Missioni estere


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La parola missioni, al plurale, corrisponde all'evangelizzazione o pastorale missionaria che si svolge nel periodo che va dalla fine del secolo XV o inizio del secolo XVI (scoperta del Nuovo Mondo) fino alla seconda guerra mondiale.

Le missioni erano intese come un apostolato speciale compiuto dai missionari nei cosiddetti paesi di missione, fuori d'Europa, specialmente in Africa e in Asia. Non c'erano missionari nei paesi di cristianità: in essi, si pregava e si raccoglievano soldi per le missioni. Le missioni richiamavano paesi esotici, religioni pagane, costumi primitivi, povertà ancestrale, pericoli e rischi a non finire. I missionari godevano di un prestigio quasi magico per la loro generosità, il loro coraggio ed il loro zelo apostolico.

L'inizio delle missioni moderne va collocato nel 1622, quando Gregorio XV fondò la Congregazione per la propagazione della fede, che oggi si chiama Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. L'espansione delle missioni avvenne principalmente nel secolo XIX, quando si aprirono alle influenze straniere i paesi dell'Estremo Oriente e fu conquistata l'intera Africa. Tra il 1870 ed il 1914, la colonizzazione imperialista europea raggiunse il suo vertice. Il cristianesimo fu impiantato nei paesi missionari sotto il rigido controllo del Vaticano, mentre contemporaneamente si estendeva la civiltà europea sotto gli impulsi di una conquista sensibilmente violenta. La Chiesa fu un'istanza super-nazionale affinché l'azione missionaria non soccombesse agli interessi commerciali e strategici. In questo modo, le missioni estere dipesero totalmente dalla Santa Sede.

Le missioni furono create sotto il segno del sistema di conquista e perfino con la protezione di sovrani, come a w enne per il Portogallo e la Spagna. Le missioni godevano dell'appoggio del potere politico ed economico dei conquistatori. Era una Chiesa coloniale.

In secondo luogo, le missioni si svilupparono tra popolazioni semplici e povere. Il missionario occidentale, straniero al paese missionario, si imponeva per i suoi valori culturali e religiosi eminenti. Meno influenzate rimanevano le città e le " élites ". Era una Chiesa rurale.

Gli indigeni, in terzo luogo, accettavano passivamente questi valori stranieri. Le missioni dipendevano fondamentalmente dall'Europa (più tardi, anche dagli Stati Uniti e dal Canada), con uno stampo occidentale, un rito latino, una teologia europea e un codice romano. Era una Chiesa importata.

Infine, le missioni, con tutte le loro opere (ospedali, scuole, ecc.) erano in mano a religiosi e religiose. L'incorporazione del clero diocesano, mediante gli " istituti di missioni " fu posteriore. Era una Chiesa clericale.

Appunto per tutti questi motivi che abbiamo ora enunciato, facendo la Chiesa parte della società occidentale, del suo potere e della sua cultura, è logico che la crisi del colonialismo contribuì alla crisi delle missioni. In pochi anni, si passò da una fantastica ambizione missionaria ad una situazione di insicurezza e di perplessità. Si parlò perfino di " de-missione ". Alla fine della seconda guerra mondiale, apparvero nelle grandi città e perfino in vaste zone rurali, ambienti non evangelizzati. È il passaggio da una Chiesa con missioni ad una Chiesa in stato di missione. Una nuova direzione missionaria fu presa dal Concilio Vaticano II. Al posto di missioni, si preferisce ora parlare di Chiese giovani; invece di usare la parola missione, dopo il Concilio, si parla di evangelizzazione.

Bibl. - Colzani G., La missionarietà della Chiesa, Ed. Dehoniane, Bologna, 1975. Dhavamony M. (ed.), Prospettive di missiologia oggi, PUG, Roma, 1982. Friedli R., " MissioneScienza della missione ", in: Enciclopedia teologica, Ed. Queriniana, Brescia, 1989, pp. 586-592.



Autore: C. Floristán
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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