Mistero


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Etimologicamente, è probabile che il termine mistero derivi dal greco mýein (chiudere la bocca). Mystèrion verrebbe a significare l'occulto, ciò di cui non si parla. Nella storia delle religioni, c'è tutta una lun ga tra diz ion e. Esso significava:

1. Un rito religioso occulto, a cui potevano prendere parte solo gli iniziati (mýstes), e con esso, cercavano di raggiungere la salvezza. Così, per esempio, nei culti misterici greco-orientali e romani. In questo senso, la parola era usata di solito al plurale.

2. Con Platone, significò una dottrina occulta ed oscura.

3. Nella magìa, voleva dire una formula o un'azione magica.

4. Nella lingua della gnosi, indicava una rivelazione divina occulta.

5. Nella fenomenologia della religione, si tratta di una " realtà " verso cui è ordinato l'atto religioso in quanto tale. Appartiene all'essenza di tutto ciò che è strettamente religioso. E' qualcosa che trascende l'intelletto umano nella sua capacità, ma che si manifesta in modo oscuro e che attira, mentre ispira un rispetto riverenziale (" fascinans et tremendum ").

6. Nell'AT e nell'ebraismo, la parola si trova solo nei libri più tardivi, nella versione dei LXX, alle volte col significato di culto segreto (Sap 14,15-23); altre volte (Sap 6,22), la dottrina sull'origine della sapienza presenta come rivelazione di misteri, cioè, di segreti divini. Questa parola non è mai riservata agli iniziati, come nei culti greco-orientali; queste cose sono invece bandite ai quattro venti, affinché la sapienza si diffonda tra gli uomini. Nel libro di Daniele, si dà il nome di misteri ai sogni coi quali Dio vuole manifestare a Nabucodonosor i suoi occulti disegni circa il futuro. L'apocalittica giudaica si presenta come la rivelazione di misteri che si riferiscono all'origine del cielo e della terra, ma soprattutto al futuro di Israele e alla fine del mondo. Enoc legge su tabelle celesti il mistero, i beni celesti che Dio ha preparato per gli spiriti di coloro che muoiono nella giustizia (Enoc 103,2 ss). Così, il termine riceve un netto senso escatologico che in Daniele era ancora poco chiaro.

7. Nel NT: nei Sinottici, il Regno di Dio è chiamato mistero (Mc 4, 11 e par.): è un segreto divino, rivelato a un " piccolo gregge " di fedeli (Lc 12,32), mentre agli altri, è presentato in parabole, cioè, in immagini.

In san Paolo, mistero significa soprattutto un disegno divino che può essere conosciuto solo mediante la rivelazione. L'oggetto principale del mistero è l'economia divina di salvezza, che si è realizzata con la morte di Cristo in croce e con la sua risurrezione.

Certi elementi del cristianesimo hanno una qualche rassomiglianza formale con le religioni misteriche pagane (l'iniziazione, l'anàmnesi, il pasto sacro, la salvezza dei singoli). Tuttavia, il sottosuolo storico dei riti cristiani (battesimo, eucaristia) si trovai nell'AT e nell'ebraismo del tempo di Gesù, che non conosceva affatto questo tipo di iniziazione misterica.

Nei culti misterici (Eleusi, Attis, Cibele, Dionisio, Iside, Mitra), veniva commemorato (anàmnesi), rappresentato e realizzato il destino mitico del dio. Con la partecipazione ai riti, l'iniziato partecipava personalmente alla salvezza (illuminazione, vita) che questo dio gli offriva. Però, le differenze con la concezione cristiana del mistero sono profonde. Il termine, generalmente al plurale, significa nelle religioni greco-orientalili riti sacri rivelati solo agli iniziati. Non significa, come invece in san Paolo, il disegno di Dio conosciuto per rivelazione. Questo senso appare solo nella letteratura mistico-ermetica, che acquistò la sua redazione attuale non prima del secolo III per cui, come risulta chiaro è più tardiva da san Paolo. Però, l'apostolo conosceva le religioni misteriche da cui prese poche espressioni. Del resto, in nessun culto misterico si parla di una vera risurrezione di un dio morto. La morte della divinità non è mai presentata come un sacrificio volontario. La salvezza spirituale offerta agli iniziati non è una redenzione del peccato, e rare volte esige una trasformazione morale degli uomini.

Oggi, si ammette di avere esagerato nel trovare analogie tra le aspirazioni delle religioni misteriche ed il messaggio cristiano di salvezza. Ci si era basati sull'occasionale comparsa dell'idea di una " rinascita " e su altri termini simili.

La fenomenologia dell'atto religioso ha messo in risalto il concetto di mistero in quanto collegato con una dimensione originaria dell'uomo. Come tutte le dimensioni profonde della persona, non può essere percepita direttamente dal soggetto (Come sarebbe possibile vedere il Grande Veggente?, si chiedevano le Upanishads). Solo attraverso i sentimenti, gli atti o le idee che genera, abbiamo un accesso indiretto a questa dimensione. L'uomo, infatti, non si esaurisce nella conoscenza e nella manipolazione degli oggetti del mondo, e neanche nelle domande che esso pone. La prima piega di questa dimensione originaria si manifesta nel fatto che l'uomo si esperimenta e vive a se stesso come qualcuno che sta alla luce e alla presenza di un al di là di se stesso e del mondo, che può essere identificato come il mistero.

Il fatto di non distinguere tra gli atti, il vissuto e le idee a cui dà origine questa dimensione, le sue mediazioni, dimensione stessa e la sua origine, ha portato le psicologie riduttive del religioso a spiegare la religione e l'idea di Dio come il risultato dell'ignoranza dell'uomo in rapporto con le realtà che lo superano, come il risultato del suo timore di fronte all'ignoto, della sua angoscia di fronte alla morte. È certo che il timore dinanzi alla morte e al futuro imprevedibile intervengono nella costituzione dei simboli, dei miti e delle idee riguardanti la divinità. Però, il punto caratteristico della condizione umana non è questo timore di fronte alla morte, ma il modo di affrontarla come frontiera e il modo di vivere la morte ingiusta che la trasforma in problema e in scandalo. L'esperienza religiosa profonda, l'indizio del mistero, si manifesta come un'attività creativa, capace di configurare le varie culture, tanto nelle loro rappresentazioni non teiste, come in quelle teiste, in una molteplicità sbalorditiva, come viene attestato dalla storia delle religioni.

Bibl. - Allievi L., I misteri pagani e i sacramenti cristiani, in: Aa.Vv., Problemi ed orientamenti di teologia dogmatica, 2, Ed. Marzorati, Milano, 1957, pp. 751-774. Caviglia G., Le ragioni della speranza cristiana, Ed. Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1981, pp. 113-132. Cerfaux L., Cristo nella teologia di san Paolo, Ed. AVE, Roma, 1969. Eliade M., Trattato di storia delle religioni, Torino, 1966. Otto R., Il sacro, Milano, . Penna R., " Mistero ", in: Nuovo Dizionario di teologia biblica, Ed. Paoline, Cinisello B., 1988, pp. 984-993. Rahner H., Miti greci nell'interpretazione cristiana, Ed. Il Mulino, Bologna, 1971.



Autore: J. Martinez Cortés
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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