Greche (Versioni)


I. Versione dei Settanta. La diffusione della lingua e della cultura greca a tutto il mondo civile determinò i Giudei, specie quelli della Diaspora residenti ad Alessandria di Egitto, ad una versione greca del Vecchio Testamento ebraico che fosse accessibile al mondo ellenistico. La versione è detta, dal luogo, Alessandrina, o più comunemente dei Settanta (LXX). Elementi per la storia dei LXX sono forniti dalla Lettera di Aristea, dal filosofo giudeo Aristobulo (Eusebio, Praep. Evang. 13, 12: PG 21, 1907); dal prologo dell'Eccli., composto dal nipote dell'autore (130 a. C.); dall'ebreo Filone (De Vita Moysis 2, 5-7); da Flavio Giuseppe (Ant. XII, 2); da vari scrittori ecclesiastici e dal Talmud. L'autore della lettera di Aristea, un giudeo occultatosi sotto il nome pagano di Aristea, racconta al suo fratello Filocrate l'invio ad Alessandria da parte dell'autorità di Gerusalemme, dietro preghiera del re Tolomeo Filadelfo (285-247), di 72 Dottori della Legge, i quali, ritiratisi a spese del Re nell'isoletta di Faro, in 72 giorni tradussero in greco tutto il Pentateuco. Il substrato della leggendaria lettera, e cioè la traduzione greca del Pentateuco a metà del sec. III (sotto Tolomeo Filadelfo) ad Alessandria, è riconosciuto come storico da tutti i critici. Gli altri elementi, leggendari, vennero ripresi ed ampliati: Filone parlò di una ispirazione divina dei 72 traduttori tale che portò ad una identità verbale di tutte le traduzioni compiute isolatamente; gli scrittori posteriori giudei e cristiani ridussero a 70 i traduttori (di qui la denominazione corrente), fecero oggetto della traduzione non solo il Pentateuco ma anche i Profeti e tutto il V. T.; isolarono i traduttori ciascuno in una cella (solo s. Epifanio li abbinò supponendo 36 celle per 72 individui) per sottolineare maggiormente l'ispirazione che portò all'identità verbale. La versione dei LXX, iniziatasi con la traduzione del Pentateuco verso il 250 a. C., fu completata verso il 130 a. C. con la traduzione degli altri libri in tempi e per opera di autori diversi (prologo dell'Eccli.). Si utilizzò un archetipo ebraico notevolmente diverso dal testo premasoretico, che si cristallizzerà, nei suoi elementi consonantici, agli inizi del sec. I a. C. e che servirà di base alle versioni greche di Aquila, Simmaco e Teodozione, alla Pesitta Siriaca, alla Volgata latina e passerà integralmente nel Testo Masoretico. L'indole della versione non è identica per tutti i libri. Per la conformità con l'originale si ha servilismo in Canto ed Eccle.; letteralità nei Ps. e nei Profeti, eccetto Dan.; fedeltà nel Pentateuco e nei libri storici; libertà in Iob, Prov., Dan. ed in Esth. per gran parte. Per la grecità si distinguono Iob e Prov. Per la comprensione del testo invece eccelle il Pentateuco. I LXX hanno una importanza storica difficilmente valutabile, perché divennero la Bibbia degli Apostoli e della primitiva Cristianità; ed una importanza critica non minore perché riflettono un archetipo ebraico diverso da quello a base del testo masoretico ed hanno originato le versioni: latine pregeronimiane, copta, armena, etiopica, georgica e gotica.

II. Versioni greche del sec. II d. C. - La versione greca dei LXX, ch'era stata accolta con giubilo dai Giudei ellenisti tanto che si celebrava l'anniversario della traduzione, fu ripudiata dal giudaismo ufficiale. Anzitutto perché, in seguito all'unificazione del testo ebraico, iniziatasi ca. il 100 d. C. principalmente per influsso del grande Rabbi 'Aqiba', a fine di creare una base valida alla esegesi rabbinica che attribuiva un significato ad ogni piccola parola o sillaba, si determinò un forte contrasto con la versione dei LXX, rappresentata da manoscritti discordanti in molti punti fra loro ed anche dal testo ufficiale ebraico. Secondariamente l'avversione fu dovuta all'uso che i cristiani facevano di detta versione nelle loro controversie cristologiche coi Giudei. I Giudei ellenisti, impossibilitati a ricorrere all'ebraico per l'ignoranza della lingua, furono necessitati a nuove v. g. La prima fu composta ca. il 140 d. C. da un proselita greco di nome Aquila. Imbevuto del metodo ermeneutico di 'Aqiba', buon conoscitore del greco e dell'ebraico, riprodusse il testo ufficiale ebraico con tutta esattezza, persino nelle minuzie più insignificanti. Stimata moltissimo dai Giudei per la estrema fedeltà al testo ebraico, fu impiegata per molto tempo nelle sinagoghe. Per desiderio dei Giudei ancora affezionati ai LXX, un altro proselita di nome Teodozione, forse ca. il 180 d. C. fece una versione dall'ebraico ch'è piuttosto una armonizzazione dei LXX col testo ebraico. Questa versione godé le simpatie dei cristiani. Una terza traduzione della Bibbia ebraica fu compiuta dall'ebionita Simmaco ca. il 200 d.C. con metodo diverso dai suoi predecessori. In un greco elegante, spesso felicemente adattandosi al genio della lingua greca, mirò alla fedeltà concettuale anziché alla fedeltà verbale come aveva fatto Aquila. L'importanza di queste versioni è data dal loro apporto alle vicende dei LXX e alla formazione della Volgata latina, giacché s. Girolamo, nella sua difficile traduzione dal testo ebraico, ricorse frequentemente ad esse, specie ad Aquila giudicato «verborum diligentissimum explicatorem». Altre versioni greche, parziali ed anonime, vengono chiamate "Quinta", "Sesta", "Settima". Nell'antica letteratura cristiana vengono pure ricordati il "Siro", ch'è una versione greca fatta sull'ebraico da un siro sconosciuto; ed il "Samaritano", altra versione greca preparata dai Samaritani. Di queste versioni possediamo soltanto frammenti nei commentari di s. Girolamo ed altri Padri, nel margine dei codd. Marcaliano (Q), 86, 710, della versione siro-esapiare e nei pochi avanzi dell'Esaple di Origene.

III. Recensioni dei LXX. - La versione dei LXX già nel sec. I d. C. aveva perduto la primitiva integrità, essendo stata conformata in Asia Minore al testo ebraico, come appare dalle citazioni presso Filone, gli scrittori del N. T. e Flavio Giuseppe. Le grandi differenze fra i singoli codici e la discrepanza dal testo ebraico non lasciarono insensibili i Cristiani, sostenitori tenaci dei LXX. Origene tentò ovviarvi con la colossale opera dell'Esaple (*** "sestuplice") nella quale trascrisse; o fece trascrivere, tutto il Vecchio Testamento, sei volte in sei colonne paralleìe, contenenti per ordine: 1) il testo ebraico in caratteri ebraici; 2) il testo ebraico traslitterato in caratteri greci; 3) la versione greca di Aquila; 4) quella di Simmaco; 5) la versione dei LXX; 6) quella di Teodozione. La massima cura di Origene fu portata alla 5a colonna (LXX) con un duplice intento, scientifico e pratico: l'uno in servizio della polemica religiosa, l'altro dell'esegesi biblica. (PG 11, 60 ss.; PC 13, 1293). Per far conoscere agli apologeti cristiani, ignari per lo più dell'ebraico, la conformità o meno dell'adottato testo greco dei LXX nei riguardi del testo ebraico, invocato dagli ebrei nelle polemiche religiose, segnò in margine della 5a colonna con un obelo (lineetta orizzontale, per lo più con un punto sopra e l'altro sotto) ciò che si trovava in greco ma non in ebraico e vi inserì con un asterisco o stelletta ciò ch'era in ebraico e non nel greco (togliendone l'espressione per lo più dalla versione di Teodozione). contemporaneamente perseguì il secondo intento: dare alla Chiesa cristiana un testo dei LXX corretto ed uniforme. Scegliendo un buon codice del tipo del cod. Vaticano, B (che rappresentava la recensione preesapiare) ne corresse le mende sul testo ebraico, aiutano dosi con le altre versioni greche e raggiunse la correttezza in modo notevole. La recensione esapiare, costituita dalla 5a colonna, fu adottata però soltanto dalle Chiese di Palestina e non conferì di conseguenza l'auspicata uniformità. Dell'Esaple origeniana (50 grossi volumi di formato atlante), terminata e conservata a Cesarea di Palestina fino alla distruzione araba (638), mai copiata integralmente, si fecero due specie di copie: 1) copie di un solo libro (ad es. il Salterio nei frammenti del Cairo e dell'Ambrosiana) con tutte le colonne in disteso, almeno le greche; 2) copie intere della 5a colonna (LXX) con riporto a fianco di buone lezioni delle altre colonne ossia di Aquila, Sim. e Teodozione, utilizzate nelle tante citazioni di lezioni esapiari che ci furono tramandate nei commenti dei Padri greci ed in margine a codici dei LXX.
Copie della 5a colonna abbiamo in codici con segni diacritici (codd. 376; 426; A; 247 ecc.) e nella versione siro-esapiare, conservata per una buona metà in un cod. della Bibl. Ambrosiana.
Non disgiunte dall'Esaple sono le Ettaple e le Ottaple di cui parlano alcuni codici e scrittori: incorporando nell'Esaple le versioni anonime e parziali (la 5 a , 6 a , 7 a ), Origene ottenne sette o otto colonne anziché sei. Opere distinte sono invece le Tetraple, estratte dall'Esaple con l'omissione delle due colonne ebraiche, non senza qualche variante o miglioria nei LXX. L'originale delle Tetraple perì a Cesarea insieme all'Esaple e ne restò qualche lezione in codici e scrittori.
La terza recensione dei LXX (codd. M, Q, V, 29, 86, 121, 128, 243), per testimonianza del solo s. Girolamo (Praef. in Par.: PL 28, 1324 ss.) fu eseguita da Esichio, identificato da alcuni con l'omonimo vescovo egiziano morto martire verso il 300 (Eusebio, Hist. Eccl. 8, 13), il quale su un codice affine al Vaticano (B) conformò i LXX al testo ebraico con più servilità di Origene, senza trascurare le esigenze stilistiche ed esegetiche. Un'altra recensione (codd. K, 54, 59, 75 per l'Ottateuco; 19, 82, 93, 108 per gli altri storici; V, Z, 22, 36, 48, 51, 231 per i profeti), sempre secondo la testimonianza di s. Girolamo, fu apprestata da Luciano, fondatore della Scuola Antiochena, martire nell'anno 312, il quale, pure su un codice affine al Vaticano (B), conformò i LXX al testo ebraico, con ricorsi preferenziali ad Aquila e con intenti armonistici e stilistici.

BIBL. - A. VACCARI, in Institutiones Biblicae, I, 5a ed., Roma 1937, pp. 257-73: G. M. PERRELLA, Introduzione generale (La S. Bibbia), 2a ed., Torino 1952, pp. 203-208, con bibl.

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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