Isacco


Il secondo dei patriarchi, figlio di Abramo e Sara; padre di Esaù e Giacobbe. Visse più a lungo di Abramo, meno nomade di lui, meno ricco di figli; meno favorito di visioni soprannaturali, per quel che la Genesi ci narra. Erede delle divine promesse; intensamente devoto; sembra il tipo dell'umile che, nel nascondimento, si rimette sempre fiducioso alla volontà di Dio.
La sterile Sara aveva voluto da Abramo, dando gli, secondo il costume del tempo (Codice di Hammurapi, §§ 144-146), la propria schiava Agar, un figlio, che fosse l'erede delle grandiose promesse divine (Gen. 16; cf. 12, 13 ecc.). Questi, Ismaele, diverrà capostipite di una grande nazione; ma non è lui che Dio ha scelto per realizzare il suo disegno di salvezza; bensì il figlio che nascerà da Sara (Gen. 17). Questa, nonagenaria, dà infatti alla luce I. (ishaq = egli ride), così chiamato per il riso di meraviglia e di gioia di Abramo, in occasione della promessa divina (17, 17-24).
Il figlio della promessa fu così anche il figlio del miracolo. Per dissapori di gelosia sorti tra Sara ed Agar, a motivo di Ismaele e I., quella chiese ad Abramo che scacciasse la serva col figlio. La richiesta era contraria all'antico costume (cf. Cod. di Hammurapi, art. 146); e Abramo cedette solo all'ammonimento di Dio, allontanando Agar ed Ismaele (Gen. 21).
Senza recriminazioni, mansueto ed ossequiente, il giovane I. si lasciò legare e porre sull'ara per essere immolato a Dio; nella prova rifulse la santità di Abramo e la pietà del figlio (Gen. 22).
Alla morte di Sara, I. aveva 37 anni; Abramo gli diede in moglie Rebecca, sua parente, che il fido Eliezer, aveva condotta seco da Harran (Gen. 24). I., unico erede, seppellì Abramo accanto a Sara, nella grotta di Macpelah, loro tomba di famiglia. Dio gli rinnovò le promesse già fatte ad Abramo (Gen. 25; 26, 2·5). Durante una carestia, I. - come già Abramo (Gen. 20) - scese a Gerara (= Tell Gemmeh, sud-est di Gaza), tra i Filistei, presentando Rebecca come sua sorella (era infatti cugina); il re Abimelec però sorprese i coniugi nell'intimità e garantì loro sicurezza. I. si diede all'agricoltura e prosperò suscitando l'invio dia degli indigeni, che incominciarono a molestarlo. Alieno dai contrasti, egli lasciò Gerara e ritornò a Bersabea, dove il re lo raggiunse e strinse con lui un patto di alleanza (Gen. 26).
Anche Rebecca era sterile, e dopo 20 anni di matrimonio, per le preghiere di I., generò Esaù e Giacobbe (Gen. 25, 21·34).
A 130 anni, avendo perduta la vista e credendo vicina la morte, I. volle benedire il suo primogenito Esaù; ma il furbo gemello, aiutato dalla madre, carpì al vecchio genitore la benedizione speciale che gli attribuiva i pieni diritti di primogenito. I., anche qui, vide il volere dell'Eterno; né ritrattò la sua benedizione (Gen. 27).
Morì ad Hebron a 180 anni, e fu seppellito da Esaù e Giacobbe nella tomba di famiglia (Gen. 35, 27 ss.). Il suo ricordo è vivo nel Vecchio Testamento (cf. Am. 7, 9.16 ebr.). S. Paolo (Rom. 9, 6-9) ricorda l'elezione divina di I. ad unico erede delle divine promesse, con l'esclusione di Ismaele e degli altri figli di Abramo, per dimostrare come eredi e partecipi della salvezza messianica, oggetto delle promesse fatte ad Israele, non sono tutti i discendenti carnali di Israele, ma l'Israele di Dio, gli imitatori della fede di Abramo. In tal modo, la parola di Dio manteneva intera la sua efficacia, anche dinanzi alla effettiva esclusione dalla salvezza, della maggior parte del popolo giudaico. In Gal 4, 22-31 contro l'argomento più forte addotto dai giudaizzanti in favore dell'osservanza della Legge da parte dei cristiani, cioè, la perpetuità della Legge, s. Paolo argomenta dalla stessa S. Scrittura che nei disegni di Dio non una, ma due erano le disposizioni: la prima imperfetta, quella degli schiavi; la seconda quella dei figli; e che la meno perfetta deve cedere il posto alla più perfetta.
Trae tale insegnamento dall'episodio di Agar-Ismaele, Sara-I. Tra Sara e la Chiesa c'è questa somiglianza: l'una e l'altra sono madri libere di figli liberi; il giudaismo è una religione di timore, una religione di schiavi, a somiglianza di Agar e dei suoi discendenti. Verificandosi analoghe situazioni storiche, data l'immutabilità della divina Sapienza, si può e deve ritenere che come Dio agì allora, così continua ad agire. Nel. la situazione Agar- Ismaele contro Sara-I., Dio ordinò l'allontanamento della schiava, escludendo Ismaele dall'eredità; allo stesso modo, bisogna concludere per l'analoga situazione, della sinagoga contro la Chiesa; i Giudei ricalcitranti e persecutori sono esclusi dalle promesse fatte ai Padri, dalla salvezza messianica, bene esclusivo della nuova economia.
[F. S.]

BIBL. - M. J. LAGRANGE. Ep. aux Galates. 3a ed., Parigi 1926. pp. 118-29; Ep. aux Romains. 2a ed., ivi 1931, 228 S5.; G. RICCIOTTI, Storia d'Israele. I. 2a ed.. Torino 1934, pp. 151-56, 163.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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