Giustificazione


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Nel suo significato teologico, la giustificazione è il procedimento con cui Dio, con l'opera del suo amore, ci rende " giusti ", il che vuol dire: ci rende partecipi della natura divina. In san Paolo, questo concetto viene particolarmente illustrato nella lettera ai Romani e in quella ai Galati. In queste lettere, san Paolo contrapppone la giustificazione annunciata e compiuta dal vangelo all'idea di una giustificazione di cui l'uomo stesso sarebbe autore, con le sue opere, grazie all'osservanza della legge. La giustificazione evangelica è gratuita, poiché proviene dalla giustizia di Dio; essa avviene in noi mediante la fede nel Dio giusto e giustificante. Tutto il capitolo 5 della Lettera ai Romani dimostra come la croce di Cristo sia il principio della nostra giustificazione, così come il peccato di Adamo è stato il principio del nostro peccato. Nel capitolo seguente, san Paolo espone il compito del battesimo e della fede nell'opera della giustificazione, in un contesto in cui risulta evidente che la grazia di Dio in Cristo, lungi dal dispensarci di vivere nella santità, la esige invece, poiché ci rende capaci di essa.

Dobbiamo credere, tuttavia, che una incomprensione di questa dottrina non fu una cosa da poco nella Chiesa primitiva: infatti, la lettera di san Giacomo insisterà sul fatto che una fede in cui uno pensasse di essere giustificato senza che ne seguissero opere buone, sarebbe una fede illusoria. Prendendo l'esempio di Abramo, già invocato da san Paolo, san Giacomo trae la conclusione che lo stesso Abramo, e tutti gli uomini, fu giustificato per le opere. Quantunque questa affermazione sembri contraddire la dottrina paolina, bisogna notare che:

1) le opere di cui parla san Giacomo sono proprio quelle che provengono dalla fede;

2) egli ne parla come di un " test " della fede veramente viva, opposta ad una fede morta, che sarebbe solo una credenza astratta e verbale.

Si comprende come la teologia posteriore, ed in particolare san Tommaso d'Aquino, non abbia dubitato a conservare, nonostante le espressioni di san Giacomo, l'affermazione per cui si può e si deve dire non solo che siamo giustificati mediante la fede, ma che lo siamo mediante la sola fede. Tuttavia, i protestanti, seguendo Lutero, per reazione contro le deviazioni reali della pietà del tempo che mettevano in pericolo, con la moltiplicazione di pratiche esteriori, il primato della fede, cominciarono ad interpretare erroneamente il compito unico della fede. Pensarono che per la giustificazione, non solo erano inutili le opere esteriori, ma che la giustificazione non aveva nulla a vedere col ristabilimento in noi di una santità effettiva. Specialmente sotto l'influsso del pensiero nominalista in cui era stato formato, Lutero separò il concetto secondo cui la grazia accettata mediante la fede è sovrana nell'opera della nostra salvezza, dal concetto, indubbiamente differente, secondo cui nessun cambio soggettivo è essenziale al giustificato per la giustificazione. Si tratta, allora, di una giustificazione estrinseca, come se il manto dei meriti di Cristo venisse a ricoprirci senza trasformarci. La grazia della giustificazione viene così ridotta ad una dichiarazione forense, che assolve il peccatore, ma non lo rigenera. Calvino si rese conto che quello non era il pensiero autentico di Paolo e, conservando in linea di principio la teoria luterana, dichiarò tuttavia inseparabile, quantunque distinta, una santificazione effettiva e l'intera vita del cristiano. Con questa divisione, corse il rischio di combinare un concetto puramente giuridico della giustificazione con un concetto almeno semipelagiano della santificazione, in cui l'attività dell'uomo sembra avere l'iniziativa in un modo più o meno autonomo. Lo stesso Calvino non accettò le conseguenze del suo sistema, che sfociò nelle varie forme di puritanesimo che si succedettero.

Contro queste posizioni protestanti, già sviluppate o comunque in germe, il Concilio di Trento, nella sesta sessione, espose una dottrina molto particolareggiata e precisa dei vari aspetti inerenti alla giustificazione. Fu respinta la dottrina della duplice giustificazione proposta da Seripando. Secondo questa teoria, una giustificazione estrinseca, per i soli meriti di Gesù Cristo, potrebbe accordarsi, come un complemento interiore, con una giustificazione soggettiva. Secondo una concezione più paolina, il Concilio di Trento affermò che c'è un'unica giustificazione, e che questa proviene tutta intera dai soli meriti di Cristo. Però, essa si realizza nella giustificazione effettiva che la grazia produce in noi, principio delle buone opere che saranno frutto di essa e, immediatamente, principio della carità, inseparabile dallo stato di grazia. Per illustrare questa sintesi, il Concilio si servì della distinzione, comune nelle scuole, tra i differenti tipi di causalità che agiscono in questo complesso. La giustificazione, concluse il Concilio, non è una semplice remissione dei peccati, ma una trasformazione profonda con cui l'uomo, arricchito dal dono di Dio e con una libera accettazione della grazia e del suo corteo di doni, è reso giusto, amico di Dio ed erede della vita eterna. Viene giustificato non con una semplice imputazione estrinseca dei meriti di Cristo, ma con una giustizia che gli è propria e che lo Spirito Santo infonde nei cuori secondo il suo volere e la libera cooperazione di ognuno.

Bibl. - Cereti G., " Giustificazione ", in: Enciclopedia del Cristianesimo, Istituto De Agostini, Novara, 1997, p. 368. Gozzelino G., Vocazione e destino dell'uomo. Saggio di antropologia teologica fondamentale (protologia), Ed. Elle Di Ci, Leumann (Torino), 1985. Küng H., La giustificazione, Ed. Queriniana, Brescia, . Rondet H., La grazia di Cristo. Saggio di storia del dogma e di teologia dogmatica, Ed. Città Nuova, Roma, 1966.



Autore: E. Vilanova
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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