Simbolo


24

Il concetto di simbolo è compreso in quello più generico di segno, che può essere definito come un mezzo di conoscenza indiretta, cioè, come una realtà che, nel venire conosciuta, porta a conoscerne un'altra. La realtà segno può essere un'azione, un oggetto, o una situazione.

All'interno della categoria del segno. Si possono distinguere i segnali e i simboli.

Il segnale è un segno di primo grado, o indicatore. Si fonda sulla associazione di due concreti, uniti da un nesso naturale (fumo-fuoco), o convenzionale (semaforo rosso-aspettare).

Il simbolo è un segno di secondo grado. Nell'antica Grecia, sým-bolon significava mettere insieme due frammenti di un oggetto, ognuno dei quali era posseduto da un individuo e gli serviva per farsi conoscere. Partendo da questa etimologia, il simbolo è caratterizzato come un segno che unisce due aspetti della realtà: uno, oggettivo; l'altro, soggettivo. La sua finalità è quella di formulare un'esperienza. Si potrebbe definire come la rappresentazione di una assenza, come la rappresentazione di qualcosa a cui non è possibile accedere per altra via. A seconda dell'esperienza formulata, il simbolo può evocare un ricordo (anàmnesi); può produrre un sollievo (catartico); può incarnare un'aspirazione (profetico); può rivelare una presenza (epifanico).

La costanza e la somiglianza dei simboli lungo i tempi e le culture mostra che il simbolo significante o elemento oggettivo non è arbitrario, ma corrisponde a certe configurazioni psichiche profonde, che sono anche fonti di energia. Pertanto questa energia non è libera, ma incorporata a forme da cui è vincolata. L'essenza del fattore creativo sta nel dare una formulazione a queste energie. Per questo, non basta l'attività consapevole, capace di un lavoro logico, ma che lascia sfuggire l'elemento decisivo dell'esperienza. Il cosciente fa formulare le esperienze radicate nell'inconscio. Così, il simbolo spunta da strati pre-discorsivi; questo fa sì che non può mai essere ridotto adeguatamente a concetti. Il concetto informa. Il simbolo, inoltre, richiama e configura emozioni. Desta risonanze che lo rendono continuamente suggeritore. Fa pensare, ma è un pensare investito di energie. Di qui, la sua radice numinosa.

Se si ammette un " inconscio collettivo ", ossia, se si ammettono configurazioni di esperienze comuni ad un collettivo umano, ad una cultura, e perfino a più culture, possiamo dire che i simboli fondati su queste immagini dell'inconscio collettivo esprimono l'interpretazione che questa cultura fa della realtà (archetipi culturali). Quanto più arcaica e profonda è l'immagine (nascere, morire, mangiare, bere, lavarsi, il sangue, il sesso) e tanto più universale sarà il suo significato.

Quando si esaurisce il contenuto, o si banalizza l'immagine di un simbolo, può scomparire dalla coscienza, o razionalizzarsi. In questo caso, perde il suo alone numinoso, cioè, la sua capacità di destare emozioni; passa dall'inconscio al cosciente collettivo come simbolo morto, inefficace. L'efficacia del simbolo, infatti, si radica sulla sua struttura duplice, come costellazione conoscitiva-affettiva, che si riferisce all'uomo tutto intero. Il simbolo è produttore di significato, col riunire (sym-bàllein) il cosciente e l'inconscio, il mondo esterno e quello interno dell'uomo. Per mezzo del simbolo, l'uomo non vive unicamente dentro la realtà circostante, come un semplice elemento della natura, ma anche in una dimensione di questa realtà, quella del suo significato.

Simboli sacramentali. Per comprendere i simboli sacramentali, conviene distinguere tra simboli vincolanti e svincolanti. Quando il simbolo porta ad un significato, e termina in esso, concentra l'energia in sé stesso (vincolante). Quando, invece, il simbolo si apre oltre ogni significato, libera energie (svincolante) che rimangono disponibili per un incontro con questo oltre; essi agiscono per richiamo e non per riferimento. Lasciano dietro di sé le immagini o le azioni che li costituiscono, verso una realtà superiore che si manifesta in essi; sono epifanici e rendono possibile un contatto. Producono un momento di vita lirica, senza una valutazione razionale, anteriore al pensiero e perfino al sentimento; così funzionano i simboli poetici, estetici e religiosi. Questo è l'obiettivo finale del simbolo sacramentale, cioè, varcare il proprio simbolo per arrivare all'esperienza del divino.

Quando questo, in modo abituale, non avviene, si pongono seri problemi pastorali e liturgici. Se un simbolo svincolante non riesce a compiere la sua funzione, vuol dire che non sono state poste le condizioni per la sua efficacia.

I simboli rituali sono necessari per l'espressione religiosa. Usano le parole, i gesti e le azioni su una materia concreta (pane, acqua). Con l'azione, il simbolo rituale esprime soprattutto il suo aspetto numinoso; con la parola, il suo aspetto luminoso o formulato. Di fatto, l'azione è ambigua, ha bisogno di essere specificata dalla parola per dirigersi in un determinato senso. Però, non basta una parola qualsiasi: anche la parola deve essere l'espressione di un'esperienza.

Nemmeno basta la parola da sola: l'azione ed il gesto le dànno corpo come mezzo di espressione numinosa. Ci sono zone di esperienza che non si possono tradurre adeguatamente con parole. Per esprimere più pienamente uno stato d'animo, l'uomo ha bisogno di fare uso del suo corpo.

Come avviene con tutti i simboli, nemmeno quelli rituali possono essere semplicemente appresi: devono affondare le loro radici nell'essere umano e nel suo rapporto col mondo. Perciò i simboli più efficaci sono quelli che corrispondono ad azioni o a gesti più naturali, da una parte; e traducono esperienze più universali, dall'altra. Non si può aspettarsi che il simbolo rituale sia psicologicamente efficace se non appartiene al mondo dell'individuo che ne fa uso. L'Eucaristia, per esempio, il cui simbolo primario è il pasto in comune come espressione di amicizia, è potenzialmente universale per la sua radice fisiologica e comunicativa. Non è così per altri simboli rituali che sono intelligibili solo nel contesto di una determinata cultura.

Pertanto i simboli rituali, per avere la loro capacità di espressione, non devono essere complicati, ma trasparenti ed elementari. Quando i simboli perdono il loro impatto, si tende a sovraccaricare il rituale, o lo si trasforma in cerimonie, cercando di colmare il vuoto con lo spettacolo e con la retorica. È un indicatore sociale della necessità di occupare il posto dell'esperienza assente.

Bibl. - Aa.Vv., Il segno nella liturgia, CAL, Roma, 1970. Eliade M., Trattato di storia delle religioni, Torino, 1966. Guardini R., I santi segni, Ed. Morcelliana, Brescia, 1964. Mateos J. - Barreto J., Il vangelo di Giovanni. Analisi linguistica e commento esegetico, Ed. Cittadella, Assisi, 1982. Righetti M., Manuale di storia liturgica, 1, Ed. Ancora, Milano, 1964, pp. 57-74. Sartore D., " SegnoSimbolo ", in: Nuovo Dizionario di Liturgia, Ed. Paoline, Roma, 1984, pp. 1370-1381. Vagaggini C., Il senso teologico della liturgia, Ed. Paoline, Roma, , pp. 46-106.




Autore: J. Martínez Cortés
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
Acquista la Bibbia per la Scrutatio dalla Libreria del Santo
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online