Antropologia


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Aristotele fu il primo ad usare la parola anthropòlogos nell'Etica a Nicomaco per parlare dell'uomo (Et. Nic. 4,8). Il termine antropologia fu poi usato per la prima volta sugli inizi del secolo XVI da M. Hundt, maestro a Lipsia, in uno scritto sul corpo. Il terreno in cui si muoveva allora l'antropologia era la fisiologia, la psicologia e la morale, ma un po' alla volta, prevalse una trattazione puramente biologica dell'uomo.

Di grande importanza per il futuro dell'antropologia è stata la distinzione introdotta dal filosofo tedesco W. Dilthey (1833-1911) tra scienze della natura e scienze dello spirito, come anche la necessità di seguire metodi differenti nelle une e nelle altre. Le scienze della natura perseguono una visione generalizzata e rispondono ad un'intento nomotetico. Le scienze dello spirito seguono una tendenza individualista e rispondono ad un intento idiografico. Stando così le cose, le affermazioni delle prime non sono trasferibili alle affermazioni delle seconde.

Tra le scienze dello spirito, va collocata l'antropologia il cui metodo non può essere quello delle scienze della natura, in quanto l'uomo non è un dato oggettivabile, nè può essere analizzato in un modo oggettivante. Certe proprietà specifiche dell'essere umano, come la libertà e la responsabilità sfuggono ai modi della conoscenza esatta e non sono accessibili al sondaggio dell'osservazione empirica. Kant mise già in evidenza nella sua Critica della ragion pratica l'impossibilità di studiare l'uomo come se si trattasse di una cosa. Da Dilthey fino ai nostri giorni, il primo principio dell'antropologia è il seguente: l'uomo non può essere " spiegato " (spiegare qualcosa nel senso di dedurlo causalmente), ma soltanto " conosciuto ".

L'antropologia riflette su tutto quello che si riferisce all'uomo. Perciò, se vogliamo creare una scienza dell'uomo, occorre cercare l'integrazione di molte scienze e non solo della neurologia e della psicologia, come è indicato da E. Fromm.

Gli sforzi attuali di approccio all'uomo possono articolarsi, secondo la felice classificazione di Ruiz de la Peña, attorno a tre hodi di problemi. Il primo può essere formulato in questo modo: l'essere umano è una realtà soggettiva e personale non riducibile al mondo delle cose? O è, invece, una realtà oggettiva onnicomprensiva? Le filosofie esistenzialiste si muovono nel terreno della soggettività e dell'esistenza, mentre lo strutturalismo e il neopositivismo collocano l'uomo nel mondo degli oggetti.

Il secondo punto di discussione è questo: se l'uomo debba essere considerato come una specie zoologica, o se invece, si differenzia qualitativamente dalla specie animale. Certi autori che andavano per la maggiore negli anni Settanta, optavano per una nuova antropologia che si riduceva a biologia. Per esempio: J. Monod e E. Morin. Come reazione a questo riduzionismo biologista o genetico, sorse una nuova corrente (antropobiologia), rappresentata tra gli altri da A. Portmann. Questa non limita il suo interesse alla dimostrazione di alcuni fatti ontogenetici, ma si occupa in profondità del significato antropologico di tali fatti, Si tratta di integrare, e non accontentarsi di considerare isolatamente

l'aspetto biologico e quello storico-spirituale dell'uomo, prendendo coscienza che l'uomo, pure essendo bìos, è un essere che supera il bìos ed è aperto alla storicità. Come fa notare H. Thielicke, l'immagine dell'uomo nella sua totalità, nella pienezza dei suoi rapporti vitali sul piano del corpo e dello spirito, tutto questo, e non i condizionamenti genetici, costituisce " la realtà orientatrice determinante secondo Portmann ".

Il terzo punto del dibattito è quello che si aggira attorno al rapporto mente-cervello. Si può impostare in questi termini: la mente è sottoposta al cervello? Dipende da esso e si riduce ad esso? In altre parole: gli eventi mentali sono prodotti dai fatti neurologici fino al punto che si trova in essi la loro spiegazione? A queste domande, risponde affermativamente il determinismo neurofisiologico. Secando, invece, un'altra tendenza, la mente ed il cervello si differenziano e la mente ha un netto ascendente sul cervello.

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Autore: J. J. Tamayo
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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