Vittima


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I. L'antropologia, attraverso lo studio dei miti, delle letterature e dei costumi dei popoli, ci consente di pensare ad una universalità del fatto sacrificale, di cui v. è la voce più significativa. Nella nozione e nell'esperienza vittimale c'è una sorta di passività o coatta o accettata o voluta che si manifesta esteriormente come umiliazione (solitudine, debolezza, espropriazione di sé) e stato di estrema abiezione.

Questo è soprattutto manifesto nei sacrifici umani, prima che intervenga, come un processo di sostituzione, l'uso di vittime " più umane ", cioè di animali che esprimono qualcosa in più della loro animalità e, per questo, si avvicinano a espressioni umane e salvano i sacrifici dalla loro disumanità.

Le motivazioni del gesto sacrificatore non sono così univoche e tuttavia sono degne di considerazione, come quelle di chi parla di " violenza sacralizzata ", oppure di catarsi, come scaricamento di sé su qualcuno o qualcosa (il capro espiatorio). E questo a pro del singolo o della stessa società. Oppure si parla di offerta propiziatoria (do ut des) o di libero dono di sé ad una Entità avvertita come superiore alle forze dell'uomo.

Le modalità del gesto sacrificatore comprendono una certa istituzionalità, onde distinguere il sacrificio dalla violenza criminale e dargli così una sorta di valore sublimante e, perciò, una certa ritualità, sia che si tratti di gesti sacrificali religiosi o di esecuzioni di Stato o di crimini mafiosi. Né sono da dimenticare socialità e spettacolarità del gesto sacrificale: la prima è indicata nel senso di un protagonismo che, in qualche modo, è collettivo e così il suo esito; la seconda, come momento catartico, esemplare o ludico del sacrificio.

A margine di queste modalità, e con un significato meno pregnante, ma non meno concreto, stanno i gesti sacrificali (e dunque le vittime) meno istituzionalizzati, rituali e spettacolari: quelli che interessano nell'intera vicenda storica fino ad oggi le " vittime della società ": gli schiavi, gli oppressi, i deboli, gli stranieri, tutti gli emarginati a motivo della loro diversità razziale, sessuale o religiosa. Nella folla delle vittime senza nome, esse stanno come un sacrificio innocente dentro una storia disumana.

II. Nella Sacra Scrittura. Gesù, il Cristo di Dio, " entrando nel mondo " (Eb 10,5) ha dato compimento ai sacrifici antichi (Messale 331), anzi li ha resi inutili (cf Eb 10,9) con un sacrificio nuovo, dove lui è vittima e sacerdote (cf Eb 5,8-9). Nella logica dell'Incarnazione, anche i gesti sacrificatori umani sono stati come assunti quali " figure " di una realtà " altra ". L'episodio di Isacco sacrificato (cf Gn 22) racchiude in sé il riferimento a Cristo; è figura della vittima sacrificata nell'obbedienza a Dio. Il Servo di JHWH allude anche nei dettagli all'Agnello portato al sacrificio nelle condizioni descritte: passività-mansuetudine, solitudine-silenzio, espropriazione di sé-abbandono. Tutta la tematica dell'agnello pasquale in Esodo fino all'Apocalisse fonda una spiritualità vittimale.

Le motivazioni del gesto sacrificale, nella prospettiva biblica, sono rapportate al senso del peccato e al bisogno di un riscatto, dettati da una sana coscienza e rivelati dalla santità della Legge: riscatto che solo Dio può compiere e che noi possiamo solo invocare come esito del sacrificio. Motivazione più positiva quella che tiene conto dell'istinto di generosità del creaturale che il peccato non ha estinto nel cuore dell'uomo e per il quale l'uomo fa libero dono di sé o di qualcosa di sé onde entrare in comunione con Dio. Questo esito è rappresentato da una catarsi personale e collettiva che si opera con il sacrificio di salvezza in obbedienza al Padre, per mezzo della morte redentrice del Figlio, nel fuoco dello Spirito eterno (cf Eb 9,14). Nel sangue di Cristo si compiono l'espiazione (cf Rm 3,25), l'eliminazione dei peccati (cf Eb 9,14) e la restaurazione di uno scambio d'amore che dalla parte di Dio mai era venuto meno. Questo esito è rappresentato pure da una comunione personale e collettiva che si opera con il sacrificio di lode del Cristo nel culto spirituale da lui reso al Padre, in una liturgia interiore di offerta e di obbedienza che nasce con il " Sì, vengo " pronunciato dal Verbo nel seno del Padre, quale espressione della sua volontà amante che si offre come vittima innocente per l'espiazione del peccato degli uomini incapaci di un vero riscatto. Per esso, con il perdono, vengono da Dio la benedizione, l'amore per sempre, la vita. Anche gli aspetti concreti del sacrificio diventano nella logica di un'incarnazione trasfigurante simbolo di una realtà spirituale: l'altare è l'interiorità del cuore, il fuoco è l'azione bruciante e consumante dello Spirito, il sangue in olocausto è il sacrificio di sé, il fumo che sale al cielo è come " il profumo soave per il Signore " (Lv 1,9).

Istituzionalità, ritualità, socialità, spettacolarità sono modi che rimangono anche nella visibilità dell'unico Sacrificio, che giunge fino a noi: rimandi di fedeltà, di memoria, di solidarietà e di grandezza che hanno il loro centro nella celebrazione dell'Eucaristia, memoriale della pasqua di morte e di risurrezione del Signore che ha dato il suo Corpo " per voi " (1 Cor 11,24) ha versato il suo Sangue " per voi " (Lc 22,20).

III. Nell'esperienza ascetico-mistica. Mentre i mezzi di comunicazione sociale ci fanno sempre più certi della violenza, dell'indifferenza, del disamore, creando vittime tra i non-ancora nati, i bambini, gli anziani, i disabili, i socialmente più deboli, più scialba si fa la considerazione teologale del cristiano quale associato alla Vittima. Resta forte l'impegno a favore delle vittime della società e anche alla condivisione, ma resta scarso il riferimento ai motivi spirituali che lo sorreggono. Un'immagine più evangelica e purificata di Dio ha posto in ombra gli aspetti più severi e più esigenti dell'ascesi cristiana, mentre la psicologia analitica ha posto in sospetto ogni accenno alla mortificazione cristiana e alle norme limitative e passive della vita spirituale. Una cultura del benessere, poi, e un'antropologia anche lecita e degna della felicità, una riscoperta evidente del valore della corporeità, della sessualità, di un lavoro profittevole e di una fruizione serena della bellezza del mondo hanno velato o sottaciuto gli aspetti sacrificali del vivere, rendendo l'uomo più indifeso dinanzi alle circostanze avverse.

I discepoli del Signore, in ogni tempo, sanno di essere associati alla pasqua di Gesù e, per mezzo del battesimo, incorporati alla sua missione sofferente e al destino glorioso di lui. Particolare considerazione vittimale hanno, nella tradizione vivente della Chiesa, i martiri, i vergini e gli innocenti, ma lo spettacolo delle sofferenze dell'umanità fa pensare alla croce di Gesù come al centro delle sofferenze del mondo, sopportate prima di lui e da lui portate su di sé nella forma di una divina condivisione di tutto l'umano " escluso il peccato " (Eb 4,15) fino all'umiliazione estrema della croce, quale gesto ultimo della filantropia di Dio; sopportate dopo di lui con l'unico sguardo possibile: quello di un amore di compassione che non teme la profondità degli inferi e la possibilità del " silenzio di Dio " nella notte oscura della fede.

Portare ogni giorno la nostra croce (cf Mt 16,24), svolgere i nostri compiti umani con serietà e impegno, partecipare al sacrificio della Vittima vittoriosa, mediante le sofferenze derivanti dalla lotta a ciò che è male in contrapposizione alle inutili sofferenze che ci procuriamo seguendo ciò che è male, accogliendo con serenità le fatiche e le diminuzioni dell'età e della vita fino alla pena del morire come ultimo atto sacrificale di sé: questa può essere la modalità concreta e quotidiana di un " voto vittimale " che è presente e riscontrabile nelle varie agiografie della tradizione cristiana. Espressione singolare di quel " voto ", sempre da sottomettersi al discernimento di persone più mature, è il voto di sostituzione, vita per vita, perdita di sé per la salvezza altrui, ma alla condizione provata che tutto avvenga nel clima positivo di un amore " più grande ".

III. In conclusione, occorre anche avvertire che, dal punto di vista antropologico, un discorso sul tema della v. non è privo di qualche difficoltà derivante dall'ambiguità genetica del fenomeno sacrificale.

Dal punto di vista teologico, l'immagine di Dio come somma giustizia e l'urgenza di una adeguata riparazione del peccato meriterebbero, nel loro ambito, una convincente esposizione.

E evidente che, anche dal punto di vista attuativo, nei casi soggettivi, possono crearsi dei rischi, indulgendo, anche involontariamente, a forme vittimistiche non adeguate alla prospettiva paolina del completamento in noi di " quello che manca alla passione di Cristo " (Col 1,24).

Bibl. Aa.Vv., Il sacrificio, in Ser 29 (1995), tutto il numero; R. Girard, La violenza e il sacro, Milano 1992; G. Manzoni, Victimale (Spiritualité), in DSAM XVI, 531-545; P. Molinari, Martire, in NDS, 903-913; S. Spinsanti, Spiritualità odierna del martirio, in Ibid., 913-917.



Autore: C. Massa
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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