Idolotito


Letteralmente, dal greco, = "sacrificato all'idolo"; è la parte dell'offerta, in genere, o della carne dell'animale immolato in sacrificio alla divinità, che di diritto spettava ai sacerdoti; i quali, preso quanto loro era necessario, facevano vendere il rimanente nelle pubbliche macellerie (1Cor 10, 25).
Secondo la mentalità del tempo, mangiar di carni siffatte era partecipare al sacrificio, al culto; entrare in comunione con la divinità (v. Eucaristia).
Era lecito ad un cristiano, invitato ad un banchetto, mangiar di dette carni, notoriamente idolotite? O, in genere, come comportarsi per la loro mensa?
Il concilio di Gerusalemme accolse il suggerimento di Giacomo il Minore, perché nelle comunità miste, i convertiti dal paganesimo, se ne astenessero, per non urtare il sentimento dei giudeo-cristiani (At. 15, 28 s.).
Per i fedeli di Corinto (I Cor 8, 1-13; 10, 14.23), s. Paolo non dà un proibizione generica; in realtà, per chi conosce il nulla degli idoli, l'i. non ha nulla di speciale. Si tratta, diremmo noi, di materia indifferente. Il cristiano dalla coscienza ben formata si regola pertanto liberamente; ma egli deve tener sempre presente il principio aureo della carità fraterna, ad evitare di recar danno a qualche fratello, dalla coscienza ancora debole, il quale potrebbe essere indotto dal suo esempio a mangiar di quella carne, pur ritenendo ancora l'antica mentalità, e quindi contro coscienza.
Per tale principio, pertanto, il fedele regolerà la sua condotta, praticamente, tenendo sempre presente l'ardente espressione dell' Apostolo: «Ma se io devo turbare la coscienza di un fratello, non toccherò mai della carne».
[N. C.]

BIBL. - BUCHSEL, in ThWNT, II, p. 375 s.; E. B. ALLO, Première épitre aux Corinthiens, 2a ed., Parigi 1935, pp. 195-215. 236-45.


Autore: Padre Natale Ciavatassi
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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