Gesù Cristo


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La domanda che Gesù rivolse ai suoi primi discepoli: " Voi, chi dite che io sia? " (Mt 16,15), continua ad essere attuale e viva oggi come lo era allora. Non solo tra coloro che confessano di credere in Lui, ma anche tra coloro che non condividono il credo cristiano. Gesù, infatti, non appartiene esclusivamente ai cristiani, come se si trattasse di un'eredità familiare da custodire gelosamente: è " patrimonio comune ", a cui hanno e possono avere accesso tutti gli uomini, qualunque sia la loro visione del mondo o la loro ideologia.

Una buona dimostrazione di ciò è data dalle numerose opere di pensatori umanisti che si sono accostati alla persona di Gesù cercando di rispondere alla domanda riportata sopra e con la ferma volontà di penetrare nella profondità inesauribile di un personaggio così singolare.

Questi approcci, lungi dall'essere un ostacolo per i credenti nel loro accesso a Gesù, costituiscono una sorgente importante di dinamismo, in quanto aiutano a correggere immagini distorte, mentre permettono un confronto critico cha va ben oltre la vecchia apologetica. Soprattutto, ci aiutano a tenere presente che bisogna rivolgersi al Gesù storico, non tanto per ricostruire nei minimi particolari la sua biografia, come pretendeva di farlo nel secolo scorso la teologia liberale, ma per liberarlo dalle molteplici astrazioni che lo hanno manipolato e che continuano a farlo.

La confessione cristiana rimanda ad una realtà complessa e pluridimensionale quando dice: Gesù Cristo. Del resto, ciò è tradotto in varie espressioni teologiche, come: " Gesù, il Cristo "; " Gesù è il Cristo di Dio "; " Gesù è il Signore ". È necessario dunque esprimersi correttamente se vogliamo dare ragione della nostra fede agli uomini del nostro tempo, senza cadere in dualismi dissocianti.

I trattati su Gesù Cristo (le cristologie) hanno nel passato dissociato e contrapposto, con troppa frequenza, l'umanità e la divinità di Gesù Cristo. La divinità è stata alle volte intesa come qualcosa di sopra, il soggetto di salvezza, l'elemento attivo, l'unico veramente importante e decisivo. L'umanità di Gesù, invece, era vista come qualcosa che stava in basso, un oggetto sottoposto ai comandi e ai disegni di Dio, qualcosa di insignificante e di irrilevante. La condizione umana di Gesù sembrava essere una " parodia di umanità ". La sua coscienza umana e storica era negata, fino al punto da escludere da Gesù il dubbio, l'ambiguità, la tentazione, l'apprendimento, ecc. Con ciò, si sopprimeva quanto la coscienza umana possiede di personalità.

In non pochi settori cristiani imbevuti di questa comprensione riduttiva, si era giunti fino a sentire " una netta ripugnanza, talvolta aspra e poco cristiana, per il nome "Gesù" (di Nazaret), come se si credesse non in una persona concreta, ma in un mistero gnostico " (Schillebeecks). Cristo era divenuto un mito senza un rapporto con Gesù di Nazaret, un idolo a cui si ricorreva per legittimare gli idoli storici seminatori di morte e di schiavitù. Ciò che è soggiacente in questo modo di vedere non è altro che un puro monofisismo.

L'unilateralità di questa impostazione è stata corretta recentemente, tanto negli studi cristologici quanto nella prassi dei cristiani, attraverso una nuova via di approccio e di accesso a Gesù Cristo: partire da Gesù. L'incarnazione di Dio nella storia, sottolinea Sobrino, può essere colta in tutta la sua densità solo quando si scopre il contenuto storico concreto di Dio: Gesù di Nazaret. Non solo: la pratica di Gesù costituisce il fattore più storico del Gesù storico, il momento privilegiato della sua totalità, il luogo di maggiore densità metafisica della sua persona e la chiave di accesso alla persona di Gesù Cristo (Sobrino). Questa pratica si orienta ad operare in forma attiva e sovversiva nell'ambiente sociale, economico, politico e religioso, con l'intento di una trasformazione radicale nell'orizzonte dei valori del Regno. È una pratica di liberazione dei poveri e degli oppressi, che ha la sua origine e la sua conferma nel rapporto singolare di Gesù con il Padre di tutti gli uomini, col Dio dei poveri.

Le cristologie attuali sottolineano il carattere relazionale, e non assoluto di Gesù. Che cosa intendono con ciò? Che Gesù, pur avendo avuto una coscienza eccezionale di sé, come appare chiaro nell'autorità (exousìa) con cui insegnava e nell'affermarsi superiore alla legge mosaica, non intendeva se stesso come l'assolutamente ultimo, ma come colui che riferiva la sua persona a qualcuno che non era lui: al Padre, maggiore di lui, al Regno di Dio come utopia della liberazione totale, e questo Regno viene anticipato coi segni da lui compiuti.

Un dato centrale sottolineato dagli esegeti del NT e che ha resistito a tutte le analisi critiche della letteratura neotestamentaria è quello della coscienza storica che Gesù aveva della sua filiazione divina, come appare nel modo di colloquio, intimo, familiare e spontaneo con cui si rivolgeva al Padre. La parola usata da Gesù nella preghiera era abbà (papà): ciò suppone una novità assoluta se la confrontiamo con le espressioni formali e compassate usate dagli Ebrei per parlare con JHWH.

Questa esperienza profonda di filiazione di Gesù " si riflette in tutta la sua vita umana; costituisce il centro della sua esistenza; non é una realtà isolata dalla sua esperienza umana, ma è il modo più umano e più religioso di vivere la vita " (M. Bordoni). Emana da essa ed in essa si alimenta la sua libertà di fronte al tempio, di fronte alla legge e al sacerdozio, libertà che non conosce limiti. Da questa esperienza, nasce la critica verso ogni potere terreno, assoluto e, più in concreto, la denuncia dei poteri politici e religiosi del suo tempo.

Questa libertà che lo accompagnò in tutta la sua vita, gli procurò l'emarginazione e l'accusa di bestemmia. Per essa, dovette pagare il prezzo più caro: la morte violenta per mano delle autorità politiche e religiose, equiparato ai sediziosi e ai condannati della terra. La morte di Gesù appare, anziché un atto di sottomissione passiva ad una volontà divina tirannica e sanguinaria, il risultato della sua pratica liberatrice a favore dei diseredati del sistema dominante e contro i " signori " del mondo che si appellavano a Dio per legittimare il loro potere distruttore. La morte di Gesù illumina e dà senso alla sua vita.

Però, la morte sfocia, paradossalmente, nella risurrezione, come afferma il kèrigma primitivo e come attestarono, con fatti e con parole, i suoi discepoli. La vittima trionfa finalmente sui suoi carnefici. La vita vince la morte. L'ultimo nemico è sconfitto in Gesù, e questa sconfitta è la garanzia della risurrezione dei morti. Così, il Dio che risuscita Gesù si rivela come il Dio della vita e della giustizia (At 2, 23 ss; Rm 4,17.24).

In sintesi: la fede cristiana afferma che Gesù è il Cristo e che il Cristo è Gesù.

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Autore: J.J. Tamayo
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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