Capitalismo


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Il capitalismo è un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, e, pertanto, sulla separazione tra il capitale e il lavoro (alcuni sono i padroni dei mezzi di produzione e gli altri lavorano per loro). Il capitalismo moderno nacque con la rivoluzione industriale. Prima, qualsiasi artigiano poteva essere il proprietario degli arnesi che usava, ma non fu più così quando questi furono sostituiti da macchine costose. Il primo capitalismo riteneva che gli agenti economici dovevano agire in quanto mossi esclusivamente dalla preoccupazione del lucro, perché una " mano invisibile " (Adam Smith: 1723-1790) farebbe confluire i molteplici comportamenti egoistici verso il conseguimento del bene comune. Lo Stato, conseguentemente, non doveva affatto intervenire nell'economia. Il fisiocrate francese Gournay (1712-1759) forgiò la formula famosa: laissez faire, laissez passer (lasciate fare, lasciate passare). Si confidava ciecamente che il mercato, con le leggi dell'offerta e domanda, bastasse per regolare l'economia (legge di Say). Tuttavia, appariva sempre più evidente che la " mano invisibile " di Adam Smith non funzionava, e il laissez faire dei liberali significava in ultima analisi: laissez mourir (lasciate morire). Lo sfruttamento dei lavoratori raggiunse livelli incredibili. I fanciulli di otto anni lavoravano più di undici ore al giorno nelle miniere. Toynbee dimostrò che il salario medio di un operaio inglese nel 1840 era di otto scellini settimanali, mentre per vivere, gliene occorrevano 14. La differenza doveva essere compensata con l'accattonaggio, il furto o la prostituzione.

Leone XIII scrisse nel 1891 che, a causa del " monopolio della produzione..., un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un giogo poco men che servile " (Enciclica Rerum novarum, n. 2).

Durante la Grande Crisi degli anni '30, il pessimo funzionamento della " mano invisibile " apparve così chiaro che, seguendo i consigli dell'economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946), gli Stati decisero di intervenire nell'economia. Ciò avvenne prima mediante le politiche monetarie a cui presto si aggiunsero le leggi sul lavoro, gli investimenti pubblici, le politiche ridistributive dei redditi, ecc. Nacque così il capitalismo avanzato, o " economia sociale di mercato " che produsse, dopo la Seconda Guerra Mondiale, alcuni anni di notevole prosperità (vedi: Società dei consumi). Ciò nonostante, i cosiddetti Stati del benessere si trovano di fronte ad una aporia: da una parte, si continua a dare come scontato che il lucro è il motore dell'economia ma, d'altra parte, lo Stato ha bisogno di colpire i benefici con forti imposte per finanziare il suo crescente interventismo, e così, l'iniziativa privata viene demotivata.

In questi ultimi anni, assistiamo ancora una volta ad un risalire dei cosiddetti neoliberali (Scuola di Chicago con Milton Friedman, la Scuola austriaca con Friedrich Hayek, ecc.) che, con lo slogan che il governo migliore è quello che governa di meno, rivendicano la maggior libertà possibile per i vari agenti economici. È bene ricordare qui, col P. Lacordaire che, " tra il ricco ed il povero, tra il forte ed il debole, la libertà schiavizza, mentre la legge libera ".

Giovanni Paolo II ha criticato fortemente l'essenza stessa del sistema capitalista perché contraddice " il principio della priorità del "lavoro" nei confronti del "capitale"" (Enciclica Laborem exercens, n. 12). Ciò significa: contraddice " il primato dell'uomo di fronte alle cose " (ibidem). Basta osservare, infatti, con quale naturalezza affermiamo che il capitale (le cose) " impiega " il lavoro (le persone). Siamo di fronte ad una novità importante nella dottrina sociale della Chiesa, perché fino adesso non si era mai condannato l'essenza del capitalismo, ma soltanto i suoi eccessi, come fece per esempio, Pio XI nell'enciclica Quadragesimo Anno, in cui, tra l'altro, condannò gli abusi della libera concorrenza e dell'egemonia economica (cf nn. 37-42). Secondo Giovanni Paolo II, " retto, cioè conforme all'essenza stessa del problema; retto, cioè intrinsecamente vero e al tempo stesso moralmente legittimo, può essere quel sistema di lavoro che alle sue stesse basi supera l'antinomia tra lavoro e capitale " (Laborem exercens, n. 13). Ciò sarà possibile solo quando i lavoratori controlleranno i loro mezzi di produzione. Questo non avviene oggi né nel capitalismo, né nel collettivismo.

Il capitalismo, oltre ad essere un sistema di produzione, ha generato un suo stilè di vita che potremmo chiamare capitalista-borghese. Tra le sue caratteristiche, vanno ricordate:

a) la laboriosità: l'attività economica dell'uomo pre-capitalista era caratterizzata da un ritmo lento, e la minima occasione di " riposo " era benevenuta. Benjamin Franklin, invece, forgiò l'espressione: " il tempo è denaro ", con cui va identificato l'uomo moderno.

b) La " mamonificazione " della vita (Werner Sombart): prendendo il lucro come movente dell'economia, la valutazione del denaro nella società borghese, più che in qualsiasi altra, è giunta a rivestire caratteri di idolatria. È superfluo dire che, là dove tutti gli altri ideali si riducono a guadagnare di più, appare un mondo profondamente anti-eroico. Come ha scritto Schumpeter, " la Borsa è un povero sostituto del Santo Graal ".

c) L'individualismo. Di fronte all'economia medievale, basata su uno spirito di collaborazione che operava attraverso le corporazioni, il capitalismo invitò ognuno a cercare esclusivamente i propri interessi, lasciando alla " mano invisibile " il compito di perseguire il bene comune. Questo individualismo si è esteso a macchia d'olio dal campo economico a tutti gli altri (politico, religioso, ecc.).

Bibl. - Dobb M., Economia politica e capitalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1972. Gatti G., " Capitalismo ", in: Dizionario di Scienze dell'Educazione, Elle Di Ci, LAS, SEI, Torino-Roma, 1997, pp. 155- 156. Giovanni Paolo II, Enciclica " Laborem exercens ", 14.9.1981. Schumpeter J.A., Capitalismo, socialismo, democrazia, Etas-Kompas, Milano, 1967. Sweezy P.M., La teoria dello sviluppo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1970.




Autore: L. González-Carvajal
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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