Sequela


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Parliamo della sequela di Cristo, l'unico che merita di essere seguito. D'altra parte, questo ritagli apparente viene ampliato dal fatto fondamentale che viene esteso a tutti i cristiani, senza alcun limite che sia riservato come privilegio o come vocazione li una casta concreta.

In realtà, il cristiano non può dire che il termine sequela, almeno nella sua forma verbale, è una parola nuova. Basta aprire i vangeli per trovare formule chiare di sequela (Mc 8,34 e par.).

Tuttavia, non si può neanche dire che la parola è classica. I classici sembrano ignorarla. Perfino il Concilio Vaticano II che usa la parola " sequela " (PC 2) e chiama i cristiani " seguaci di Cristo " (LG 40), porta a costatare che negli indici riguardanti Cristo, almeno in molti di essi, la parola " sequela " non ha il posto che meriterebbe di avere.

Generalmente, però, è stato dato ora un recupero abbastanza importante a questa parola. Soprattutto la vita religiosa l'ha posta come base della sua esistenza. È necessario estenderla ad ogni cristiano, poiché non è una parola qualsiasi. Il suo recupero comporta indubbiamente il recupero di categorie importanti.

Tradizionalmente, si è parlato di imitazione. Si è voluto considerare questo termine come più ampio e più profondo, che riguarda tutto l'essere umano. Però, la parola imitazione corre il rischio di essere intesa come mimetismo. Ciò avviene se si bada - alle forme e ai dettagli più che al fondo, se si vuole avere un copione materiale della vita di Gesù, invece di assumere la sua personalità e di lì, aprirsi alla vita di ogni tempo e luogo senza i condizionamenti dell'elemento puramente materiale.

I vari scritti neotestamentari (sinottici, Giovanni, Paolo) hanno espresso la realtà della sequela con una terminologia e perfino con una teologia diverse, ed anche in contesti differenti: vocazioni particolari, il racconto della passione, frasi fatte, ecc. Tutti questi contesti comportano una donazione totale della persona. La sequela di Cristo non è un gioco. Tuttavia, ogni scritto neotestamentario accentua aspetti vari. Forse ciò che colpisce di più è che i sinottici accentuano gli aspetti storici, mentre Giovanni e Paolo sottolineano la signoria di Cristo risorto. I primi sembrano più concreti e più incarnati, e non c'e dubbio che oggi godono di una preferenza che non hanno sempre avuto.

Forse il primato della prassi è quello che ha maggiormente recuperato la categoria della sequela (J.B. Metz), e lo ha recuperato proprio nella cristologia. " La prassi della sequela appartiene costitutivamente alla cristologia " (J.B. Metz), essendo una denuncia delle cristologie " idealiste " che, almeno nel mondo sviluppato, continuano ad essere la maggioranza.

La sequela non è una teoria, né una visione particolare della vita: è una vita. Non esistono cammini di stelle in cui camminano menti astrali: esistono cammini di terra, o di asfalto, su cui cammina il Signore Gesù seguito dai suoi discepoli.

L'ambiente di passione in cui Gesù invita a seguirlo (Mc 8,34 e par.) ha unito intimamente le parole sequela, abnegazione e croce. Siccome le ultime due sono spesso fraintese, è logico che ciò avvenga anche per la parola " sequela ".

Abnegazione e croce non sono termini negativi, o comunque non lo sono necessariamente. Abnegazione non vuol dire chiusura, ma divieto di chiusura. L'abnegazione è la vittoria dell'io a favore degli altri; è dimenticarsi per donarsi. È sempre la difficoltà dell'elemento positivo che esige un atteggiamento che ha un nome negativo ed una storia non molto attraente.

Nemmeno la croce è un termine negativo. Non deve neanche essere limitata ad un momento della vita. La croce non è un elemento che ad un certo punto è introdotto nella vita: è la dimensione costosa che comporta ogni vita degna.

In questo senso, quando Gesù invita a seguirlo, Egli dice che questa sequela non è facile; dice che essa esige di dimenticare decisamente i canti delle sirene a cui siamo abituati da una natura che spesso si prende gioco di noi; dice che tutto questo è come prendere una croce gravosa. Però, Gesù dice anche: non è il peso della croce che rende difficile e che rallenta la sequela di Gesù, ma è il modo di portarla. L'abnegazione e la croce diventano così un ottimo criterio di discernimento. L'abnegazione e la croce non sono concetti, ma atti vitali concreti ed incarnati nelle situazioni storiche di ogni istante. Infatti, non si segue Gesù a tratti, in modo intermittente, ma continuo, per tutta la vita. La sequela non si può raccorciare a piacimento.

Il contesto di passione in cui si parla di sequela può aver fatto dimenticare il nesso tra sequela e risurrezione. Di fatto, la risposta di Pietro dimentica completamente la risurrezione (Mt 16,22), eppure, Cristo aveva parlato anche di risurrezione nello stesso contesto (Mt 16,21).

La passione non deve essere un ostacolo per unire sequela e risurrezione. Tra l'altro, perché la passione non può essere interpretata correttamente se non si ha presente il cammino che porta alla passione (la vita di Gesù) e l'orizzonte nuovo che si apre con la passione (la risurrezione).

Bibl. - Bpnhoeffer D., Sequela, Ed. Queriniana, Brescia, 1971. Lozano J.M., La sequela di Gesù, Milano, 1981. Mongillo D., " Sequela ", in: Nuovo Dizionario di Spiritualità, Ed. Paoline, Cinisello B., 1989, pp. 1431-1443. Schulz A., I discepoli del Signore, Torino, 1967. Tillard J.M., Carisma e sequela, Bologna, 1978.



Autore: A. Guerra
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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