Miracolo


66

L'atteggiamento dei cristiani di fronte ai miracoli si muove di solito tra due estremismi difficilmente conciliabili: da una parte, ci sono quei credenti che subordinano la fede ad un " segno del cielo ", cioè, ad un fatto prodigioso e spettacolare che si imponga con la forza del sensazionale e del vistoso; dall'altra, ci sono quelli che, da posizioni decisamente razionaliste, escludono, paradossalmente, dall'ambito della fede tutto quello che supera i limiti della comprensione razionale. Gli estremismi sono, per esprimerli in sintesi, il miracolismo ed il razionalismo.

Questo si riflette nella vita dei credenti, nella predicazione, nella catechesi, nell'azione pastorale e perfino nella teologia favorendo atteggiamenti confinanti alle volte col magico, o, all'opposto, impostazioni demistificatrici, senza che risulti facile collocare i miracoli nei giusti termini.

Secondo i racconti evangelici, i miracoli occupano un posto distinto qualitativamente e quantitativamente nella vita e nella prassi di Gesù. Una cristologia che trascurasse questo aspetto farebbe un'amputazione enorme. Però, non si può da ciò concludere che l'attività di Gesù si sia limitata ad essere soltanto taumaturgica. Non si può neanche affermare che la fede abbia nei miracoli il suo " principio e fondamento ". Gesù rifiuta di concedere il " segno dal cielo " che gli chiedono alcuni scribi e farisei, perché questa sete di prodigi denota la cattiva volontà di credere. Non solo: quelli che gli hanno chiesto questo segno sono da lui chiamati: " generazione perversa e adultera " (Mt 12,39). Gesù teme che i segni straordinari, invece di portare ad un rapporto gratuito con lui e alla sua sequela, conducano invece ad un rapporto interessato: " Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei piani e vi siete saziati " (Gv 6,26). La strada più sicura che porta alla fede non sono i prodigi, ma l'incontro con Gesù.

I racconti di miracoli neotestamentari non sono descrizioni elaborate da testimoni oculari, ma, come fa notare giustamente Metz, sono testimonianze ordinate kerigmaticamente ed elaborate teologicamente. Non sono semplici eventi costatabili in maniera naturale e neutrale, ma sono segni che, per la loro stessa natura,influiscono sull'esistenza umana nel suo orientamento verso un futuro salvifico.

I miracoli non costituiscono una dimostrazione arbitraria dell'onnipotenza di Dio; non si riferiscono al suo intervento trascendente: sono segni che l'intera realtà umana è inserita nell'economia storica di Dio; sono segni della presenza anticipata della salvezza escatologica. Il luogo originario della possibile esperienza dei miracoli non è l'osservazione metodica delle leggi della natura, come avviene nelle scienze naturali: è la storia della promessa, dell'incontro con Dio sempre più grande. Egli è capace di sorprenderci e di superare i nostri determinismi naturali con la sovrabbondanza del suo amore.

L'apologetica classica trascurava il carattere di segno che i miracoli hanno nei vangeli, e si fissava unicamente sul loro carattere prodigioso: " praeter ordinem totìus naturae creatae " (oltre l'ordine di tutta la natura creata), secondo la definizione formulata da san Tommaso d'Aquino e ripetuta in tutti i manuali di teologia. Conviene tenere presente, a questo riguardo, che le espressioni più frequenti dei vangeli per designare le opere di Gesù sono: dynamis (l'atto di potere), èrgon (l'opera) e semèion (il segno). Nessuno di questi termini si riferisce all'aspetto vistoso e sorprendente dell'agire di Gesù. In Giovanni, più che nei Sinottici, viene accentuato il carattere di segno del miracolo che gli dà un significato fondamentale: la venuta del Regno, l'anticipazione dei nuovi cieli e della nuova terra. I miracoli di Gesù che vengono narrati " non intendono essere altro che presentazioni simboliche, corporee e tipiche della salvezza annunciata da Gesù " (J. Blank).

I miracoli di Gesù sono anche messi in stretto rapporto con le promesse messianiche, come si può vedere nella risposta data (Gesù agli inviati di Giovanni Battista (Lc 7,18-23) e nella sinagoga di Nazaret (Lc 4, 18-19). In entrambi i casi, vengono citati testi escatologici di Isaia.

Una corretta comprensione dei miracoli di Gesù obbliga a superare i metodi di verifica delle scienze naturali: non è questo il piano in cui deve svolgersi la riflessione teologica. Bisogna dare la precedenza alla dimensione simbolica e prassica, che è quella che appare in tutta la sua nitidezza nelle varie tradizioni evangeliche. Così, apparirà il suo genuino senso liberatore.

Bibl. - Boublik V., Incontro con Dio, Roma, 1968. Lambiasi F., L'autenticità storica dei vangeli. Studio di criteriologia, Bologna, 1976. Locatelli A., Dio e il miracolo, Venegono Inf., 1963. Latourelle R., " Miracolo ", in: Dizionario di Teologia fondamentale, Ed. Cittadella, Assisi, 1990 pp. 748-771. Léon-Dufour X. (ed.), I miracoli di Gesù, Brescia, 1980. Mussner F., I miracoli di Gesù, Brescia, 1969. Weiser A., I miracoli di Gesù, Bologna, 1980.




Autore: J.J. Tamayo
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
Acquista la Bibbia per la Scrutatio dalla Libreria del Santo
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online