Magnificat
Autore: Mons. Bruno Pelaia
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco SpadaforaLe reminiscenze bibliche di cui ridonda il M., imprestate dai Salmi, e soprattutto dal cantico di Anna, madre di Samuele (1Sam 2, l-10), hanno dato occasione ai critici di mettere in dubbio la storicità del documento, che vien definito «un salmo giudaico», oppure «un mosaico di formule preesistenti, messe insieme dall'Evangelista o dall'autore della sua fonte».
Circa le frequenti reminiscenze, non c'è da stupire quando si pensi, che per i pii israeliti, la Bibbia era l'unico alimento dello spirito, in maniera che quasi per istinto i suoi testi si affollavano sulle labbra, quando, sotto l'impero di un'emozione religiosa, si accingevano a ringraziare, a impetrare, o comunque a pregare Dio. Per quanto, tuttavia, alcune espressioni siano prese da scritti precedenti, il M. ha un tono personalissimo; basta, oltre tutto, richiamare il v. 48: Ha posto gli occhi sulla bassezza della sua serva, che hanno perfetto riscontro nell'umile atteggiamento della Vergine di fronte all'angelo: Ecco la serva del Signore (Lc. 1, 38). In altre parole, è avvenuto nel M. quello che accadeva nei tempi antichi, ai costruttori cristiani: le pietre, i mattoni, magari pezzi di marmo, venivano tolti di peso dai templi pagani, ma la Basilica aveva un'altra anima, un altro stile, un altro volto! Alla fine del secolo scorso, specie ad opera di Loisy (Harnack è più mite) si è tentato intorbidare le acque sull'autrice del M., perché si era venuto a scoprire (l'aveva già notato Wetstein nel 1751) che alcuni codici dell'antica versione latina e altri codici pure latini delle opere di s. Ireneo e di Origene, al v. 46, invece di «Ait Maria» leggevano «Ait Elisabeth». Come è stato ben detto, si tratta di «una stranezza istigata dall'amore di novità»; infatti le sporadiche, incerte testimonianze in contrario, sono letteralmente polverizzate dalla unanime testimonianza di tutti i codici greci e di tutte le versioni (copte, siriache, latine). Va inoltre sottolineato, che nel M. di proposito è evitata l'allusione alla sterilità (1Sam 2, 5), ciò che Elisabetta non avrebbe certamente omesso, essendo sterile essa stessa (Lc. 1, 37). Senza poi dire, che in bocca ad Elisabetta, non avrebbero alcun senso le parole del v. 48: Tutte le genti mi chiameranno beata. Il pettegolezzo critico è morto, dunque, sul nascere; ha pure validamente contribuito la Pontificia Commissione Biblica, con un decreto del 26 giugno 1912 (Denz.-U. 2158).
Nella liturgia latina il M., da tempo immemorabile, si recita ai Vespri del Divino Ufficio; alcuni pensano che ivi l'abbia sistemato s. Benedetto; tuttavia la cosa è lungi dall'esser certa.
[B. P.]
BIBL. - L. C. FILLION, Vita di N.S.G.C., trad. ital., I, Torino-Roma 1934, pp. 220-23. 482- 86: M. J. LAGRANGE, Év. selon s. Luc, Parigi 1927, pp. 44-54: F. ZORELL, in VD, 2 (1922) 194-99; F. CABROL, Cantiques évangéliques, in DACL, II, coll. 1997 s.