Linguaggio religioso


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Nella tematica del linguaggio religioso, sono implicati fattori antropologici, psicologici, storici e sociali, oltre a quelli propriamente religiosi (biblici, liturgici, teologici). Non è possibile parlare del linguaggio religioso senza partire dalla interdisciplinarietà, sia pure elementare.

Il linguaggio religioso non sta al margine dei cambiamenti sociali, filosofici e scientifici. Gli uomini che intendo esprimere le loro esperienze religiose sono gli stessi che vivono questi cambiamenti. L'impegno pastorale obbliga sempre a mettere in risalto questi implicanze.

L'uomo è quello che è grazie al linguaggio: parlare ed essere uomo sono la stessa cosa. Le vicende del linguaggio sono, inevitabilmente, vicende della comunità religiosamente credente (" i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo ": Wittgenstein). La religione nasce nello spirito del credente che si ritiene invalido per una comunicazione del sacro (ierofanìa). Il fenomeno interno gravita a sua volta verso la sua espressione e diffusione. La religione è un fenomeno sociale: non esiste, propriamente parlando, una religione privata. In un modo o in un altro, i credenti colgono il sacro e vogliono realizzare la sua epifania nel gruppo sociale in cui vivono, e questo è possibile solo mediante il linguaggio.

Il linguaggio religioso non è, pertanto, altro che il linguaggio comune con cui le religioni del mondo intendono dire l'" ineffabile " (il divino) che si manifesta, e, nello stesso tempo, generare un'esperienza simile e configurare un comportamento, partendo da questo misterioso incontro col sacro. Per questo, è necessario l'uso della capacità analogica del linguaggio (simboli), con cui viene evocata questa nuova entità (il divino). Si produce una rottura a livello del quotidiano, del profano. L'umano, senza cessare di essere quello che è, costituisce l'unica mediazione che l'uomo possiede per parlare di Dio.

Per quanto riguarda il cristianesimo, fin dai primi secoli, si è fatto uno sforzo per impedire che il linguaggio cristiano si trasformasse in un linguaggio esoterico (solo per gli iniziati). A ciò allude, per esempio, la Lettera a Diogneto, esplicitamente.

Il problema radicale del linguaggio religioso è questo: quando l'uomo, col suo linguaggio, parla di Dio, qual è il suo vero contenuto? La teologia cristiana afferma la inapprensibilità diretta di Dio. Che senso ha dare un linguaggio a qualcosa che è direttamente inafferrabile?

Qualche corrente protestante (Bultmann) sostiene che, quando l'uomo parla di Dio, non solo parla l'uomo, ma in realtà sta parlando dell'uomo. In seguito, la tendenza radicale chiamata " teologia della morte di Dio " ha affermato che il cristianesimo si riferisce fondamentalmente all'uomo: il suo linguaggio su Dio sarebbe un modo, dato storicamente, di dire quello che si pensa sulla vita e sulla storia umana.

Più categoricamente, è stato detto partendo dal pensiero ebraico che la Bibbia è un libro intorno all'uomo: non una teologia dal punto di vista dell'uomo, ma una antropologia dal punto di vista di Dio.

Anche da parte cattolica, si è insistito per de-ontologizzare il linguaggio religioso a favore di una maggiore antropologizzazione. Il contenuto più immediato del linguaggio religioso cristiano è una esperienza esistenziale di salvezza. All'uomo (tanto a quello che parla, quanto a quello che ascolta il linguaggio che, nel contesto cristiano si chiama " Parola di Dio "), si aprono orizzonti di piena auto-realizzazione e gli vengono suggerite prospettive ultimi, in modo tale che il " trascendente " non è mai la rivelazione di un mondo estraneo a lui e senza di lui. Non si nega con ciò l'esistenza dell'ontologico divino, né che la Bibbia contenga una rivelazione, agli occhi dell'uomo, di come Dio è nella sua interiorità impenetrabile. Tuttavia, il linguaggio religioso, per quanto metafisico sia, implica sempre il racconto di una storia viva, di un dramma in cui l'uomo è un protagonista: il fatto teologico cristiano possiede un dinamismo antropocentrico.

Dal punto di vista pastorale, il problema è: Come ottenere che il linguaggio religioso sia veramente significativo? Gli orientamenti attuali avviano verso una metodologia che si potrebbe chiamare di " induzione pastorale ". Ha in comune con l'induzione scientifica il riferimento alla esperienza particolare, la valorizzazione del concreto vissuto, come base per andare verso certezze, capaci di legittimare un'affermazione generica (in questo caso, su Dio). I credenti in Dio e in Gesù, parlando della loro fede, alludono alla loro esperienza concreta come base per rendere possibile l'esperienza di altri.

Bibl. - Aa.Vv. (Associazione teologica italiana), Il linguaggio teologico oggi, Ed. Ancora, Milano, 1970. Antiseri D., Filosofia analitica e semantica del linguaggio religioso, Ed. Queriniana, Brescia, . Bagot J.P., Quale linguaggio per la catechesi?, in: " Catechesi ", 46 (1977) 13, 27-42. Riv. " Credere oggi ", 4(1984) n. 19: I linguaggi della fede. Halbfas H., Linguaggio ed esperienza nell'insegnamento della religione, Herder, Roma, 1970. Molari C., " Linguaggio ", in: Nuovo Dizionario di teologia, Ed. Paoline, Cinisello B., , pp. 778-814. Idem, La fede e il suo linguaggio, Ed. Cittadella, Assisi, 1972.




Autore: J. Martnez Cortés
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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