Amministrazione economica


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Il servizio fraterno e l'aiuto ai poveri sono uniti, fin dalla nascita della Chiesa, alla celebrazione dell'Eucaristia. Condividere i beni è un tratto fondamentale della comunità cristiana. I tre sommari degli Atti (2,42-47; 4,32-35; 5,12-16) attestano che i primi cristiani possedevano tutto in comune e distribuivano tutto, non per essere poveri, ma perchè così nessuno tra loro era bisognoso. A motivo della comunione dei fratelli nella fede, si raccoglievano i beni o si facevano " collette " per aiutare i poveri e i cristiani di altre comunità (At 11,28-30; 1 Cor 16,1-4).

La condivisione dei beni e il servizio ai poveri richiedettero presto nella Chiesa una organizzazione. Prima i diaconi e poi i chierici dovettero amministrare i beni della Chiesa che, nei primi tre secoli, erano i beni dei poveri. Però, questo sistema scomparve un pò alla volta, perchè venne meno il senso esatto delle offerte. A partire dal secolo IV, appaiono, con il " costantinismo " della Chiesa, due fenomeni nuovi: un clero libero da lavori civili e mantenuto economicamente dalla comunità dei fedeli (ciò darà luogo alla " classe sacerdotale ", che controllerà il denaro della Chiesa), e l'esistenza di proprietà ecclesiastiche per doni tatti da alcuni fedeli (questo darà luogo ad una grande preoccupazione istituzionale). La Chiesa, sviluppatasi come istituzione potente ai tempi della conversione dell'Impero romano e dei popoli barbari, divenne religione ufficiale, assunse come supplenza un compito di benefattrice e si arricchì notevolmente. Col tempo, vennero favoriti gli " stipendi " per il culto, per un " congruo sostentamento " del clero. Il denaro venne adibito per costruire edifici, alle volte sontuosi e scandalosi, della Chiesa. Già nel secolo V, il papa Gelasio decise di distribuire i beni della Chiesa in quattro parti: vescovi, clero, culto e poveri. Un po' alla volta, il popolo perdette il controllo dei beni della Chiesa amministrati da chi aveva autorità. Ricordiamo che la Chiesa si arricchì notevolmente per donazioni, specialmente di terrene che, nel Mediodevo, le curie amministravano i beni, con forte scontento del popolo, dei mendicanti e di qualsiasi cristiano che fosse anche minimamente evangelico. I beni divennero proprietà di certe istituzioni, sotto il patrocinio di un santo patrono. A poco a poco, queste istituzioni amministrarono il loro patrimonio, acquistarono rendite ed investirono le loro entrate, senza il controllo della comunità dei fedeli, con tutta segretezza e in una prospettiva di pura conservazione del capitale accumulato e di aumento dei benefici. Le lotte sorte nei tempi della " disamortizzazione " dei beni della Chiesa causarono scandali, tensioni e incomprensioni. La Chiesa è tutt'altro che " intendente dei poveri ". Però, a partire dal Concilio, si va verso un nuovo stile di uso dei beni della Chiesa.

I beni della Chiesa sono riscossi oggi fondamentalmente in tre modi: per contributi volontari, imposte religiose, aiuti dello Stato. L'indipendenza della Chiesa rispetto allo Stato significa, dopo il Concilio, un rifiuto netto, da parte della Chiesa, di qualsiasi aiuto finanziario o dell'uso di organismi statali per ottenere " imposte religiose " o esenzioni economiche equivalenti a privilegi. Parlare dei diritti della Chiesa, soprattutto in campo economico, fondandosi su alcuni diritti " particolari ", è una cosa inaccettabile. D'altra parte, le proprietà della Chiesa, per la sua natura missionaria e per la sua vocazione di povertà al servizio dei poveri, non sono degli ecclesiastici, ma del Popolo di Dio le cui frontiere col resto dell'umanità non possono essere ben delineate. Il diritto di proprietà e l'uso dei beni temporali della Chiesa non sono privati a causa della missione cristiana. Sono beni autonomi, ma non indipendenti; sono sussidiari, ma non assoluti.

La proprietà e l'amministrazione dei beni della Chiesa devono stare al servizio del suo ministero, fondamentalmente evangelizzatore, che comprende un servizio pubblico, date le eredità avute e le implicanze sociali che comporta il fatto cristiano. I beni della Chiesa sono strumenti per la sua missione e vanno ripartiti secondo alcune necessità prioritarie: l'assistenza e la promozione della carità verso i poveri o indigenti, il mantenimento di certi locali, il sostentamento di alcuni compiti pastorali e il salario di alcuni responsabili. La Chiesa possiede, per donazioni varie e per il lavoro disinteressato di molti cristiani, una quantità enorme di edifici di ogni indole, il cui patrimonio deve essere profondamente rivisto. Il Nuovo codice di Diritto Canonico indica i " fini propri " che devono avere le offerte o donazioni dei fedeli: " ordinare il culto divino, provvedere ad un onesto sostentamente del clero e degli altri ministri, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri " (c. 1254).

Evidentemente, i credenti sono tutti chiamati a collaborare nei compiti pastorali della Chiesa. Perciò anche quelli che sono semplici beneficiari del culto domenicale hanno l'obbligo di dare il loro contributo per la Chiesa. Però, ci deve essere sempre una vera "co-gestione economica". Il compito di condivisione dei beni deve essere effettivamente evangelico. I poveri vanno ritenuti come l'azione fondamentale di ogni compito ecclesiale.

Bibl. - Aa.Vv., I beni temporali della Chiesa in Italia, Città del Vaticano, 1986. Cappellini E., Norme per il sostentamento del clero. Studi e documenti, Brescia, 1986. " Concilium ", 7 (1978): Le finanze nella Chiesa. Marchesi M., Come amministrare la parrocchia, Ed. Dehoniane, Bologna, 1989. Nuovo accordo tra Santa Sede e la Repubblica Italiana, Le norme circa gli enti e i beni ecclesiastici, Ed. Paoline, 1986.




Autore: C. Floristán
Fonte: Dizionario sintetico di pastorale (Casiano Floristan - Juan Josè Tamayo)


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