Chierico


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Il termine klèros, da cui provengono: clero e chierico, significa: sorte o parte che si ottiene in sorte. Si trova due volte nel NT. Atti 1,17 lo usa quando parla della sostituzione di Giuda da parte di Mattia col significato di: partecipazione al servizio dell'apostolato. 1 Pt 5,3 indica con la parola klèros le parti della comunità interamente affidate ad alcuni responsabili.

Origene usa il termine per riferirsi ai ministri ecclesiastici distinti dai laici. Sarà questo significato che finirà per imporsi. La parola latina clerus è usata da Tertulliano con questo significato, pur conservando anche il senso originario di sorte (sors).

A metà del secolo III, inizia nella Chiesa un processo di clericalizzazione e si impone una differenza-opposizione tra chierici e laici che, col passare del tempo, acquista tutte le caratteristiche di una struttura giuridica fondamentale. Appare così lo stato clericale come contrapposto allo stato laicale. All'interno di ogni stato, si stabiliscono a loro volta diverse gerarchie. Nello stato clericale, si fissa l'ordine delle varie funzioni che dànno luogo agli ordini maggiori e a quelli minori. Tra i laici, spicca una élite gerarchizzata formata da monaci, vergini e vedove.

Col riconoscimento ufficiale della Chiesa cristiana da parte dell'impero romano, la giurisdizione civile fissa uno statuto speciale per i chierici che, in quanto consacrati al servizio divino, diventano cittadini separati dagli altri ed acquistano una dignità specifica. Ciò comporta il godimento di molti privilegi, come l'esenzione di aggravi fiscali, la dispensa da impegni civili ed una giurisdizione particolare.

La separazione tra i chierici e i semplici fedeli si rafforza ancora di più con l'obbligo fatto ai primi di condurre una vita ascetica, di rinunciare al matrimonio e di vivere secondo una morale speciale che è sulla linea dell'ideale. L'ordinazione conferisce loro un potere quasi assoluto sui fedeli e li trasforma in unici amministratori dei sacramenti (battesimo, penitenza, eucaristia) e in responsabili assoluti della predicazione.

La segregazione dei chierici si riflette sul monopolio del tempio: il luogo del sacrificio eucaristico, il presbiterio, rimane riservato ad essi, ed il suo accesso è vietato ai fedeli.

Però, è nel Decreto di Graziano (anno 1140) che si stabilisce giuridicamente e in forma definitiva la struttura bipolare della Chiesa. Esso parla di due classi di cristiani (duo genera christianorum): i chierici, dediti al servizio divino ed estranei alle realtà temporali, e i laici che vivono nel mondo.

I chierici si appropriano l'ecclesialità fino a identificarsi con la Chiesa e a diventare gli unici portatori e soggetti dell'azione ecclesiale. Non si parla dello Spirito Santo né del popolo di Dio.

Il Codice di Diritto Canonico del 1917 sancisce questa concezione e riconosce i chierici come gli unici soggetti di poteri e di benefici ecclesiastici (canone 118). Nello stesso tempo, impone loro tutta una serie di obblighi e di proibizioni in sintonia col loro stato. Viene così ratificata la classica segregazione, assieme allo strapotere e alla automatizzazione dei ministri ordinati.

Il Concilio Vaticano II ha compiuto un'autentica rivoluzione rispetto all'immagine classica dei chierici. Infatti, il Concilio afferma che chierici e laici condividono la condizione comune di battezzati e possiedono la stessa dignità in quanto membri del Popolo di Dio. Non preme l'accento sulla differenziazione o contrapposizione, ma sull'uguaglianza fondamentale tra gli uni e gli altri membri della comunità ecclesiale. Si mostra moderatamente critico sulla riduzione, fino allora dominante, del ministero sacerdotale alla gestione sacra delle necessità religiose. Accentua, infine, nuovi orizzonti e nuovi ambiti di presenza, come: l'attenzione ai poveri e agli emarginati, il dialogo coi non credenti, l'incarnazione nella realtà.

È innegabile la volontà di riformare lo statuto dei chierici da parte del Vaticano II. Però, questa volontà è rimasta sulla carta e non è riuscita a farsi realtà. Come mai? La ragione ultima del fallimento va cercata nella indecisione e nell'ambiguità del decreto conciliare sui presbiteri, come ha sottolineato molto bene Ch. Duquoc. Il Concilio è rimasto legato alla teologia post-tridentina del sacramento dell'ordine.

La tendenza di non pochi teologi post-conciliari va oggi nella linea di una declericalizzazione della Chiesa e perfino dei ministri ordinati e di un superamento della rigida differenziazione tra chierici e laici, tuttora imperante. L'alternativa proposta è la configurazione della Chiesa attorno al binomio comunitàministeri.

Bibl. - Ancel A., Il sacerdote secondo il Concilio Vaticano II, Ed. La Locusta, Vicenza, 1966. - Bouyer L., Senso della missione sacerdotale, Torino, 1967. Colson J., Sacerdoti e popolo sacerdotale, Ed. dehoniane, Bologna, 1970. Gastgeberg, Vita sacerdotale e nuove situazioni pastorali, in: " Concilium ", 8(1968), pp. 129-141. Meslin M., Istituzioni ecclesiastiche e clericalizzazione nella Chiesa antica (dal II al V secolo), in: " Concilium ", 7(1969), pp. 54-69. Mondin B., La declericalizzazione del prete, Ed. Borla, Torino, 1969. Suhard E., Il prete nella città, Ed. AVE, Roma, 1964.



Autore: J.J.Tamayod
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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