Religione


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Col termine religione, ci si riferisce genericamente al problema del rapporto tra l'uomo e il trascendente. Questo rapporto ha avuto una molteplicità di manifestazioni storiche, alle volte così contrastanti che rimane difficile giungere ad una accezione comune.

Tuttavia, lungo la storia dell'umanità, fino ad oggi, si è riscontrato un tipo di fenomeni sociali sufficientemente caratteristici che chiamiamo religioni. Non è facile precisare il loro nucleo comune, ma si possono stabilire dei limiti. Uno serve a separare la religione dalla magìa; un altro è utile per delimitare il fenomeno religioso di fronte ad altri fenomeni culturali (morale, filosofia, arte) che hanno in comune la preoccupazione per il senso dell'esistenza.

C'è un termine generalmente ammesso per veicolare un tratto caratteristico della sfera religiosa: il sacro (o santo), opposto a profano. Si costruisce così il polarismo sacroprofano come strutturante del campo religioso (anche se da solo non è sufficiente). Il sacro allude primariamente al carattere di ciò che è " estraneo ", " altro ". Indica una rottura del livello dell'esperienza: rottura rispetto a che cosa? Rispetto a questo mondo " profano " (pro-fanum: etimologicamente, ciò che sta davanti al tempo). Esso, però, o rinchiude un carattere circolare  profano è ciò che non è sacro , o costringe a definire il profano come il quotidiano, il " normale ". È una definizione vaga: la magìa, la parapsicologia possono entrare in questa categoria ampia del sacro in quanto non-normale.

Per questo, oltre al sacro in senso largo, occorre elaborare la categoria del sacro in senso stretto (sacro religioso), che si differenzia dalla magìa. All'inizio di questo secolo, era in voga la teoria secondo; cui la religione deriverebbe dalla magìa: l'umanità avrebbe cercato in un primo tempo di dominare mediante gli scongiuri (magìa) il potere occulto che sfuggiva agli sforzi iniziali della sua tecnica rudimentale. Solo più tardi, immaginando un mondo di dèi, avrebbe cercato di renderseli propizi mediante la preghiera (religione). Però, l'antropologia culturale moderna mostra che presso i popoli primitivi coesistono la magìa e la religione, insieme ad una tecnica e ad una scienza più o meno evolute.

È valido, pertanto, elaborare due categorie differenti: il sacro magico rivela un atteggiamento utilitarista, come la tecnica, ma è rivolto a ciò che è " estraneo ", là dove si pensa che la tecnica non arriva. Il sacro religioso esprime un atteggiamento differente: celebra la vita e i suoi enigmi, e non è primariamente utilitario.

Tuttavia, in realtà, un certo " fattore magico " sembra accompagnare spesso certi atteggiamenti religiosi (di qui, il compito pastorale di una costante purificazione dell'elemento religioso). L'esperienza profondamente religiosa è accompagnata da altri due tratti:

a) il riconoscimento del totalmentè " altro " (il divino), che si traduce in adorazione, atteggiamento in cui l'uomo si sente ad un tempo attratto e pieno di rispetto riverenziale per quello che lo supera assolutamente mysterium fascinans et tremendum e

b) la ricerca della " salvezza ", che può essere intesa in molti modi, ed in cui, certamente, è espresso un interesse, non specifico ed utilitario, ma ultimo e capace di dare senso alla propria esistenza. La " salvezza " propriamente religiosa mira ad una realizzazione umana totalizzante.

Questi tratti generici del fattore religioso si presentano, come attestano la storia e l'antropologia, con una enorme varietà di forme concrete. Nelle varie religioni, il sacro religioso appare sotto molteplici aspetti materiali (ierofanìe). Tutto può diventare ierofanico per l'atteggiamento religioso. Alle volte, si può distinguere una eventuale linea evolutiva in queste manifestazioni del sacro religioso: dalle mediazioni ierofaniche più opache, nelle culture primitive, fino a ierofanìe più " trasparenti " del totalmente altro. Ciò che oggi non sembra esatto è la prospettiva evoluzionista rigida che era in voga all'inizio del secolo: secondo questa ipotesi, l'ordine evolutivo andrebbe dall'animismo al politeismo, e di qui, al monoteismo. Ora, già in strati religiosi molto antichi, è stata costatata l'esistenza di un certo germe di monoteismo. Ogni ierofanìa orienta verso il polo del mistero, come riferimento ultimo ed irraggiungibile dell'atteggiamento religioso. Questa mediazione ierofanica si muove sempre sul piano del simbolo. Per questo, in tutte le religioni, acquistano un'importanza fondamentale le azioni simboliche, e i riti, mentre il tipo dominante di linguaggio è quello simbolico, spesso nella forma del mito.

Religioni universali: si chiamano così quelle religioni in cui l'esperienza religiosa che sta alla base è rivolta primariamente alla persona, in quanto tale, prescindendo dai suoi legami etnici. Suppongono una personalizzazione del rapporto religioso. Invece, le religioni " nazionali " (in senso largo: nazione, tribù, clan...) sono esclusive del gruppo: esso è il vero soggetto religioso; l'individuo lo è soltanto in quanto è membro di questo gruppo.

C'è una soprendente coincidenza cronologica nella nascita delle religioni universali. Il fatto ha portato a parlare di un " tempo cardine ", cruciale, per l'evoluzione dell'umanità. Così, tra il 700 e il 500 a.C., vengono redatte in India le Upanishad. Verso il 600 a.C., vivono in Cina Lao Tze, e nell'Iran, Zaratustra. A partire dal 500 a.C., Gautama Buddha in India fonda la sua religione, e Confucio dà origine alla sua in Cina. Riguardo a Israele, Isaia vive verso il 770 a.C.; Geremia ed Ezechiele all'inizio dell'esilio di Babilonia (538 a.C.). Queste grandi religioni, coi loro personaggi religiosi eccezionali, dimostrano che il fenomeno religioso, senza cessare di essere un fenomeno eminentemente sociale, è nello stesso tempo, nei suoi strati più profondi, un fattore di personalizzazione. Ci sarebbe qui da parlare della distinzione tra una religione più dinamica (che produrrebbe un tipo di morale " aperta ") ed una religione più statica (che darebbe una morale più " chiusa ").

Però, la distinzione generalmente più accettata è quella di religioni mistiche e religioni profetiche. Le religioni mistiche implicherebbero una forte svalutazione della personalità e delle azioni umane: la salvezza è concepita come una dissoluzione del soggetto religioso, che è solo una comparsa nella realtà del Tutto (induismo, buddismo). Nelle religioni profetiche (mazdeismo, jahvismo, cristianesimo, islamismo), l'orientamento verso il mistero non escluda e la valorizzazione della storia umana come luogo salvifico; il simbolismo è più antropologico che cosmico; è data la massima importanza al rapporto interpersonale, e lo stesso mistero è rappresentato come " personale ".

Bibl. - Aa.Vv., Enciclopedia delle religioni, 5 voll., Firenze, 1970; Bianchi U., La storia delle religioni, Torino, 1970. Cantone C. (a cura di), Le scienze della religione oggi, LAS, Roma, . Durkheim E., Le forme elementari della vita religiosa, Ed. Comunità, Milano, 1963. Eliade M., Trattato di storia delle religioni, Torino, 1966. Leeuw van der G., Fenomenologia della religione, Torino, 1960. Vergote A., Psicologia religiosa, Ed. Borla, Torino, 1968.



Autore: J. Martínez Cortés
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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