Speranza


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Charles Péguy scriveva nella sua opera La porta del mistero della speranza: " La fede che io preferisco, dice Dio, è la speranza. Con queste parole, il poeta interpretava in maniera esatta l'esortazione della prima Lettera di Pietro ai cristiani del suo tempo: " Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi " (1 Pt 3,15).

La speranza, che fu relegata per secoli su un piano marginale nel cristianesimo e fu intesa come virtù passiva e rassegnata, ha ricuperato in questi ultimi decenni la sua centralità e la sua dimensione attiva, ed ha ricevuto un nuovo impulso.

La speranza non è un vago sentimento psicologico, né un semplice movimento dell'animo occasionale: la speranza affonda le sue radici nella realtà umana e nella realtà in genere. Si tratta, come ha dimostrato Bloch, di una determinazione fondamentale o di un principio della realtà oggettiva presente da sempre nel processo del mondo, nel movimento della materia e nella storia dell'umanità. La speranza è inserita universalmente nel cuore dell'uomo; essa è per l'esistenza umana ciò che l'ossigeno è per i polmoni. Se manca, l'uomo si vede votato al non-senso e va alla deriva. La vera morte avviene, non quando cessa di battere il cuore, ma quando si spegne la speranza. Ogni uomo vive in quanto aspira e progetta, in quanto tende verso il futuro, in cerca del " regno dell'identità " (Marx), o della " patria " (Bloch).

La dimensione prioritaria della speranza si fa presente nella sorte individuale dell'uomo, nella sorte comune dell'umanità e nella sorte della storia e del cosmo.

L'uomo, come essere storico, è aperto al futuro; non gli basta continuare a vivere alla cieca, ma ha bisogno di interrogarsi sul senso della vita e di fissarsi alcuni obiettivi, un orizzonte, una mèta ragionevole, e consapevole. Deve affrontare per questo il rischio dell'illusione. È necessaria perciò la guida del giudizio per dare lucidità all'impulso vitale. Dunque, come afferma Bloch, " la ragione non può fiorire senza la speranza e la speranza non può fiorire senza la ragione ". Solo così, essa diventa la docta spes, una speranza intelligente, conscia delle sue possibilità e del suo rischio di frustrazione.

Se Bloch innalza la speranza a principio filosofico, Moltmann fa di essa il principio teologico per eccellenza. Se, fino a tempo fa, la speranza appariva nel dogma e nella morale come una virtù, adesso diventa una categoria fondamentale della teologia. La speranza non è un semplice frammento terminale del pensiero credente: è il suo fondamento radicale ed il suo motivo sempre operante, il principio arcimediano e la molla del pensiero teologico.

Moltmann re-interpreta e prolunga il principio anselmiano fides quaerens intellectum ? credo ut intelligam, così determinante per la teologia a partire dal secolo XI, in quest'altro non meno determinante: spes quaerens intellectum ? spero ut intelligam. Questo principio costituisce il punto di partenza dell'escatologia, che cessa di essere vista come la dottrina delle cose ultime, per essere intesa come la " dottrina circa la speranza cristiana ". L'escatologia è, secondo la nuova impostazione, speranza, prospettiva e orientamento verso il futuro, e, pertanto, apertura e trasformazione del presente.

La speranza è " la compagna inseparabile della fede "; sostiene e spinge la fede verso l'avanti e verso il pensiero della fede; stimola un pensare anticipatore e un operare creatore.

La speranza costituisce uno dei nervi più profondi della religione giudeo-cristiana. Tutta la Bibbia si presenta come una memoria (anàmnesis) pericolosa e sovversiva della promessa di Dio e della speranza dei poveri in risposta a questa promessa, come una testimonianza della speranza di Dio e di Gesù. Il Dio che si rivela e si comunica all'uomo è il Dio della speranza (Rm 15,13), un Dio che, secondo una felice espressione di Bloch, ha " il futuro come carattere costitutivo ", un Dio davanti a noi, un Dio che non possiamo " catturare ", un Dio non fatto sulla misura dei nostri desideri e delle nostre necessità, un Dio che non si esaurisce in nessuna realtà storica, ma che trascende tutto, indicando sempre il futuro assoluto. La promessa di Dio va oltre ogni forma di compimento.

La speranza cristiana ha il suo sostegno nella speranza di Gesù, che annunciò il Regno di Dio in un ambiente ostile e di fronte all'incomprensione di tutti. Egli sperò attivamente nella promessa di Dio in mezzo all'oscurità della nostra storia e dell'abbandono del Padre. Questa speranza contro ogni speranza lo portò a lottare contro i poteri stabiliti, sia religiosi che civili, che opponevano resistenza alla venuta del Regno di giustizia, di uguaglianza e di pace da Lui proclamato e vissuto in anticipo nella sua morte e risurrezione. In questa lotta, Gesù sperimentò quanto sia difficile cambiare gli atteggiamenti della gente, le strutture ambientali e, in ultima analisi, la vita stessa, ma non cadde nel fatalismo. Il motivo ultimo della speranza di Gesù è la fedeltà di Dio alle sue promesse.

Alla luce dell'atteggiamento pieno di speranza di Gesù, possiamo considerare la speranza cristiana:

a) come un rischio: quindi l'atto di sperare implica un momento di oscurità, di non-sapere, di sconcerto ( "Abramo... partì senza sapere dove andava ": Eb 11,8);

b) come la negazione del presente e come resistenza a patteggiare con la realtà così come ci è data, come protesta contro il mondo ingiusto che impedisce la realizzazione dei valori del Regno. Si tratta di sperare nonostante la morte e come smentita della morte (P. Ricoeur);

c) come immaginazione creatrice di un mondo nuovo.

La speranza cristiana è caratterizzata dalla sua triplice dimensione: personale: ha come mèta la salvezza integrale della persona; comunitaria: tende alla salvezza di tutta la comunità umana; cosmica: come afferma san Paolo, l'intero creato nutre la speranza di venire liberato dalla schiavitù (cf Rm 8,19 ss).

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Autore: J.J. Tamayo
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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