Morte


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L'uomo è un essere intaccato dalla finitudine e soggetto all'impotenza. Assomiglia più a Sisifo condannato a spingere sul monte un grande macigno che non a Prometeo autosufficiente che sfida gli dèi. Prometeo è presentato da Marx come il primo santo del calendario laico. Ogni pretesa prometeica si scontra frontalmente con la morte, che è una delle più caparbie ed inevitabili manifestazioni della finitudine e dell'impotenza dell'uomo. Perire è ciò che meglio definisce la finitudine, ricordava il professore Tierno Galvan, secondo la sua ottica agnostica.

Il fenomeno della morte è stato oggetto di riflessione costante nella storia della filosofia e della teologia. È presente anche, direttamente o indirettamente, in quasi tutte le correnti di pensiero del nostro secolo. Se il marxismo classico cerca di raggirarlo e di prestargli una scarsa attenzione, filosoficamente parlando, il marxista umanista e critico di questi ultimi decenni lo ha preso sul serio e lo ha affrontato in tutta la sua crudezza e con una grande onestà intellettuale. Basta consultare, tra le altre, le opere di Garaudy e di Bloch, per costatare l'insoddisfazione che mostrano di fronte alla visione ristretta e soffocata del marxismo ortodosso riguardo alla morte.

Oggi, il problema della morte non si pone solo nell'ambito dell'escatologia, ma anche, e preferibilmente, in quello dell'antropologia. Il problema non viene affrontato unicamente nel suo rapporto con l'al di là, ma, soprattutto, in relazione molto stretta col problema del senso della vita e della storia, con gli imperativi etici scritti nella persona e con l'interrogativo sul futuro dell'uomo, dell'umanità e del cosmo.

La prima cosa che appare nella riflessione sulla morte è che si tratta di un fenomeno universale, che non ammette eccezioni. Non esiste un luogo dove l'uomo possa rifugiarsi per sfuggire alla morte. Et in Arcadia ego, ci ricorda Bloch: la danza della morte raggiunge anche il più bello dei luoghi di questa terra. Nemmeno l'eliminazione totale della povertà, né la comparsa di una società giusta e fraterna, senza dominatori né dominati, riusciranno mai ad eliminare l'ansia per la morte, che si fa sentire con una durezza singolare. Heidegger ha definito l'essere umano un " essere per la morte ". La morte è proprio la più grande certezza della nostra esistenza.

La seconda cosa che si nota è il carattere tragico e terribile della morte: essa appare come la più fredda anti-utopìa, dice Bloch; distrugge ogni felicità e dissolve ogni comunità, secondo Le mille e una notte. È la maggiore di tutte le disgrazie umane, poiché " con essa, si toglie all'uomo ciò che è più degno di essere amato: la vita e l'essere ", diceva san Tommaso d'Aquino.

La morte si presenta a noi, nello stesso tempo, come il più grande enigma della condizione umana ed il più difficile da decifrare. Per quanto si cerchi di approfondire il mistero della morte, non cesserà mai di essere un mistero. Assieme all'enigma, si trova anche la protesta contro il suo apparente non-senso. Nel più profondo dell'essere umano, esiste un'aspirazione irrefrenabile per la pienezza ed il compimento, una dimensione prospettica tesa verso il regno della libertà e verso la patria dell'identità. E questo si spezza con la morte.

Molte sono state le risposte che i pensatori hanno tentato di dare al problema della morte. Molti sono stati gli atteggiamenti adottati dall'umanità di fronte a questo evento così enigmatico, incomprensibile e tragico. Secondo Epicuro e i suoi discepoli, la morte non ha nulla a vedere con l'uomo; non potrà mai esserci fra loro un incontro faccia a faccia. Dove c'è l'uomo, non c'è la morte, e dove c'è la morte, non c'è l'uomo. La tesi epicurea è stata ripresa, con certe sfumature, da Bloch. Secondo lui, la morte appartiene al processo, ma non ai soggetti che rendono possibile il processo. Il nucleo dell'esistenza rimane fuori dal terreno della morte, e perciò non viene intaccato da essa. Il filosofo marxista di Tubinga afferma la sua speranza di non perire interamente. È noto il suo aforisma: " Non omnis confundar ".

Per il dualismo antropologico greco, la morte è il momento della liberazione piena dell'uomo, poiché l'anima ritorna al suo stato originale, che è l'esistenza pura, libera dal corpo. Molto diffusa nelle culture orientali, ed oggi in aumento, è la teoria della reincarnazione o trasmigrazione delle anime, che consiste nella reincarnazione dell'anima nel corpo di un animale o di un altro uomo dopo la morte, fino alla sua purificazione totale.

Arriviamo infine alla visione cristiana della morte. Anche se essa ha dei punti di contatto con altre concezioni filosofiche e religiose, contiene aspetti particolari. Secondo la visuale dell'antropologia biblica e cristiana, la morte è un evento che colpisce tutto l'uomo, il quale è una unità in tensione. Rahner parla con molta precisione filosofico-teologica delle due facce o della " dialettica reale-ontologica " della morte: da un lato, la morte è rottura dall'esterno, ed è lo spossessamento totale dell'uomo. Da un'altra parte, è la consumazione attiva dall'interno, generazione crescente, presa di possesso totale della persona. È proprio nella morte che l'esistenza umana raggiunge la sua perfezione, la sua consumazione, la sua pienezza. Il teologo Boros, proseguendo in questa impostazione, presenta la morte come il momento della decisione finale della vita umana, della decisione fondamentale della vita dell'uomo. Questa teoria, che esercitò un'influenza molto forte nel panorama teologico degli anni '60, è oggi in gran parte abbandonata, perché manca di basi bibliche e non poggia sull'esperienza.

La dialettica di cui parla Rahner appare nella morte di Gesù. Da una parte, Gesù sperimenta la morte come un avvenimento tragico e orribile, a cui vorrebbe sottrarsi. Dall'altra, la sua morte è un atto consapevole di donazione, un atto libero di fede e di amore, di speranza nel compimento del Regno di Dio, una conseguenza dell'impegno liberatore che Gesù assunse in tutta la sua vita. La morte di Gesù sfocia nella risurrezione, nel trionfo della vita. Cosi, egli ricupera l'esistenza piena per sé e per l'umanità. Il cristiano va incontro alla morte con timore e tremore, ma nello stesso tempo, l'accoglie con la speranza gioiosa della risurrezione: infatti, dalla sua fede in Cristo risorto, il cristiano ha la fiducia che l'ultima parola spetterà alla vita. La memoria della passione, della morte e della risurrezione di Gesù, lungi dal portare alla rassegnazione, porta direttamente a lavorare per il Regno di Dio nella storia.

Bibl. - Boros L., Mysterium mortis. L'uomo nella decisione finale, Ed. Queriniana, Brescia, 1969. Gozzelino G., Nell'attesa della beata speranza. Saggio di escatologia cristiana, Ed. Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1993. Küng H., Vita eterna?, Ed. Mondadori, Milano, 1983. Pozo C., Teologia dell'al di là, Ed. Paoline, Roma, . Rahner K., Su una teologia della morte, in: Rahner K., Nuovi Saggi, V, Ed. Paoline, Roma, 1975, pp. 241-265. Rudoni A., Escatologia, Ed. Marietti, Torino, 1972. Ruiz de la Peña J.L., L'altra dimensione. Escatologia cristiana, Ed. Borla, Roma, 1981.




Autore: J.J. Tamayo
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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