un suo gregario contro l'Eterno è rintuzzato da Dio: fin da quell'istante s'ingaggia la lotta tra l'umanità e le potenze infernali; la prima riporterà la vittoria completa e definitiva. La tradizione giudaica e cristiana identificarono giustamente tale vittoria (della "discendenza della donna" = il genere umano, ma eminentemente il Cristo, cui è strettamente associata l'Immacolata; nostra Corredentrice: Divus Thomas, 55 [1952] 223- 27) con l'opera redentrice del M., come preciseranno le rivelazioni successive e la realizzazione dimostra. Vittoria su Satana e beneficio di tutti gli uomini: opera pertanto spirituale e universale.

Seguono quindi sempre più dettagliate le varie precisazioni. Dio non opererà da solo tale rivincita sul male; si servirà della discendenza di Sem, dei cui beni spirituali le genti (Iafet) diverranno partecipi con lui e per mezzo di lui: «Benedetto il Dio di Sem; Iafet abiti nelle tende di Sem» (Gen. 9, 25 ss.; Rom. l, 16; 11, 13-27). Tra i Semiti elegge la stirpe di Abramo «fonte di benedizione per tutte le genti» (Gen. 12, 1-3; cf. 13, 14-17; 1-9 ecc.) e stringe con essa solenne alleanza.

In Gen. 26, 3 5S.; 27, 28 ss, conferma la universalità della salvezza e la missione intermediaria del popolo discendente da Abramo, per la linea Isacco-Giacobbe. La missione sarà quindi ristretta alla sola tribù di Giuda (Gen. 49, 8-12): essa riterrà la supremazia spirituale (scettro, bastone di comando) fino a quando il M. «cui spetta (selloh: Ez. 21, 32 [Volg. 27]) tale sovranità e al quale le genti obbediranno» (v. 10), avrà fondato il nuovo regno. Tale supremazia spirituale di Giuda era espressa sensibilmente nel Tempio di Gerusalemme; la cui distruzione (70 d. C.) doveva dimostrare ai Giudei che il M. era già venuto (A. Bea, pp. 203-12). Segue nei vv. 11 s. la predizione di una felicità e prosperità materiale straordinaria, ripetuta ancora nelle altre profezie; spesso si tratta di effettiva benedizione di Iahweh per la nazione fedele alla missione ora indicata; ma ordinariamente è una descrizione simbolica dell'abbondanza dei beni spirituali nel regno del M. In Num. 24, 15-19 (A. Clamer, La Ste Bible, II, 400 ss.), Balaam predice la schiacciante vittoria su Moab e gli altri popoli vicini di un principe israelita (= una stelo la da Giacobbe: David); essa è tipo della vittoria del M. su tutte le forze del male (come ritengono la tradizione giudaica e cristiana). In Deut. 18, 15-19 (Bea, 212-18) tra la schiera dei profeti che Dio annunzia di mandare al suo popolo, è compreso il profeta per eccellenza: il M. Con l'alleanza (v.) di Iahweh con David (= vaticinio di Nathan: 2Sam 7), le speranze messi ani che vengono riprese e potenziate. La dinastia di David dovrà collaborare all'opera di Iahweh sulla terra: i loro destini son legati per sempre (Desnoyers, III, 299 ss. 307 ss.). Il pio re, riprendendo il filo delle antiche promesse, e divinamente ispirato, celebra il misterioso liberatore che Dio si associa per la realizzazione del Suo regno: Ps. 2.22.72.110 (Volg. 21.71.109). Il M. è figlio (Ps. 2, 7 = Hebr. l, 5: «Promulgherò il divino decreto. Dio mi ha detto: Mio figlio sei tu; io quest'oggi ti ho generato») ed eguale a Iahweh (Ps. 110, 1: Iahweh lo invita a sedere alla sua destra = Hebr. 1, 13; Mt. 22, 41-46); sovrano d'Israele e delle genti (ps. 2.6.8; 72, 8-11); sacerdote in eterno (Ps. 110, 4 = Hebr. 5, 6; 7); esemplare di giustizia (Ps. 72, 7), egli realizzerà perfettamente il regno di Dio sulla terra. Come suo discendente (2Sam 7, 16), il M. è un uomo; e David ne descrive le sofferenze (Ps. 22) e la risurrezione (Ps. 16 [15] «Non consentirai che il tuo devoto veda la corruzione»: At. 2, 25-32; 13, 35 ss.: A. Vaccari, in La Redenzione, 165-90). Certo i suoi contemporanei e, talvolta, lo stesso profeta (cf. Summa Theol. 2-2, q. 173, a. 4) oltre a non percepire il modo come si sarebbero realizzati tali diversi aspetti del M., non comprendevano il valore pieno delle singole predizioni: Desnoyers (III, 310-28). II messianismo ha nei profeti scrittori (dal sec. VIII in poi), il suo maggiore sviluppo. Essi descrivono strettamente congiunti il ritorno dall'esilio, la restaurazione teocratica e la salvezza messianica, essendo la prima preludio e preparazione immediata di quest'ultima. Lo specifica nettamente Dan. 9: la restaurazione incominciata col decreto di Ciro per il ritorno degli esuli a Gerusalemme, sarà completa soltanto con l'avvento del M., allorché «ogni peccato sarà cancellato e regnerà una giustizia sempiterna» (v. 24). Illustrano l'alleanza di Iahweh con David, tutta diretta al M.; per questo Giuda non può perire; per questo i profeti danno i più bei vaticini messianici immediatamente dopo l'annunzio delle deva stazioni e della rovina del regno (Is. 4, 1 ss.; 7, 14 b, dopo il V. 25; 8, 5-8 ecc.). È una connessione logica.

Il M. uscirà dalla stirpe di David: Is. 11, 1; Ier. 23, 5; 33, 15; Ez. 17, 22; cf. Lc. 1, 32; nascerà a Betlemme: Mi. 5, 1= Mt. 2, 6; da una Vergine: Is. 7, 14b = Mt. 1, 23; cf. Mi. 5, 2; (il segno dato ad Achaz è il figlio d'Isaia [7, 3,.16: She'lir j'lisiìb], come l'altro figlio in 8, 4; «prima che esso raggiunga l'età della discrezione, cioè tra qualche mese, i paesi dei due re temuti saran devastati»). I vv. 21 ss. annunziano la prosperità del tempo messianico; van congiunti ai vv. 14b-15 e spostati, dopo la descrizione dell'immediata devastazione dopo cioè il v. 25, secondo lo schema abituale del profeta; A. Feuillet, in RSeR, 30 [1940] 129-51).

Il M. sarà ripieno dello spirito di Iahweh: Is. 11, 1-5; 42, l (cf. 61, 1 s. = Lc. 4, 18 s.); forza divina accordata temporaneamente a persone elette da Dio per qualche missione, che nel M. è un dono permanente (P. van Imschoot, in EthL, 16 [1939] 357-67). Sarà «il servo (v.) di Iahweh», cioè il suo cultore per eccellenza: Is. 42, 11; 49, 3.5; 52, 13; cui darà piena gloria (49, 3), compiendo fedelmente la missione spirituale affidatagli: stabilire l'alleanza definitiva con Israele (42, 6 s.; 49, 5-8; 53, 8), che abbraccerà tutte le genti (42, 1.3; 491, 6 s.: «È poco - dice Iahweh al M. - che tu mi sia servo per restaurare le tribù di Giacobbe e per ricondurre i preservati d'Israele; io voglio fare di te la luce delle nazioni, perché la mia salvezza si estenda fino alle estremità della terra»); annunziare la legge divina che ne è la norma (42, 1.3); redimere l'umanità offrendo se stesse a inaudite torture morali e fisiche (49, 4.7; 50, 6 s.; 52, 14; 53, 2 S. 5.7 s.), fino al supplizio capitale (53, 8 ss.). Le genti apprenderanno più tardi, con meraviglia (53, l), il sacrificio del «Servo di Iahweh», la sua espiazione vicaria e le mirabili conseguenze seguitene; accorreranno all'eletto che Iahweh esalterà (49, 7; 52, 13-53, 12). La morte del servo di Iahweh era un sacrificio, espiatorio accettato come tale da Dio (53, 11 s.). Il Giusto sofferente ucciso ha meritato la giustizia agli altri. Dopo la sua morte avrà una posterità spirituale, e sarà per un tempo indefinito lo strumento della salvezza accordata da Iahweh. La risurrezione del M. è supposta nella promessa di vittoria espressa al modo antico di una battaglia vinta, di un bottino che si divide. È impossibile contestare l'eguaglianza perfetta tra questa grandiosa profezia, detta l'evangelo del Vecchio Testamento, e la sua realizzazione in Gesù nostro Signore (M. J. Lagrange, Le Judaisme avant Iésus-Christ, Parigi 1931, pp. 368-81). Il M. verrà ucciso proprio da Israele, che gli resiste e lo disprezza (Is. 53, 8 s.); ma che espierà con un lutto nazionale il suo crimine: Zach. 12, 8-13 = Mt. 24, 30; Io. 19, 3-7. Il M. avrà la natura divina: sarà chiamato (il nome tra i Semiti esprime la natura) «consigliere mirabile, Dio forte, padre in eterno, principe di pace» (Is. 8, 8; 9, 5); conoscerà i pensieri nascosti: «non giudicherà secondo quello che i suoi occhi vedranno e non darà sentenze secondo quello che i suoi orecchi sentiranno». Avrà la potenza divina: «colpirà il violento con la verga della sua bocca e col soffio delle sue labbra darà la morte all'empio» (Is. 11, 3 s.); sarà re per sempre (Ez. 37, 25); cf. Mi. 5, 1 dove i termini usati sono talmente forti da lasciar facilmente concludere alla preesistenza del M., sebbene esprimano per sé un'origine molto remota.
Il suo regno sarà universale, definitivo e spirituale: Is. 11, 10; 42, 1-7; Ier. 31, 31-34 = Hebr. 8, 8-12; Dan. 7, 14.27; 9,24; sarà fonte di benedizioni per tutte le genti (Ez. 34, 26 = Gen. 12, 2).
Caratteristiche del regno del M. sono: la remissione dei peccati e la santità: Is. 56, 6; 57, 13; Ier. 31, 23.34; Ez. 36, 25-28, ecc. (cf. Lc. l, 77 ss.); la pace, ordine perfetto nelle relazioni di ciascuno con Dio e col prossimo: Is. 9, 6; Mi. 5, 5 ecc.; l'abbondanza dei beni spirituali espressa simbolicamente con le immagini più vivide di una fertilità straordinaria: Is. 7, 21 s.; 9, 3 .. 6; Ez. 47, 1-12 ecc. = l'immagine della lauta mensa apparecchiata: Mt. 22, 4; Lc. 14, 15-24.

Infine, i profeti postesilici, animano i rimpatriati con la speranza messianica: il presente è solo un'ombra della futura grandezza: la ricostituita teocrazia è preparazione e preludio del regno del M. (Agg. 2, 6·9; Zach. 6; Mal. l, 11; Ioel 4). E precisano: il trionfo del M., re mansueto, che incede su di un'asina, e dominerà pacificamente su tutta la terra (Zach. 9, 9 s. = Mt. 21, 5); un unico sacrificio perfetto, immacolato, offerto a Iahweh in tutto il mondo, prenderà il posto dei sacrifici levitici: Mal. 1, 11; un precursore,di cui Elia è il tipo, preparerà immediatamente il popolo giudaico all'opera del M.: Mal. 3, 1 ss.; 4, 5 s. = Lc. 1, 16 s.; Mt. 11, 10; 17, 10-13 = s. Giovanni Battista. Cf. Is. 42, 6; 49,8; Agg. 2, 9. Nella lunga e sanguinosa lotta contro i Seleucidi (sec. II a. C.), i Giudei si orientarono verso una interpretazione parziale e ristretta del messianismo. La salvezza messianica fu concepita a solo ed esclusivo beneficio d'Israele, e intesa come suo predominio politico su tutte le genti. La letteratura apocrifa (v. Apocalittica) e rabbinica trascurò le idee essenziali per fermarsi all'elemento accessorio delle profezie messianiche, con un'esegesi letterale, esagerata fino al ridicolo Descrissero a tinte fiabesche la prosperità materiale dell'impero giudaico che il M. avrebbe imposto con la sua potenza al mondo. Le profezie di Daniele (v.), pubblicate e divulgate in quel tempo, servirono probabilmente di base a siffatta enorme trasformazione. Il regno del M. è presentato come un impero (= il regno dei Santi) che si sostituisce ai precedenti. Da questa semplice successione cronologica si passò all'analogia circa la sua natura, assimilandolo quanto a genesi, forma e attuazione ai vari imperi (cf. Lc. 17, 20 s.: F. Spadafora, Gesù e la fine di Gerusalemme, Rovigo 1950, pp. 61-66). Il M. fu considerato, in modo prevalente se non esclusivo, come un re guerriero e conquistatore (Io. 6, 15; 18, 34 ss.). Furono affatto ignorati, il perdono dei peccati, la redenzione, e negati in modo reciso i patimenti del M. (cf. Mt. 16, 21 ss.; Mc. 8, 31 ss.; 9, 31 ss.; Lc. 18, 34; 24, 21; Io. 12, 34). Mentre negli apocrifi il M. presenta ancora caratteristiche soprannaturali e divine (J. Bonsirven, Le Judaisme palest., I, Parigi 1935, pp. 362.370-74), i rabbini lo assimilano a un puro uomo, anche se adorno dei doni dello spirito di Iahweh; non vedevano come salvare altrimenti il dogma del monoteismo (s. Giustino, Dial. e. Tryph. 49-50). Indiscussa la sua origine davidica (cf. Mt. 22, 41-46), egli sarebbe apparso improvvisamente (cf. Io. 7, 27), presentato e consacrato da Elia (cf. Mt. 17, 10).

L'interpretazione giudaica non poteva allontanarsi in maniera più stridente dall'opera redentrice del M., venuto «non a esser servito, ma a servire, e a dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt. 20, 28). Ed i Giudei, nonostante la paziente insistenza del Redentore nel rettificare e correggere i loro preconcetti falsi, rimasero fatalmente fuori della salvezza (cf. Mt. 8, 11 s.; ecc.; J.-B. Frey, in Biblica, 14 [1933] 133·49.269-93). Anche dopo la risurrezione, Gesù deve illuminare i suoi discepoli: «E Gesù disse loro (i due diretti a Emmaus) - O stolti e tardi di cuore a credere a tutto ciò che hanno detto i profeti! Non doveva il M. tali cose patire e così entrare alla sua gloria? - E rifacendosi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture quanto riferiva si a lui» (Lc. 24, 25 ss.). Fonte unica del messianismo è la rivelazione divina. Il M. e la sua opera era l'ultimo scopo inteso da Dio nell'alleanza con Abramo; l'oggetto adeguato delle divine promesse. Il mirabile e vario sviluppo del messianismo, con l'arricchimento e le precisazioni successivi, avvenuti saltuariamente, e pur così armoniosamente convergenti in un unico quadro, senza contrasti e contraddizioni, nonostante i diversi aspetti sopra elencati, rimane inspiegabile senza l'esistenza di questo piano divino, e la comunicazione fatta ne da Dio agli uomini. Ogni tentativo di spiegare in modo diverso il Messianismo, questo fenomeno unico nella storia delle religioni, escludendo la diretta comunicazione da parte di Dio, è riuscito inutile e vano. La rispondenza esatta tra le predizioni del Vecchio Testamento e la realizzazione in Gesù (v.) N. Signore è, infine, l'ultimo suggello della ispirazione divina (Is. 41, 22 s.; 44, 7; 46, 10 s.).
[F. S.]

BIBL. - F. SPADAFORA, in Enc. Catt. It., VIII, con ricca bibliografia; L. DESNOYERS, Histoire du peuple hébreu, III, Parigi 1930, pp. 296-328; M. J. LAGRANGE, Le Judaisme avant Jésus-Christ, ivi 1931, pp. 33. 36-69. 77 B. 127-30. 149-53. 161 s. 241 s. 332. 336. 363-87, 403-406, 418 5.: A. BEA, De Pentatheuco, Roma 1933, 198-218; F. CEUPPENS, De prophetiis messianicis in A.T., ivi 1935; P. HEINISCH, Teologia del Vecchio Testamento, trad. it. (La S. Bibbia. S. Garofalo, Torino 1950, pp. 35.9-408; ID., Cristo Redentore nell'Antico Testamento, trad. it. di S. CIPRIANI, Brescia 1956.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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