Maria Santissima


La Vergine Madre di Dio, eccelsa nostra Regina, strettamente associata all'opera redentrice del suo divin figliolo, Gesù, Nostro Signore. Dal vangelo dell'infanzia (Lc. 1-2; Mt. 1-2) essa così ci è presentata. «Al sesto mese (di gravidanza di s. Elisabetta) l'Angelo Gabriele fu da Dio mano dato a Nazaret, ad una vergine (nel senso stretto e pieno: cf. Lc. 1, 34 s.; Mt. 1, 18-25) fidanzata... a Giuseppe, del casato di David; e la vergine si chiamava M.» (Lc. 1, 26). Nessuna difficoltà per il riferimento dell'inciso «del casato di David ) a M.; Luca dà infatti il casato di Elisabet (1, 5), della profetessa Anna (2, 36), quello di Giuseppe in 2, 4; e con ogni probabilità, in 3, 23-38 la genealogia (v.) della Madonna. D'altronde che M. fosse della stirpe di David, si ricava da altri passi della Scrittura (cf. Lc. l, 32; Rom. 1, 3) ed è concordemente affermato dalla più antica tradizione (Ignazio, Ireneo, Giustino, ecc.). M. era fidanzata. La legislazione giudaica distingueva nettamente il fidanzamento (***) dal matrimonio; questo si concludeva quando dopo circa un anno lo sposo prendeva nella sua casa (***) la sposa (cf. Mt. 25, 1.6.10) e coabitavano insieme (***). Questi due momenti (il fidanzamento e il matrimonio) sono già ben distinti in Deut. 20, 7: «Chi ha una fidanzata, ma che ancora non l'ha presa in casa».
È quel che dice Mt. 1, 18.20.25: M. essendo fidanzata ***) a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima che venissero a stare insieme (***). E l'Angelo a Giuseppe: Non temere dal prendere con te (***) M. tua sposa.
E Giuseppe «condusse presso di sé (***) la sua sposa».
Il fidanzamento però degli Ebrei non era solo promessa di matrimonio, ma giuridicamente vero e proprio matrimonio, con tutti i diritti e doveri dei coniugi: la fidanzata infedele era considerata adultera, passibile di lapidazione (Deut. 22, 23 s.), come la sposa colpevole; se perdeva il fidanzato era considerata vedova; come la sposa, non poteva essere rimandata che con il libello di ripudio; il nato durante questo tempo, era considerato legittimo.

Pertanto M., fidanzata a Giuseppe, ne era la vera sposa (cf. Lc. 2, 5). Del nome M., che nella Bibbia riscontriamo portato per la prima volta dalla sorella di Mosè, in ebr. marjàm, sono state offerte molteplici spiegazioni etimologiche. O. Bardenhewer ne enumera circa 60. La maggior parte di esse però non ha alcun fondamento scientifico, ignorando le più elementari regole dell'ebraico nella formazione dei nomi; forniscono soltanto un materiale eccellente per la storia del culto di M., in quanto santi Padri ed autori ecclesiastici (tipico s. Bernardo, col suo «stella del mare») sanno trarre, ciascuno dal significato che predilige, pie ed ingegnose relazioni con la missione della Vergine M. nel regno della grazia.
Ormai si è d'accordo, con il P. Lagrange, a lasciare da parte l'etimo originario, per fermarsi al senso attribuito al nome dai Giudei al tempo di Nostro Signore: cioè Signora, principessa (Notre-Dame, Madonna). Veniva infatti considerato forma affine e sinonima di Marta (femm. dell'aramaico mare = signore).

L'annunziazione. «Esulta o ricolma di grazia; il Signore è con te». L'Angelo adopera il linguaggio dei profeti del Vecchio Testamento nelle loro profezie messianiche (Sol. 3, 14- 17; Ioel 2, 21 s.; Zach. 9, 9), inizia con l'invito alla gioia (Padri Greci, s. Pietro Canisio, per l'ave latino), subito attestando l'aiuto dell'onnipotente, promesso sempre nel Vecchio Testamento agli uomini che Dio sceglieva per qualche missione speciale (cf. U. Holzmeister, in VD, 23 [1943] 260 s., 282 s.).
Al posto del nome l'angelo pone il part. *** cioè in possesso della grazia, favore di Dio (Eph. 1, 6); M. è l'oggetto delle compiacenze divine: il Signore è con lei, ha trovato grazia agli occhi dell'Altissimo, sarà vergine e Madre di Dio, come s'esprime lo stesso angelo. La Vergine possiede questo dono (la grazia) in modo illimitato: il participio sta al posto del nome, quasi indichi una dote caratteristica, propria di Lei. La Volgata felicemente rende il senso "gratia plena".

M. nelle parole dell'angelo riconosce i termini profetici che preludono a qualche rivelazione concernente il Messia.
«Il saluto angelico è inteso da M. come il prologo di una altissima missione» (Lagrange), in connessione col Messia. Ecco perché "si turba" a queste parole. Non è timore o altro sentimento il suo, ma il lavoro dell'intelletto che, nella quiete perenne dell'anima fondata nell'umiltà e col continuo pensiero in Dio, cerca una soluzione ad una questione mai posta finora da quella fanciulla che ha sempre sognato di vivere fiduciosa ed ignorata sotto le ali della misericordia divina. L'angelo le svela subito il posto assegnatole nella nuova Economia: Dio l'ha scelta Madre del suo Figliolo che viene a salvare il mondo (S. Lyonnet, in Biblica, 20 [1939] 131- 41).

M. non manifesta alcun dubbio, ma, svelandoci ancora la quiete sovrana del suo animo, chiede all'angelo cosa sarà dell'offerta della sua verginità, da Lei fatta a Dio; in che modo devo compiere il volere di Dio? Devo forse rinunciare all'offerta precedente? La perfezione sta tutta nel fare la volontà di Dio, «nella sua voluntade è nostra pace»; nessun dubbio pertanto nella disposizione di M. alla completa accettazione della missione affidatale; accettazione immediata e generosa; e nessun'altra prerogativa della Vergine regge al confronto di questa: essere Madre di Dio. «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». «Le sue parole sono un indice sicuro che essa aveva deciso di rimanere vergine, e lo aveva promesso a Dio, e che essendo fidanzata, su tale suo proposito era in pieno accordo col suo sposo Giuseppe» (A. Vaccari).
Anche da questo si può arguire la grande santità del capo della Sacra Famiglia e patrono della Chiesa universale.

«Quel Dio che è onnipotente e dal nulla ha creato il mondo e la vita, e dall'albero sterile può far germogliare e crescere i frutti, come ha fatto per Elisabetta» (cugina di M.; Vaccari) opererà questo miracolo: M. pur restando vergine, darà alla luce il verbo di Dio. Al consenso di M., avviene l'incarnazione del Verbo (Lc. l, 26-38). Subito dopo, con ardente impulso, M. da Nazaret si recò in Giudea (Ain-Karim, sud-ovest di Gerusalemme), dove abitava Zaccaria; per congratularsi con la cugina e prestarle servizio. Aggregatasi a qualche carovana, ella medita il mistero rivelatole dall'angelo e sorgono in lei quei vivi sentimenti di umile riconoscenza verso la grandezza e la bontà di Dio, che esploderanno spontanei nell'inno sublime del Magnificat (v.). La presenza del Verbo incarnato in M. è infatti causa di grazia per Elisabetta, che, ispirata, conosce i grandi misteri operati in M., la sua dignità di Madre di Dio e la sua fede assoluta nella divina parola, e soprattutto per il precursore che è santificato dalla grazia ed esulta di gioia nel seno della madre (Lc. 1, 29-55). La Vergine rimase probabilmente, presso sua cugina, fin dopo la nascita di Giovanni Battista.

Fu al ritorno a casa, che il suo stato di madre fu evidente a Giuseppe. È l'episodio narrato da Mt. 1, 18-25. Esso ha per scopo di stabilire la concezione verginale del Cristo, con la testimonianza dello stesso sposo: «senza che egli la conoscesse, M. partorì Gesù»; si realizzava così la celebre profezia di Is. 7, 14. Si è troppo drammatizzato circa «il tragico tormento» ecc. di s. Giuseppe. Non si è badato che il testo greco adopera nei verbi l'aoristo: (*** = avuto questo pensiero; *** = non incominciare a..., ecc.).

Tutti concedono che nessun dubbio sfiorò l'animo di Giuseppe circa la purezza e santità di M.: risulta dal testo; il pensiero che gli venne fu determinato, con ogni probabilità, dalla sua umiltà: nascondersi dinanzi a quel grande mistero. Appena avuto quel pensiero, l'angelo intervenne. M. dunque neppure al suo sposo aveva svelato il colloquio con l'angelo! Quale modesta riservatezza, quale abbandono totale alla divina provvidenza!
Giuseppe e M. da Nazaret si recano a Betlemme, per il censimento: «E mentre stavano là, giunse per lei il tempo di partorire; e diede alla luce il suo figliolo primogenito, e avvoltolo in fasce, lo adagiò in una mangiatoia, poiché non v'era per loro posto all'albergo» (Lc. 2, 1-7). M. aveva preparato con amorevole cura le fasce per il divino nascituro; e l'angelo ai pastori dà come segno distintivo, per riconoscere il bimbo salvatore, questo contrasto tra le ricche fasce e la mangiatoia (2, 12).
Il testo fa capire il parto verginale; M. stessa avvolge nelle fasce il neonato e lo adagia nella mangiatoia.
Dinanzi alla straordinaria adorazione dei pastori (2, 8-20), come a quella che poi faranno i Magi (Mt. 2, 1-12), M. imprime nel suo cuore quanto riguarda il suo figliolo; dove «cuore è tutto insieme, secondo il linguaggio ebraico-biblico, memoria, affetto, considerazione» (Vaccari).

M. compie tutte le prescrizioni della legge: circoncisione di Gesù all'ottavo giorno, con l'imposizione del nome, comunicato dall'angelo a Lei (Lc. l, 31) e a Giuseppe (Mt. 1, 21); presentazione al Tempio, riscatto del primogenito (così chiamato anche se unigenito) e purificazione della madre, con l'offerta di un sacrificio (Ex. 13, 11-15; Lev. 12). Al Tempio, M. riceve dall'ispirato Simeone la predizione delle sofferenze di Gesù; e della sua viva partecipazione a questi dolori (Lc. 2, 21-35).

Queste parole di Simeone sono un tacito parallelo del protevangelo (v.), che associa strettamente il Redentore e la Madre, nella inimicizia, nella lotta e perciò nella sofferenza che porterà alla decisiva vittoria (A. M. Dubarle, Les fondements bibliques du titre marial de Nouvelle Eve, in Mélanges Lebreton, 1, 1951, pp. 57-60).
Dopo il ritornò a Betlemme e l'adorazione dei Magi (v.), M. segue obbediente il cenno divino dato a Giuseppe di rifugiarsi in Egitto (Mt. 2, 13-35); per ritornare dopo la morte di Erode, e stabilirsi a Nazaret (Mt. 2, 19-23).
La mistica quiete della Sacra Famiglia, è solo interrotta dall'episodio di Gesù che rimane nel Tempio e disputa con i dottori, mentre M. e Giuseppe si erano avviati per ritornare a Nazaret. Essi si avvidero della sua mancanza, al termine della prima tappa del viaggio; passata la notte nel dolore, sul fare del giorno, ritornarono indietro in cerca di Gesù, e solo il giorno dopo, terzo della loro partenza da Gerusalemme, lo trovarono nelle sale annesse al Tempio dove i dottori della legge davano il loro insegnamento, per domande e risposte. «Lo trovarono seduto in mezzo ai dottori che li ascoltava e interrogava... Al vederlo rimasero stupiti; e sua madre gli disse: Figliolo perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati, ti cercavamo».

Sia l'episodio che la risposta di Gesù (la quale mette in evidenza la sua origine divina dal Padre Celeste e la sua piena indipendenza dai genitori terreni per l'adempimento della missione da Questi affidatagli), rimasero per M. e Giuseppe velati di mistero (Lc. 2, 41-50). «E scese insieme con essi e tornò a Nazaret, ed era loro soggetto. La madre sua serbava tutte queste cose in cuor suo» nota ancora s. Luca (2, 51 s.). Tra la culla e il Calvario, M. appare nell'episodio delle nozze di Cana (Kefr-Kenna, 10 Km. a nord-est di Nazaret). Io. 2, 1-11.

«Non han più vino»; esempio mirabile di preghiera: esporre amorevolmente al Signore la propria necessità, senza aggiungere altro. Gesù comprende che M. gli chiede un miracolo; risponde che non può accedere alla richiesta, perché non è giunto ancora il momento, in cui dovrà manifestare il suo potere divino iniziando la sua missione. «Che importa a me e a te o donna? L'ora mia non è ancora venuta». La prima frase è semitica, ancora in uso attualmente fra gli Arabi, e ricorre spesso nel Vecchio Testamento (Iudc. 11, 12; 2Sam. 16, 10 ecc.); assume diverso senso a seconda del tono e delle circostanze; nega, ma senza affatto quel tono d'asprezza che esprime tradotta servilmente nella nostra lingua.

Si potrebbe qui rendere: «Perché farmi questa richiesta »? Donna è modo che gli Orientali e i Greci usavano per le persone di riguardo; espressione di rispetto e di tenerezza (cf. Io. 8, 10; 19, 26; 20, 13 ss.; Omero, Iliade, III, 204;. Sofocle, Edipo, 655); quasi "madonna", "signora".
Tutto nella vita di Gesù, si compie secondo il piano stabilito dalla Divina Provvidenza; anche il tempo e il modo di iniziare il suo ministero.
Ma M. che conosce il cuore del suo Figliolo dà ai servi un ordine che impegna Gesù stesso; e questi compie il miracolo, non anticipando l'inizio solenne della sua missione che avrà luogo tra breve a Gerusalemme con la cacciata dei venditori dal Tempio (Io. 2, 13- 22), ma facendo un'eccezione.
Risulta pertanto la onnipotenza di M. sul cuore di Gesù, voluta dal suo divin Figliolo, che ama onorare la madre sua; e la sua benignità che «liberamente al domandar precorre».
«Così diede principio Gesù ai suoi miracoli; e manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Io. 2, 11).
La Regina degli Apostoli ottiene dunque con questo primo miracolo la conferma nella vocazione dei primi discepoli.

M. è ricordata altre due volte. Sua Madre e i suoi cugini chiedono di Gesù meno tre parla alle folle. E il divin Redentore trae occasione dalla notizia per un alto insegnamento: veri fratelli di Gesù son coloro che, facendo la volontà di Dio, vivono della sua vita e a Dio sono congiunti con i vincoli della carità. Gesù quindi esalta M. Santissima, che sopra ogni altra pura creatura ha compiuto la volontà di Dio e lo ha amato sì da essere eletta a madre del verbo incarnato (Mt. 12, 4.6,50; Mc. 3, 31-35; Lc. 8, 19 ss.). Una povera donna del popolo benedice M. per tanto Figliolo (Lc. 11, 27 s.): «Beato il seno che t'ha portato, e le mammelle che hai succhiate!», esclama rivolta a Gesù. E questi, confermando l'elogio, lo accresce: «Ancor di più beati coloro che ascoltano la parola di Dio e l'osservano»; e M. in ciò non ha pari al mondo; già santa Elisabetta esclamava di lei «Beata colei che ha creduto» (Lc. 1, 45). Al momento del sacrificio supremo, M. è col suo Figliolo; l'offre all'Eterno, vittima per la nostra Redenzione. «Stavano presso la croce di Gesù la madre sua e Maria di Cleofa e Maria Maddalena. E Gesù vedendo sua madre e vicino ad essa il discepolo, che prediligeva, dice alla madre: - Donna, ecco il tuo figliolo -. E poi dice al discepolo: - Ecco la madre tua. E da quel momento il discepolo se la prese con sé» (Io. 19, 25 ss.). cc Gesù con un atto supremo di affetto filiale pensa alla madre sua, l'affida al suo discepolo prediletto, dandoglielo per figlio in vece sua; e pensa anche al discepolo prediletto, e in persona sua a tutti i suoi seguaci, dando loro M. per madre. Ai piedi della croce, essa è nostra corredentrice con Gesù; è il canale per cui giunge agli uomini il frutto prezioso del sacrificio del Calvario» (A. Vaccari; cf. A. M. Dubarle, art. c., pp. 61-64). L'ultima volta si parla di M. in At. 1, 14: in mezzo agli Apostoli oranti nel cenacolo, in attesa della discesa dello Spirito Santo; Regina degli Apostoli, anima della Chiesa nascente.
Alla concisione dei testi divinamente ispirati, che offrono soltanto questi cenni preziosissimi, fa riscontro l'abbondanza dei particolari negli apocrifi primo fra tutti, anche per antichità (sec. II), il Protevangelo di Giacomo. Da esso abbiamo i nomi dei genitori di M., Gioacchino ed Anna; i particolari della nascita; la festa della presentazione di M. al Tempio. Appare evidente che la narrazione dell'apocrifo è una imitazione di quanto è narrato specialmente in 1Sam sulla nascita del piccolo Samuele e la sua offerta e consacrazione al santuario; mentre sembra storicamente scartato che vergini servissero nel Tempio.

Dalle tradizioni conservate dai Padri, oltre a quanto riguarda l'Assunzione al cielo, piace ricordare il seguente particolare; Pietro subito dopo aver rinnegato Gesù e aver pianto si rifugiò presso la Vergine SS., che lo consolò ed assicurò del pieno perdono. Mentre da tutti è ritenuto certo che al mattino di Pasqua, Gesù risorto apparve immediatamente, e prima che ad altri, alla Madre sua.
Nell'Apoc. 12, 1-18 la «donna vestita di sole e la luna sotto i suoi piedi, e sulla testa una corona di dodici stelle», rappresenta la Chiesa; molti esegeti ritengono sia essa dipinta con i colori dell'immagine della Santissima Vergine.
I Padri e l'insegnamento infallibile della Chiesa hanno sviluppato la stessa connessione fra Gesù e M., di fatti affermata nella S. Scrittura: Is. 7, 14; Lc. 1, 26.38; 2, 34 s.; Io. 19, 25 ss.

Fin dal sec. II M. Vergine viene presentata dai Padri come nuova Eva, strettamente unita al nuovo Adamo (Rom. 5, 15-21; I Cor 15, 45-49), sebbene a lui subordinata, nella lotta contro il nemico infernale (Giustino, Ireneo, Tertulliano, ecc.). «È il cosiddetto principio della ricircolazione o della ricapitolazione, secondo il quale la salvezza viene a noi in modo simile a quello con cui ci venne la rovina: per mezzo della vergine Eva ci venne la rovina, per mezzo della Vergine M. la salvezza; come Eva collaborò con Adamo nel commettere il peccato, così M., la nuova Eva, collaborò col suo figlio, il nuovo Adamo, per la riparazione del peccato.
«Cristo sconfigge il serpente, e con lui prende parte alla lotta (cf. Lc. 2, 34 s.) e alla vittoria questa novella Eva, come la prima Eva prese parte all'intesa col nemico e alla disfatta» (A. Bea).
«Non sono Gesù e M. il Novello Adamo e la Novella Eva, che l'albero della Croce riunisce nel dolore e nell'amore a riparare la colpa dei nostri pro genitori dell'Eden?» (Pio XII).

Alla luce di questa dottrina (affermata, ripeto, nella S. Scrittura), il Protevangelo (v.) è rettamente inteso quale il primo annuncio non solo del futuro Redentore, capo di tutta l'umanità; ma anche di M., madre e cooperatrice, a lui strettamente unita nella lotta e nella decisiva vittoria. E giustamente si adduce Lc. l, 28 «ricolma di grazia» per intendere perfetta, completa l'inimicizia tra M. e Satana, e pertanto vedere compresa nel preannunzio (Gen. 3, 15) e nel saluto angelico l'Immacolata Concezione di M. E così per il trionfo. La stretta unione che esiste fra Gesù e M. nella lotta e nella prima vittoria richiede che anche M. trionfi, come Gesù, non soltanto del peccato, ma anche della morte, essendo questi due nemici del genere umano, conseguenza del primo peccato, sempre intimamente congiunti negli scritti dell' Apostolo delle genti (Rom. 5-6; I Cor 15, 21-26, 54-57). E come la lotta di Cristo si conclude con la glorificazione della sua santa carne nella risurrezione, così anche per M. la lotta si conclude con la glorificazione del suo corpo verginale.

Nel Protevangelo vengono preannunziate la comune inimicizia e la comune piena vittoria del Redentore e della sua benedetta Madre strettissima mente unita a lui, sul diavolo seduttore e sulle conseguenze di questa seduzione.
Ora le conseguenze sono il peccato (originale e personale) e la morte. «La piena vittoria deve essere dunque per la madre come per il figlio, vittoria sul peccato e sulla morte: sul peccato nell'Immacolata Concezione, sulla morte nell'assunzione corporea» (A. Bea).
Così anche il dogma dell'Assunzione ha il suo "ultimo fondamento" nella S. Scrittura. I Padri infine hanno applicato alla SS. Vergine tipi e figure del Vecchio Testamento; talora con vera finezza, come, per citare un esempio, quando applicano a M., sede della Sapienza, quel che nei libri sapienziali è detto della Sapienza, attributo di Dio; per Ez. 44 ss. «con gusto - scrive s. Girolamo - alcuni intendono questa porta chiusa per cui passa solo il Signore..., della Vergine M.; che rimane vergine prima e dopo il parto».
[F. S.]

BIBL. - G. ROSCHINI, La vita di Maria, Roma 1945; P. C. LANDUCCI, Maria SS. nel Vangelo, Roma 1945; J. J. WEBER, La Vierge Marie dans le Nouveau Testament, Parigi- Colmar 1951: F. CEUPPENS, De Mariologia Biblica, 2a ed., Torino 1951; A. BEA, La Sacra Scrittura "ultimo fondamento" del domma dell'Assunzione, in La Civiltà Cattolica. 2 dic. 1950, pp. 547-61; F. SPADAFORA, La S. Scrittura e l'Immacolata, in Rivista Biblica, 2 (1954) 1-9; ID., Maria alle nozze di Cana, in Rivista Biblica, 2 (1954) 220-47.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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