Inculturazione della fede


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L'espressione inculturazione della fede si riferisce ad una relazione di carattere strutturale tra la fede e la cultura. La fede è sempre fede di uomini concreti, nello spazio e nel tempo della storia, cioè, nella cultura. Questo vale per ogni esperienza religiosa. Vale specialmente per l'esperienza biblica e cristiana, pienamente inserita nella storia.

Anche se oggi ci sembra una cosa ovvia, la coscienza teologica non ha riflettuto su questa relazione fede-cultura fino all'Illuminismo. Credere voleva dire accettare la Parola di Dio così come si presentava nella Scrittura che, essendo ispirata, era ritenuta indipendente e al disopra di ogni cultura.

La situazione cambiò radicalmente con l'età moderna. La rottura della cristianità infranse l'evidenza della fede. La critica biblica mise allo scoperto il carattere mediato del suo rapporto con la cultura. Nonostante le reazioni del fondamentalismo biblico (che cercava di identificare la rivelazione con la lettera della Bibbia), il lento processo degli studi biblici mostrò l'indissolubile implicanza dei libri della Scrittura nella cultura del loro tempo. La Bibbia è sempre parola di Dio nella parola umana (Vaticano II, DV). La fede, in quanto risposta alla rivelazione, è nello stesso tempo la sua " incarnazione " nell'esperienza umana.

È questo il senso fondamentale dell'inculturazione. Questa struttura interna dell'appropriazione umana della fede la trasforma in qualcosa di essenzialmente dinamico, che ha dato origine ai seguenti problemi:

1. Già nella stessa Bibbia avviene la prima inculturazione. L'Illuminismo lo aveva scoperto, e la Storia delle Forme mise in risalto la sua profondità ed importanza. Il tema delle varie teologie nella Scrittura, specialmente nel NT, è oggi centrale nella riflessione sulla fede, e nell'azione pastorale: appunto per salvaguardare, rendendolo significativo (re-inculturandolo), l'assoluto dell'esperienza della fede.

2. Il tema della ellenizzazione del cristianesimo (Harnack) ha perduto oggi molto della sua forza, ma ha guadagnato in profondità nel trasformarsi in un caso di incontro fede-cultura. La fede semitica fu formulata, attraverso processi di conflitti (lotte per l'ortodossia) in categorie greche. Oggi, il pensiero moderno ha rotto con l'oggettivismo della filosofia greca: con ciò, si apre una questione profonda per la comprensione di una fede cristiana vissuta con un'altra sensibilità culturale.

3. La questione dello sviluppo del dogma è intimamente connessa con le questioni precedenti. Fondata su una dimensione della coscienza moderna, la storicità, è un modello del carattere inculturato della fede.

4. Infine, il grande tema della missione universale del vangelo implica pure la necessità del suo incontro con diverse culture. Di fatto, l'ellenizzazione costituì già il primo di questi incontri. Poi, la situazione preponderante della Chiesa nella cristianità fece apparire come " naturali " i processi profondi di inculturazione che comportava l'evangelizzazione dell'Occidente a cui l'impero romano contribuì in maniera decisiva.

È stato l'urto con culture radicalmente differenti a far emergere la coscienza del problema. A partire dal secolo XVI, con le grandi scoperte, il compito missionario acquistò una dimensione insospettata: la differenza tra fede e cultura si fece sentire. In America, la fede cristiana venne con la conquista, fra notevole processi di distruzione e di trasformazione della cultura indigena. Nelle due grandi culture eterogenee, quella indiana e quella cinese, le iniziative di inculturazione della fede da parte di De Nobili e di Ricci furono sconfessate da Roma. Lo sforzo missionario proseguì confondendo in pratica l'evangelizzazione e l'occidentalizzazione.

Soltanto con lo sviluppo dell'antropologia culturale del secolo XX, fu spezzata la mentalità etnocentrista occidentale: venne elaborato concettualmente ed assimilato dalla Chiesa il diritto di ogni cultura alla propria identità. Nello stesso tempo, la differenza tra fede e cultura, stabilita con l'illuminismo, confluì col processo anteriore. Il risultato fu uno sforzo del pensiero teologico per esplicitare il movimento dalla fede alla cultura.

È chiaro e indiscusso il " principio di incarnazione ": ciò vuol dire l'assunzione delle varie culture come corpo-concreto dove si realizza la fede. Appare anche sempre più ovvia la necessità di comprendere la cultura in tutta la sua densità antropologica: cultura è tutto ciò che non è natura; comprende tanto l'attività teorica dell'uomo quanto la pratica, la credenza e l'" èthos ", la produzione simbolica e quella del lavoro. Questa comprensione è importante perché esclude un'idea " clericale " di inculturazione della fede che si limitasse alle aree della teologia, della liturgia e della vita religiosa... Anche le condizioni socio-economiche di un popolo formano un campo importante di inculturazione. All'interno di questo contesto globale, si deve realizzare un dialogo della fede coi vari elementi culturali. Questo richiede ad un tempo assunzione e giudizio. La fede non può perdere la sua specificità; non può diluirsi nella cultura, ma deve essere assunta dall'interno della propria cultura, in modo da farsi congeniale e autenticamente incarnata.

La coscienza di questa dinamica della fede pone nuovi parametri alla attività missionaria della Chiesa. Da una parte, il processo di " planetizzazione " accelerata che l'umanità sta sperimentando è l'altro aspetto del riconoscimento dell'individualità delle culture. L'universalità della fede potrà realizzarsi solo mediante un compito evangelizzatore che sappia conciliare l'unità con la pluralità; rispettando le diversità, " e così a poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispetta le particolarità delle diverse culture " (GS 54).

D'altra parte, questa prospettiva dell'inculturazione della fede invita a rivedere la prassi pastorale mentre la teologia deve compiere un nuovo sforzo di fronte ai problemi del mondo d'oggi, di fronte alla cultura occidentale che si è allontanata e che continua ad allontanarsi dalle sue origini cristiane. Qui, si potrebbero segnalare le classi sociali che spiccano di più: la gioventù coi suoi, problemi specifici, gli emigranti, il " quarto mondo " dei nuovi poveri delle società industriali. I campi sociali che tendono a produrre sottoculture dove la fede è assente e che richiedono il compito, irrinunciabile e sempre incompiuto, dell'inculturazione del vangelo.

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Autore: J. Martínez Cortés
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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