Logos


Nell'antico Oriente la parola *** non è un semplice suono ma l'inizio dell'azione: è la più chiara espressione della volontà sia degli uomini che della Divinità. La Parola divina (241 volte: debhar 'elohim o 'adonai) nel Vecchio Testamento denota la rivelazione profetica, che dirige tutta la storia d'Israele; esortazione, minaccia e promessa ecc. Secondariamente designa la Legge, soprattutto il Decalogo (Ex. 20, 1; 34, 27.28; Ier. 6, 19; 7, 23; ecc.), il Deuteronomio (Deut. 30, 11-14; 32, 46) e la Sacra Scrittura (Ps. 147, 19; Prov 13, 13; 16, 20; Ier. 36, 4.6.8.12). Per essa Dio ha creato l'universo (Gen. 1, 3 ss.; Ps. 33, 3·9; Sap. 9, 1; Is. 40, 26; Eccli. 42, 15; ecc.), e lo conserva (Ps. 119, 89 s.; Sap. 16, 26).

Il ruolo della Parola divina è rappresentato anche dalla Sapienza (Sap. 9, 1-2: cf. Prov 3, 19 s.; 8, 22-31; Iob 28; Eccli. 42, 15; 43, 33) ma l'idea della Sapienza non è così profondamente radicata nella tradizione biblica come quella della Parola. La Bibbia riconosce dunque nella Parola di Dio una potenza che si manifesta nella Creazione, nel regno della Grazia e nella guida del popolo eletto e del singolo: essa è l'attestazione della continua presenza ed azione divina e soprattutto una rivelazione progressiva dei suoi disegni, dei suoi attributi e del misterioso suo Essere. Questa parola è talvolta presentata quasi agente per sé (cf. la formula «uscì la parola di Dio»): viene paragonata al fulmine che scoppia (Is. 9, 7), al fuoco divoratore (Ier. 5, 14; 23, 29); è onnipotente (Sap. 18, 14), eterna (Is. 40, 8); è il messaggero che esegue gli ordini di Dio (Is. 9, 7; 55, 10.11; Ps. 147, 15·18; Sap. 18, 14·16); è l'apportatrice di salute (Ps. 107, 20; Sap. 16, 12) e di vita (Sap. 16, 26); è la sterminatrice degli egiziani (Sap. 18, 14-16) e degli empi Cananei (Sap. 12, 9).

Non siamo, di fronte ad ipostasi bensì soltanto a vivaci personificazioni poetiche che vogliono porre in rilievo la potenza e la volontà salvifica di Dio: ciò anche in Sap. 18, 14ss., dove alla parola divina poeticamente s'attribuisce quello che altrove è attribuito a Iahweh stesso (Ex. 11, 4; 12, 12.27.29) o all'angelo sterminatore (Ex. 12, 23). Un senso profondo della trascendenza divina indusse i rabbini palestinesi (al tempo di N. S.) a sostituire alla menzione di Dio quella di diverse manifestazioni divine, in particolare della parola o Memra. L'interpretazione della Memra rabbinica oscilla fra i due estremi: semplice fatto di linguaggio oppure ipostasi. Dagli studiosi moderni (V. Hamp, D. Middleton) si preferisce interpretare la Memra come una personificazione poetica, stilla linea della parola divina nella letteratura sapienziale.

La gnosi precristiana d'Asia e d'Egitto, per contaminazioni sincretiste, ha addossato alla Parola ipostatizzata, mutuata dalla filosofia platonica e stoica, svariate nozioni mitologiche.

Nel Nuovo Testamento la Parola o L. designa innanzi tutto la Sacra Scrittura nel suo insieme (Io. 10, 35; Hebr. 2, 2; probo Mc. 7, 13; Mt. 15, 6).
Negli Atti, il messaggio evangelico per ben 12 volte designato come la Parola divina per eccellenza (*** è abbreviazione di ***: At. 4, 2 ss.), manifestata per mezzo di Cristo (At. 10, 36; cf. Hebr. 1, 1; Io. 3, 34), come parola divina era già stato il messaggio dell'antica alleanza (At. 4, 4; 8, 4; 10, 44; ecc.).

S. Paolo esprime il messaggio cristiano abitualmente col termine *** ma anche col termine *** (I Ts. 1, 6.8; 2, 13; 2Ts. 3, 1; Gal. 6, 6; ecc.); cf. Iac. 1, 21 ss.; I Pt. 2, 3; 3, 1. In s. Giovanni il L. indica per lo più la parola viva di Cristo (Io. 5, 24; 8, 43; ecc.), piena di autorità perché identica a quella del Padre (14, 24; 17, 14-17; ecc.). Particolarmente, in Giov., L. è lo stesso Cristo: implicitamente nella espressione «rimanere nella parola» (Io. 8, 31; I Io. 2, 14) corrispondente all'altra «rimanere in Gesù» (tutta la I Io.; Io. 6, 56; 15, 4.7.9.10) ed esplicitamente in tre passi: Apoc. 19, 13; 1 Io. 1, 1; Io. 1, 1.14.
*** (Ap. 19, 13). Secondo l'interpretazione tradizionale è delineata la natura intima del Cristo, Rivelatore del Padre, e supremo giudice (cf. vv. 15.21).
*** (I Io. 1, 1). È il Cristo storico, la cui Divinità, sperimentalmente conosciuta dagli Apostoli, viene presentata ai lettori per assicurarne la comunione ecclesiastica e divina nella partecipazione alla vita divina che è in Lui (Io. 1,4; 11, 25; 14, 6). Questa sintetica definizione di Cristo s'illumina alla luce del prologo, sintesi tematica del IV Vangelo.

Il Cristo è detto L. a motivo del Suo ruolo avanti la creazione, come Pensiero del Padre (Io. 3, 13; 6, 33-62; 8, 23-58; 16, 28; 17, 5.24); in una sublimazione e soppiantamento della Sapienza del V. T. (Eccli. 1, 4.9; 24, 3·6; Prov 8, 22-26); inoltre per il suo ruolo durante la creazione (cf. I Cor. 7, 6; Col. 1, 16) che è un richiamo alla Parola creatrice (Ps. 33, 6; Eccli.42, 15; Sap. 9, 1); poi per il suo ruolo di Rivelatore della natura intima del Padre attraverso l'Incarnazione rivestita di gloria trascendente (Io. 12, 44·46; 14, 9; 2Cor. 4, 5; Col. 1, 15; Hebr. 1, 3); infine perché soppianta la legge mosaica, con una nuova Parola, la Rivelazione Cristiana.
La formulazione del L. di S. Giovanni deriva pertanto dal Vecchio Testamento; e presenta in modo perfetto il preesistente Figlio di Dio, quale egli stesso si è rivelato agli uomini, a partire dall'Incarnazione.

[A. R.]
BIBL. - O. PROCKSCH - G. KITTEL. s. v., in ThWNT. IV, pp. 89-140: H. RINGGREEN. Word and Wisdom. Studies in the Hypostatization of divine qualities and functions in the Ancient Near East, Lund 1947; R. TOURNAY - A. BARUCH -A. ROBERT - J. STARCKY - C. MONDÉSERT, s.v., in DEs, V, coll., 425-97 (con bibl.).


Autore: Sac. Armando Rolla
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 93