Obbedienza


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Quando il P. Marie-Dominique Chenu si azzardò a dire: " L'obbedienza è una mediocre virtù morale ", c'era probabilmente qualcosa che saltava per aria. Tanto più che disse questa frase in risposta all'importanza che l'autorità ecclesiastica dava all'obbedienza.

D'altra parte, l'obbedienza fu predicata da Gesù con elogi che non si possono ignorare né sottovalutare (Fil 2,8; Eb 5,8). Questo porta a pensare che ci sia un malinteso nei riguardi dell'obbedienza.

Si afferma come un dato pacifico che col Vaticano II la fede ha riscoperto il senso originale Paolino. E lo ha fatto proprio nel ricordare la sua dimensione di obbedienza: " A Dio che rivela è dovuta "l'obbedienza della fede" (cf Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6) " (DV 5). Lo stesso P. Chenu, che sembrava abbassare il valore dell'obbedienza, spiegava così l'atteggiamento che aveva meritato l'elogio delle autorità ecclesiastiche: non fu l'obbedienza, ma la " fede nella parola di Dio, secondo cui gli inciampi e gli incidenti lungo la via non sono nulla ". Queste due testimonianze sono importanti, perché non intendono dire che bisogna mettere fede nell'atto dell'obbedienza: è proprio il contrario: bisogna mettere l'obbedienza nell'area della fede.

La stretta relazione tra obbedienza e fede permette di superare l'idea secondo cui l'obbedienza spetta alla vita religiosa mediante il voto di obbedienza. Il fatto che l'obbedienza non solo sia uno dei tre voti che costituiscono la vita religiosa, ma che sia stata addirittura ritenuta la base della stessa vita religiosa, e che sia stato ricordato spesso che anticamente si faceva solo il voto di obbedienza, ha fatto sì che sono state praticamente identificate obbedienza e vita religiosa. Perciò l'obbedienza, nella vita cristiana, aveva scarsa importanza.

L'obbedienza concerne invece ogni cristiano, semplicemente perché concerne Cristo. Nel decreto Perfectae caritatis, il Concilio ricorda ai religiosi l'obbedienza di Cristo (Gv 4,34; 5,30; Eb 10,7; Sal 39,9; Fil 2,7; Eb 5,8) (PC 14). Questo vale anche per tutti i cristiani: la vita di Gesù, anche l'obbedienza, è il cammino per ogni cristiano. Non si può monopolizzarlo, ma neanche sottrarsi ad esso.

Il problema dell'obbedienza ha le sue radici nelle mediazioni. Presso i cristiani, non c'è difficoltà ad ammettere in teoria l'obbedienza ad una riconosciuta volontà di Dio. La " sostituzione " di Dio da parte di un uomo crea sempre il problema della mancanza di identificazione tra Dio e questi mediatori umani, che dovrebbero rappresentare Dio nell'interpretazione (nel decidere, nel comandare) della coscienza oggettiva.

D'altra parte, tuttavia, il cristianesimo è la religione del mediatore: Gesù, e lo è proprio in quanto uomo: l'uomo Cristo Gesù (1 Tm 2,5). Considerare e porre l'accento nelle mediazioni e, conseguentemente, nei mediatori, sembrano atteggiamenti più cristiani che non la relazione diretta ed immediata con Dio. Questo è importante per un cristiano.

La nostra cultura democratica ha portato spontaneamente ad una umanizzazione dell'obbedienza ecclesiale. Le forme sono cambiate e la persona conta molto più di prima. Non parliamo qui dell'obbedienza religiosa, ma dell'obbedienza cristiana nella Chiesa.

Si può anche dire che quando il Vaticano II parla dell'obbedienza, non menziona l'ossequio dell'intelletto (mentre lo fa quando parla della fede: DV 5) , ma quello della volontà. Si ha con questo l'impressione che l'obbedienza cristiana sia l'accettazione di un modo di comportarsi nelle cose pubbliche di quella componente comunitaria che è la Chiesa, più che qualcosa d'altro. Con ciò, il rispetto per la persona e per la vita privata avrebbero un percorso differente.

Quanto precede può dare l'impressione che si apra una nuova e dannosa dicotomia (privato-pubblico, intelletto-volontà), e che la Chiesa rimanga relegata in una società, un gruppo, un partito, ecc., che esige l'ordine come ogni complesso, ma nulla più.

Le cose non stanno così. La Chiesa è una comunità di fratelli in cui nessuno può farsi padrone e signore di essa. Gesù è l'unico Signore. Ora, in questa comunità riunita nel suo nome, è presente Gesù con un tipo di presenza che sancisce quello che la comunità ha ritenuto più opportuno: " Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro " (Mt 18,20). I1 particolare rimane così accompagnato per evitare i personalismi che possono essere molto fallaci. Il senso della comunità è per il singolo una parola molto forte e un punto di riferimento. Quando uno ha sbagliato, ha come ultimo riferimento la comunità: " Dillo alla comunità " (Mt 18,17). Servirà a qualcosa.

Nella Chiesa, ci sono stati quasi sempre conflitti tra superiori e sudditi (per esprimersi in qualche maniera). Alcune fasi della vita della Chiesa sono state specialmente dure. È meglio dimenticarle e perdonare anziché ricordare ed accusare. Per non ripetere le stesse cose, ricordiamo qui la reazione antimodernista, ancora nel nostro secolo. Anche recentemente, si sono uditi rumori poco graditi. L'obbedienza è vissuta ecclesialmente in frequente conflitto.

È avvenuto per l'obbedienza quello che è avvenuto per l'amore. Prima, si è pensato che l'amore evitasse i problemi; poi, che poteva convivere coi problemi; infine, che poteva provocare i problemi. Sembra che questo stia succedendo all'obbedienza nella Chiesa.

In qualsiasi forma, e senza che necessariamente ci si trovi tutti i giorni di fronte a problemi rumorosi, l'obbedienza è compatibile con una identificazione parziale, e questa identificazione parziale è quella che sostenta una conflitto sordo che potrebbe essere equiparato ad un sano e normale pluralismo.

Bibl. - Aa.Vv., Nuovo stile d'obbedienza, Ed. Ancora, Milano, 1969. Goffi T., " Obbedienza ", in: Nuovo dizionario di spiritualità, Ed. Paoline, Cinsello B., , pp. 1074-1091. Hayen A., Comunione e obbedienza nella libertà, Ed. Vita e Pensiero, Milano, 1973. Rondet H., L'obbedienza, problema di vita, mistero di fede, Ed. Queriniana, Brescia, 1969. Rueda B., Eccomi, Signore. Considerazioni sull'obbedienza, Ed. Ancora, Milano, 1975.



Autore: A. Guerra
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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