Giuseppe


Penultimo figlio di Giacobbe, dalla prediletta Rachele (Gen. 30, 22 s.); il più pio, il più affezionato. In due sogni, Dio gli svela la futura grandezza: i covoni dei fratelli s'inchinano al suo; il sole, la luna e undici stelle gli rendono omaggio. I fratelli se ne adirano, anche perché G. aveva riferito al padre «brutte informazioni sul loro conto». E, quando lo vedono venir loro incontro nei pressi di Sichem, dove si erano spostati da Hebron con le greggi, se ne disfanno, dopo aver financo pensato di ucciderlo, vendendolo per 20 monete (cf. Lev. 27, 5), nonostante le sue lacrime e preghiere (Gen. 42, 21), a dei mercanti che dall'Arabia portavano in Egitto sostanze aromatiche e viscose per l'imbalsamazione dei cadaveri.
G. aveva ca. 16 anni. I fratelli, presa ne la tunica (lunga e con mezze maniche, portata dai ricchi, e dai nobili, dono di Giacobbe), la intrisero nel sangue di un capro svenato e la mandarono al povero padre, che pianse inconsolabile la morte presunta del suo diletto (Gen. 37).
Nella capitale del Delta, sotto gli Hyksos (sec. XVIII), G. fu venduto a Potifar ufficiale superiore del Faraone, che presto gli si affeziona e gli affida l'amministrazione della casa. G. resiste alla seduzione della padrona; e calunniato da essa è gettato in carcere. Anche qui l'innocente è assistito da Dio; ottiene il favore del carceriere, che gli affida i detenuti, tra i quali capitano il coppiere e il panettiere del Faraone (Gen. 39). G. spiega a questi i loro sogni: il primo ritornerà al suo ufficio, il secondo sarà giustiziato (Gen. 40). La previsione si realizzò. Due anni dopo, il Faraone vide in sogno salir dal Nilo sette belle vacche; quindi sette smunte, e queste divorar le prime; dopo una pausa, su uno stesso gambo sette spighe colme, seguite e divorate da sette bruciate dallo scirocco. Il coppiere si ricordò di G., e questi diede al Faraone la spiegazione: Ci saranno in Egitto 7 anni di abbondanza e, subito dopo, 7 anni di carestia. Dio vi avvisa perché provvediate in tempo.
Il Faraone innalza G. ca. trentenne, a suo viceré, con pieni poteri; gli dà un nome egiziano Safnat-paaneh (= largitore di vita) e, in moglie, Aseneth, figlia di un sacerdote di On, dalla quale nascono Manasse ed Efraim, eponimi delle due tribù, talvolta (Deut. 33, 13.16; Ez. 47, 13 ecc.) chiamate collettivamente G.

In grandi silos, distribuiti opportunamente per le città egiziane, nei 7 anni di abbondanza G. ammucchia grandiose riserve di viveri. Durante la carestia tutti ricorrono al Faraone; ed egli li manda al suo ministro; «Andate a G.», che mette in vendita, per gli Egiziani e poi per gli stranieri, le riserve accumulate (Gen. 41). Anche Giacobbe manda in Egitto i suoi figli. G. li riconosce subito; nascondendo la propria commozione, li tratta con durezza, quasi fossero spioni, allo scopo di ottenere, senza svelarsi, notizie del vecchio padre e del diletto Beniamino, assente; e per esplorare i loro sentimenti; se sono ancora cattivi come un tempo. Li rimanda così col grano e col danaro da essi pagato che fa nascondere nei sacchi, ma trattiene Simeone; sarà liberato quando gli porteranno Beniamino, come prova che han detto il vero. Finito il grano, i fratelli inducono Giacobbe a lasciar partire con essi Beniamino e ritornarono in Egitto (Gen. 42.43-, 23). G. fa un'ultima prova; finge di fare arrestare Beniamino; nel vedere lo sbigottimento degli altri e l'offerta di Giuda di restare in carcere, pur di evitare il grande dolore al vecchio padre, G. non sa più trattenersi e in pianto si svela ai fratelli, alquanto timorosi, abbracciandoli. È stata la Provvidenza - dice loro - che mi ha mandato qui (Gen. 43, 24-45, 15). Anche per invito del Faraone, G. chiama tutti i suoi in Egitto ed ha la gioia di abbracciare il vecchio padre, che adotta Manasse ed Efraim (v.). G. fa stabilire i suoi con le greggi nella fertile regione di Gessen, lungi dalla capitale e dalle altre città egiziane, perché possano conservare i loro costumi, e la purezza della loro religione (Gen. 46-48). Nel suo profetico addio, Giacobbe ha per G. bellissime parole: «Rigoglioso pollone è Giuseppe, rigoglioso pollone presso una fonte. Albero maestoso le cui superbe fronde si alzano sopra al muro di cinta. Goda di tutte le benedizioni del cielo» (Gen. 49, 22-26,). Morto Giacobbe, G. ne fa imbalsamare il cadavere, con un grandioso corteo lo va a seppellire in Canaan, nel sepolcro di famiglia. A 110 anni, G. sente avvicinarsi la fine; e affida fratelli, figli e nipoti con intensa fiducia alla divina Provvidenza: «Dio vi aiuterà e vi farà risalire alla terra promessa ad Abramo e al nostro padre; allora porterete via di qua le mie ossa» (Gen. 50).

Il colore egiziano della narrazione è pronunziato ed esattissimo, sia nei termini adoperati, che nel quadro storico-sociale, e nei particolari. È una vivida pittura degli uomini, dei costumi e degli usi degli Egiziani in tutti i campi della vita (A. S. Yahuda). I Padri son concordi nel vedere in G. una figura di Gesù N. S. perseguitato, venduto, umiliato e risorto per la salvezza del suo popolo. La Chiesa ripete, con felice adattazione, l'invito del Faraone: «Andate a G.», il s. capo della s. Famiglia.
[F. S.]

BIBL. - V. ERMONI, in DB, III, coll. 1655-69: A. MALLON, Les Hébreux en Egypte, Roma 1921; A. VACCARI, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, pp. 142-78; H. SIMON - J. PRADO, Vetus Test., I, 6a ed., Torino 1949, pp. 175-83. 190 ss. 195 s.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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