Vita teologale


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I. I termini e la realtà. 1. La tradizione neotestamentaria. L'unione con Dio, nella tradizione cristiana, è il nucleo più sublime della rivelazione della vocazione umana e, nello stesso tempo, la condizione più ardua ad essere descritta, la più delicata ad essere educata: la gloria della meta è la croce della via. Lo mostra anche la storia delle interpretazioni.

I termini che tradizionalmente sintetizzano la proposta su questa relazione si leggono per la prima volta insieme, in 1 Cor 13,13: " Queste dunque le tre cose (ta tria tauta) che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità ". Tale testo è tanto riccamente evocativo nel suo enunciato quanto enigmatico nell'interpretazione.1 Probabilmente esso è il risultato di un cammino di coscientizzazione vissuta nel popolo di Dio che, meditando sulle esigenze della nuova alleanza in Cristo, aveva identificato in queste tre sia le prerogative nelle quali si concretizza e si configura la fisionomia delle persone che consentono a Dio di essere Dio nel popolo di cui si prende cura e di cui si compiace, sia i criteri in base ai quali verificare l'autenticità del credere, del confidare nella sua misericordia, dell'amarlo con tutto il cuore, la mente, la forza (cf Mc 12,28ss. e par.). La Bibbia di Gerusalemme (EDB) in nota al testo scrive: " Tre cose: il gruppo delle tre virtù teologali che appare in Paolo già da 1 Ts 1,3 e gli è forse (l'ed. francese ha sans doute) anteriore, ritorna spesso nelle sue Lettere, con diverse variazioni nell'ordine: 1 Ts 5,8; 1 Cor 13,7-13; Gal 5,5ss.; Rm 5,1-5; 12,6-12; Col 1,45; Ef 1,15-18; 4,2-5; 1 Tm 6,11; Tt 2,2. Cf Eb 6,10-12; 10,22-24; 1 Pt 1,3-9, 21s. In più si trovano insieme fede e amore: 1 Ts 3,6; 2 Ts 1,3; Tm 5; costanza e fede: 2 Ts 1,4; carità e costanza: 2 Ts 3,5; cf 2 Cor 13,13 ".

Queste " tre cose " riassumono gli atteggiamenti che strutturano il rapporto con Dio uno e multiforme. " Se ci si interessa al senso dell'esistenza cristiana, la speranza è ciò che lo determina. Se si considera ciò che in-forma quest'esistenza, bisogna nominare la carità. Se si domanda quale ne sia il fondamento bisogna nominare la fede ".2

Quando oltre a queste poche testimonianze paoline si approfondisce la ricerca sulla rivelazione neo-testamentaria delle "tre", la difficoltà di reperire dei contesti di conferma diventa grande. Si parla dell'una o dell'altra di esse separatamente, ma non delle tre insieme.

La loro sintesi è frutto dell'elaborazione della tradizione teologica e scaturisce dall'insieme della rivelazione dell'economia del tempo pieno. La v. è il riflesso della partecipazione della vita delle Persone divine in Gesù Cristo, connota le più alte operazioni con le quali noi partecipiamo ad essa, entriamo in relazione con loro; è reciproca all'autodono del Padre in Gesù Cristo e nello Spirito, dispone all'autodono nostro a Dio-con-noi per essere noi-con Dio in Gesù Cristo.

La dottrina che le concerne collega in certo modo la narrazione degli eventi salvifici, che vanno dall'Incarnazione alla promessa e al dono dello Spirito nella risurrezione, narrata dai sinottici e da Giovanni, e lettura di essi compiuta dal resto della letteratura neotestamentaria. Lo Spirito di Gesù Cristo è il soggetto primo delle attività a cui consentiamo con le nostre operazioni. Questa comunione di reciprocità è descritta con accenti diversi nei testi del NT, letti nella scia della lettura unificata della Parola che ha compiuto Gesù nell'incontro con i discepoli di Emmaus (cf Lc 24,27).

Le iniziative che la teologalità abilita a vivere sono di persone membri del Corpo di Cristo vivificato dallo Spirito. Le persone che le compiono sono il soggetto prossimo non il primo né l'unico della loro attività, le loro sono operazioni che Cristo attua nella sua Chiesa e che questa vive in lui a cui ci unisce il suo Spirito.

La v. nella sua unità di vita in carità è la vita del popolo di Dio che è stato radunato in Cristo e in lui ha sperimentato la misericordia (1 Pt 2,10). Egli lo ha fondato nella possibilità di dire nello Spirito "Abbà Padre" e di lasciarsi introdurre nella conoscenza che egli ha del Padre e che solo attraverso di lui è irradiata nel mondo e di protendersi in lui verso quella grazia che sarà data quando egli si rivelerà (cf 1 Pt 1,13).

L'annunzio che l'Incarnazione del Verbo costituisce il tempo pieno, che in Gesù Cristo siamo stati adottati nella filiazione adottiva (cf Gal 4,4), che Gesù risorto ha effuso lo Spirito, che questi vivifica la Chiesa nella quale ci unisce al Cristo che svela il mistero del Padre, orienta le persone che lo accolgono in un dinamismo di relazione divina. La vita di Dio in Cristo e nello Spirito è stata effusa nell'umanità e la fonda nella conoscenza che suscita in essa il desiderio di un più autentico rapporto con le Persone divine e dell'attesa di convergere verso la piena manifestazione della gloria.

Lo statuto teologale della vita in Cristo e nello Spirito era stato preparato dall'economia dell'AT, tutta ordinata ad annunciare la venuta di Cristo redentore dell'universo e del suo regno messianico e testimone permanente di una pedagogia divina che in Cristo raggiunge la sua meta (cf DV 15 citato da TMA 6). Cristo non parla a nome di Dio, in lui Dio stesso parla nel suo Verbo eterno.

2. Dalle "tre cose" alle tre virtù teologali: a. I primi dodici secoli. 1 Cor 13,13, anche se con alterne vicende, non ha mai smesso di focalizzare la ricerca della comunità credente. Questo scandaglio, attento e perseverante, è sfociato in un patrimonio di convinzioni e di esperienze a cui la Chiesa fa riferimento nella sua missione di guida nel cammino di sequela e di obbedienza allo Spirito. Queste tre cose sono state considerate come aspetto centrale del consenso a non rendere vana la riconciliazione in Cristo (cf 2 Cor 5,19s.). I Padri e gli autori spirituali hanno ribadito l'importanza di queste prerogative. La teologia non è arrivata subito a riconoscere il carattere unitario e virtuoso e teologale della santa triade. Il cammino verso questa sintesi è stato lungo e progressivo. Ancora Pietro Lombardo ( 1160) all'inizio del secondo millennio considerava la carità attività che lo Spirito Santo opera nei fedeli. Riteneva che la persona umana potesse credere e sperare in Dio, ma non amarlo.

Ammetteva una distinzione tra fede e speranza e la carità. Per la sublime dignità di quest'ultima, riteneva che lo Spirito Santo amasse in noi ma non attraverso noi come nella fede e speranza. Tommaso d'Aquino apportò l'ultimo tocco a questo processo, riconoscendo che sarebbe misconoscere l'opera dello Spirito, più che sublimarla, ritenere che la carità non è operata attraverso noi.

Quest'esperienza e questa riflessione convergono nella sintesi della Summa Theologiae,3 nella quale le più luminose intuizioni della tradizione vengono riprese e innervate in una vigorosa visione della vita secondo lo Spirito. Ivi l'Aquinate precisa il senso della qualifica di virtù teologali con la quale già alcuni autori precedenti ne avevano designato i dinamismi; le considera le più alte manifestazioni dell'esistenza in Cristo. Sono teologali perché " hanno Dio per oggetto: attraverso esse siamo ordinati rettamente in Dio; perché esse sono infuse solo da Dio; e infine perché esse vengono trasmesse nella Scrittura solo per divina rivelazione ".4 Questa concentrazione teologica è ricca di importanti valenze.

Affermare che le tre sono virtù, significa riconoscere che le operazioni che esse abilitano a compiere rientrano nell'esercizio delle potenzialità umane elevate dalla grazia, e perciò investire le persone della responsabilità di volersi soggetto delle azioni nelle quali si relazionano, in reciprocità di rapporto con Dio che si rivela verità di sorgente, amore che ama per primo (cf 1 Gv 4,8,19; 5,1,5,10), forza e sostegno del suo popolo (cf 1 Pt 5,7). Egli chiama a vivere per sempre nella comunione trinitaria. La persona è vero soggetto delle operazioni intellettive ed affettive con cui si relaziona a Dio, ma lo è in e con lo Spirito del Cristo presente in essa. I doni dello Spirito sono distinti ma non separati da lui che ne è la sorgente; essi suppongono non escludono la sua azione vivificante nell'anima in grazia e sono donati per permettere una vera comunione di conoscenza e di amore con le Persone divine. Questa presenza è origine della trasformazione che eleva e perfeziona le potenzialità conoscitive, di affidamento e d'amore e infonde in esse energie divine per corrispondere personalmente alla conoscenza in cui sono conosciute e all'amore in cui sono amate. Nonostante la loro inadeguatezza alla perfezione della patria (hic imperfecta... caritas perficitur in patria),5 esse sono vere, autentiche virtù: conferiscono un vero potere di agire con prontezza, spontaneità, gioia. In questo modo, tra l'altro, viene estesa notevolmente la sfera di azione delle potenze umane e si include in essa la relazione specifica con Dio, reciproca a quella che il Padre instaura in Cristo e nello Spirito con l'umanità. Enumerando tre virtù teologali, Tommaso unisce la carità alle altre; ne riconosce la singolare grandezza e le attribuisce il compito della rettificazione del vivere, il ruolo di forma nei confronti di tutto il dinamismo morale che in e per essa diventa meritorio della vita in eterno nella Trinità santa. E un modo di pensare che qualifica l'orientazione teologale della vita in Cristo, collega intimamente il vivere nel tempo e la visione di Dio.6

Il carattere virtuoso della teologalità la sottrae all'incostanza del dilettantismo, alla precarietà dell'emotività, all'infrarazionale e la vincola al dinamismo dell'intelligenza e della volontà inabitate dallo Spirito. La spontaneità nella v. è punto di arrivo, contesto della conversione permanente e della perseveranza nello sperare contro ogni speranza (cf Rm 4,16 ). Il rapporto con Dio si costruisce mediante le operazioni della persona mossa divinamente a volere liberamente ed influisce sui dinamismi personali senza falsarne le caratteristiche e le prerogative. L'unione con Dio non cresce se le persone non si coltivano nell'amicizia che egli abilita a vivere.

Legare la v. alla grazia è ribadirne contemporaneamente l'origine e la destinazione divina e la radicazione nella storia che in Cristo avanza verso la riconciliazione piena. La grazia è donata in Cristo e in vista di lui unisce a sé la Chiesa; essa conferisce una soggettività nuova, cristico-ecclesiale in forza della quale la persona vive e opera nella, con la e per la comunità adunata per essere nel tempo testimone della misericordia del Padre. La grazia della teologalità, nella sua natura più profonda, è dono; è sempre ricevuta e non si stacca mai dalla sua sorgente, è in permanente derivazione dal donante e in radicale tensione comunionale con lui. L'atteggiamento fondamentale della persona fedele è l'implorazione, l'epiclesi: Padre manda il tuo Spirito a santificare i nostri cuori per perseverare nell'amore soprattutto nelle ore della prova. La grazia è elargita gratuitamente, ma non in modo arbitrario o imprevidibile, abilita a fare della nostra attività il dono con il quale offriamo a Dio l'omaggio di noi stessi, illuminati dalla rivelazione nella quale egli si è auto-manifestato nel popolo nel quale condividiamo la misericordia nella quale ci unisce a sé. Si diventa credenti per dono, non per caso, e si persevera per amicizia perché si vuole essere in Cristo nel Padre. Senza una intelligente, saggia e perseverante educazione dell'intelligenza e dell'affettività sensibile e volontaria, senza una costante purificazione dell'immaginario, una perseverante vigilanza sulle tendenze ereditate dalla condotta antica, la partecipazione alla vita del popolo di Dio non si sviluppa in verità e libertà. Sembra che la teologia morale e quella spirituale non abbiano sufficientemente valorizzato questa decisiva operazione teologica.

b. Crisi al tempo della Riforma. Nel movimento culturale ed esistenziale culminato nella Riforma, la riflessione teologica più che la tradizione pastorale e ascetico-spirituale, per motivi diversi ma convergenti, ha sviluppato un'altra visione della realtà. La triade è stata valorizzata nelle sue componenti più che nel suo aspetto unitario.7 Ciascuna delle virtù è stata considerata sempre più isolatamente e la riflessione su di esse è diventata sempre più di carattere dogmatico più che teologico morale. La carità è diventata oggetto quasi esclusivo della teologia spirituale soprattutto nella sua accezione di amore per Dio.

c. Verso una nuova sintesi. Il Vaticano II nomina diverse volte fede, speranza, carità, ma non le denomina virtù. Le presenta nel contesto della vita in Cristo e nello Spirito come esplicita il rapporto reciproco che i Padri hanno descritto tra theologia ed oikonomia, tra il mistero della vita intima di Dio e le opere con le quali egli si rivela e comunica la sua vita (cf CCC, 236) nella economia del "tempo pieno", dei "tempi ultimi", del "tempo della Chiesa", dell'era di Pentecoste (cf per esempio CCC 731ss. e molti altri contesti), questa visione situa la v. nel contesto delle missioni divine e delle relazioni reciproche tra Cristo e lo Spirito, che vivifica e rende vivificante la Chiesa, adunata dalle Persone divine, guidata da esse nella crescita nell'identità di comunione che scaturisce, riflette ed anela alla comunione trinitaria, che s'irradia nella sua missione nel mondo quale sacramento di unità e di pace.

La verità secondo cui lo stesso Spirito porta tutti per le vie misteriose che egli conosce in contatto con la pasqua del Cristo (cf GS 22) fonda l'attenzione alla vitalità della teologalità al di fuori dei confini della Chiesa visibile, chiede di rimanere aperti ai segni della sua presenza nella storia.

Negli anni più recenti sempre più spesso i Papi hanno fatto riferimento alle "tre virtù teologali". Il Catechismo della Chiesa Cattolica offre un saggio di lettura più ampia ed articolata della teologalità. Ne parla chiaramente e ripetutamente (nn. 1812-1829; 2655-2658 e passim), le ripropone nella loro unità quale dimensione della professione di fede; della celebrazione del mistero pasquale (CCC 2656); della vita in Cristo e nello Spirito (CCC, parte 3); della preghiera cristiana (nn. 2656ss.). Questa proposta chiarisce l'orientamento dell'esistenza cristiana, connota il vertice della contemplazione, favorisce il discernimento della sincerità e dell'autenticità dell'obbedienza alla rivelazione; accompagna la celebrazione del mistero della pasqua e l'esperienza dell'intelligenza amorosa e della sintonia fedele all'economia della salvezza. Questa pluralità di punti di riferimenti lascia intravvedere in quale contesto e in quale orizzonte si situi la nuova valorizzazione di questo dato centrale del patrimonio cristiano.

II. La santa triade.8 1. Contesto antropologico della teologalità. L'attività connotata da verbi come credere, sperare, amare, suppone nel soggetto che la vive la consapevolezza di esistere in un mondo nel quale sussistono dei rapporti che interessano la persona, l'interpellano, la inducono a prendere posizione. Nelle azioni che detti verbi esprimono il soggetto opera nella e per l'attività che altre persone compiono e che si moltiplica nella e per la sua compartecipazione. Sono azioni a convergenza plurima e costituiscono la relazionalità interpersonale e comunionale nella realtà nella quale le persone sono inserite. Riferendomi ad una categoria liturgica, si potrebbe dire che hanno carattere responsoriale: il popolo si inserisce nella lode proposta, la rilancia riassumendone ogni volta, in prospettiva diversa e nuova, la tematica. Quando questa relazione si intensifica, la persona comincia a sperimentare una trasformazione in forza della quale non si lascia coinvolgere perché obbligata dal di fuori, ma perché una forza interna la vincola al punto che le riuscirebbe difficile disattenderne il dinamismo. Perdono di mordente le pretese e si qualifica l'attesa nei confronti di sé per sintonizzarsi nella comunicazione nella quale è accolta. " L'amore implica sempre la confidenza, il desiderio, l'attesa rispettosa della libertà dell'altra persona, del dono non manipolabile che essa può fare di sé; privarlo di quest'attesa sarebbe ucciderlo " (A. von Speyr). Inizialmente la persona si percepisce "tu" del rapporto nel quale partecipa; poi man mano che il processo di comunicazione si qualifica in un cammino di autodono e di fedeltà, comincia a scoprire che il volto, la notizia, l'evento che interiorizza, la costruiscono in una nuova identità, la svelano in un io di proporzione sempre più unionale, ampia, intensa. Più il rapporto cresce e si intensifica, più la persona partecipa del noi nel quale i suoi dinamismi diventano con-vocati, con-donati, con-divisi. I volti, le parole, gli eventi che si accompagnano a questa coscienza potenziano docilità all'ascolto, saggezza di discernimento, affidamento, fiducia, speranza, consenso, amore, ecc. Nessuna di queste è esperienza isolata, ognuna si sviluppa quando la persona condivide e partecipa conoscenza, esperienza, sollecitudini, speranze, gioie. Chi dichiara, attesta, proclama: ti amo, mi fido di te, mi affido a te, confido in te, spero in te, ho fiducia che quanto mi dici è vero, credo che quanto prometti si realizza, professa di assecondare un rapporto che incide in modo determinante sulla sua vita e ne configura intimamente i tratti. Queste attività confermano il carattere relazionale della perfezione personale e potenziano l'interdipendenza e la solidarietà che vincola le persone le une alle altre e tutte insieme alla realtà nella quale comunicano e dalla quale sono unite, in cui sono se stesse. La vitalità di questa comunione rinsalda i rapporti di amicizia e di solidarietà, di conoscenza e di riconoscimento mutuo, si alimenta di fiducia, potenzia il protendersi insieme verso il non ancora delle possibilità e potenzialità personali e comunitarie, rinvigorisce la forza di farsi carico delle debolezze umane senza cedere a compromessi e connivenze ambigue e senza irrigidirsi nella condanna e nella discriminazione. In questa dinamica di relazionalità, la persona oltre che essere attratta, appagata e rasserenata dalla amabilità nella quale è accolta, è spinta a volersi a sua volta amabile, a donare fiducia, a fondare affidamento, a rendersi credibile, verace, veritiera, accogliente, ospitale, amica. E costruita nella sua verità dall'azione nella quale lascia accogliere.

Quando questo cammino entra in fase di stasi o di stanchezza, la persona si isola, diventa ricurva su se stessa, le sue potenzialità decrescono, i rapporti diventano muti e sfociano in quelle deviazioni che rendono penosa e inquietante la vita personale ed associata.

2. Tre virtù una sola gratuità. La questione non è di parole, concerne l'aspetto più sublime della visione cristiana del vivere e permanentemente l'inventiva della comunità credente che si proclama tutt'intera chiamata alla santità nella vita trinitaria, e perciò universalmente impegnata a illuminarne la via alla beatitudine. Sebbene nelle persone che vivono in peccato grave senza aver rinnegato la fede, quest'ultima e la speranza possono esistere anche senza la carità (cf DS 1544, 1578, 1963, 2312, 3803), nelle persone che vivono in grazia le virtù teologali costituiscono una realtà unitaria, si irradiano ed operano in modo articolato, anche se ognuna di esse ha la sua struttura propria. La comunione con l'invisibile amato e creduto senza esser visto (cf 1 Pt 1,12) è totalmente iscritta in questa partecipazione della vita di Dio che prepara all'unione con sé il popolo che Cristo raduna nel suo corpo, forma alla disponibilità, all'affidamento a colui che solo ha il potere di conoscere nei cuori gli atteggiamenti di cui egli solo è origine prima e destinatario. La suprema espressione di questa fedeltà è la gratuità reciproca a quella del Padre, colui che è origine di e in ogni iniziativa. Più le persone si lasciano unire da lui, più cresce in esse la sollecitudine, la sete che è la sua: che tutte le sue creature lo riconoscano e pervengano alla fruizione della sua beatitudine donata in Cristo. E un'esperienza stimolante e pacificante per coloro che non pongono limiti e resistenze all'irradiazione della misericordia; essa resta muta, priva di trasparenza in coloro che cercano garanzie e avalli che legittimano i calcoli e le autodifese. Il mistero in cui la fedeltà si sviluppa e vive è la luce che la illumina, la tenebra di cui è circonfusa, è la forza di attrazione che la stimola; solo la gratuità riesce a penetrare e a cogliere la bellezza di entrambe. Il Padre si dona non si lascia imprigionare, accoglie non diventa possesso, rende partecipi del suo disegno, non è sorgente di discriminazione e di divisione. La sua presenza è percepita da coloro che non pretendono segni diversi da quelli che egli dà nella sua Parola e nell'economia della sua sapienza. Il credente non ipoteca il compiacimento del Padre, lo implora; confida nella di lui fedeltà; attua con perseveranza quanto il popolo propone e gli indicativi che ne orientano il vivere.

3. V. e rettitudine umana. Le operazioni delle virtù teologali partecipano le prerogative di quelle tipicamente umane, coinvolgono i dinamismi di intelligenza ed affettività di cui la persona è dotata e relazionano con Dio, attraverso la mediazione della comunità in cui il Padre ci raduna rendendoci Corpo di Cristo. Le virtù teologali si distinguono dalle altre azioni umane per il fatto che orientano e fanno convergere la persona nella relazione con Dio. Questa non potrebbe sussistere se la persona non fosse retta nelle manifestazioni della sua vita, non fosse attenta e vigile, capace di tenersi in mano, di raccogliersi nella disponibilità al Mistero e nella docilità ai segni e alle parole con cui si rivela e nella volontà di farsi carico della crescita della comunità di salvezza in cui è parte. La relazione con Dio non distrae dai compiti umani, abilita a viverli in profondità e anche a lasciarli conformare nella sua misericordia salvifica. Non si è fedeli se si bara con l'umano e non si è radicalmente e pienamente umani se si disattende e si omette la relazione con il mistero della nostra origine e della nostra pienezza. Il dilettantismo e l'arbitrio sono del tutto esclusi dalla v., la quale sorge e cresce quando la persona è disposta a consentire al Dio vivente e, perciò, a distaccarsi dagli idoli che popolano la mente, il cuore, l'immaginazione. Dio parla nel silenzio delle parole che non vengono da lui e nell'ascolto operativo e trasparente dello Spirito.

La v. si vive in atti umani che pur distinti e diversi, scaturiscono dalla stessa origine, la grazia di Dio; sono vivificati dalla medesima sorgente, la presenza inabitante dello Spirito; coinvolgono tutta la persona e le imprimono un moto centripeto convergente nell'ascolto della Parola e nel consenso amoroso a quanto essa trasmette e alla meta in cui fa sperare.

La riflessione su queste virtù anche quando prende l'avvio dalla struttura dei dinamismi umani, dalla dinamica del desiderio di bene e di pienezza che orienta la persona e ne dinamicizza i processi sfocia sempre nella epifania di Dio che, per gratuita bontà, effonde se stesso e chiama ed ammette la persona alla partecipazione della sua vita. Questi processi non sono contrastanti se non diventano alternativi. Dio è uno. Ha creato l'umanità, l'ha ordinata a sé, l'ha costituita nella tendenza al bene supremo, agisce in e con essa perché si apra in libertà e gratuità alla sua attrazione, si è rivelato per ricondurre l'umanità nel suo amore. Le virtù teologali sono habitus infusi in noi nella grazia e abilitano a operare in reciprocità con l'azione di Dio. L'unione con lui avviene in operazioni di cui la persona graziata è vera origine.

III. Dimensione contemplativa della v.: virtù-doni dello Spirito Santo-beatitudini. 1. Vivere in unione con Dio non è avere delle idee su di lui, è farlo entrare in noi, accoglierne e viverne la Parola, camminare nelle sue vie, crescere nell'amore nel quale ci ama, seguirlo a modo suo e non nostro, accettare che ci introduca nella ineffabile esperienza della sua misericordia. Quando questa vocazione diventa stile di vita quotidiana, caratterizza, qualifica e rende significante la presenza nella comunità credente e il dinamismo di essa nella storia, attraverso processi di purificazione che, vari quanto le persone che li vivono e i contesti nei quali sono inserite, sfociano tutti nella conformazione alla misericordia del Padre che vuole tutta l'umanità salva in Cristo. E un cammino che, come i giorni nei quali si snoda, va di alba in alba attraverso notti di mistero e di trepidazione, di riposo e di gemiti. In genere questo processo lo si abbina alla carità e alle fasi della crescita di essa: incipiente, proficiente, perfetta, in realtà investe nello stesso tempo la fede e la speranza. Le tre crescono insieme e insieme qualificano la partecipazione amorosa e credente nell'ora del Cristo. Le notti oscure della fede sono non meno lunghe, sofferte e salutari di quelle che vive la carità che si lascia ferire dalle situazioni che implorano misericordia e che mettono a prova la speranza quando la "sventura" incombe sulle persone e le comunità e il solo aiuto che si può condividere è sostenersi nel non soccombere.9

Le virtù teologali hanno per oggetto Dio stesso, bene supremo e fine ultimo; perfezionano le facoltà umane in modo che possano corrispondere all'attrazione che egli esercita nelle modalità e nelle vie che a lui sono proprie. Credere è sperare nella conduzione con cui egli porta eventi e persone nella piena conformazione nella sua vita; è amarlo nell'amore nel quale egli ama. La perfezione che conferiscono anche se in conversione permanente, non vince del tutto la inadeguatezza della mens umana in ordine a Dio. Lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra infermità e con i suoi doni rende le persone docili ad ubbidire alla mozione con la quale le unisce al Cristo che le conferma nella conoscenza, nella fiducia, nell'amore con cui conosce il Padre, si abbandona a lui, lo ama,10 in un rapporto più intenso, più personale, più consenziente. Frutto della docilità, dell'obbedienza a questa mozione dello Spirito sono le operazioni, beatitudini non solo nel loro aspetto di operazioni meritorie messe in atto dalla persona, quanto e più ancora di fruizione del premio che si accompagna alle opere delle virtù che preparano direttamente la contemplazione: la visione iniziale e la gioia della filiazione divina partecipata.11 E il rapporto perfezionato nella vita mistica, che si sviluppa, più che nella dinamica delle opere che dispongono in modo diretto ed immediato alla contemplazione, in quella della fruizione iniziale della filiazione. Inabitata dallo Spirito che rende accogliente del dono di sé che il Cristo conferisce a chi consente all'attrazione del Padre, la persona comincia a sperimentare la gioia e la pace della vita beata. Le opere della persona che è mossa dallo Spirito sono più dello Spirito che della persona. Una intensa espressione di questa docilità si vive quando la persona si lascia ferire dalla miseria umana, specie da quella che rende disattenti e ribelli al Padre e, spinta dalla misericordia stessa del Padre, implora con gemiti e lacrime la conversione delle persone e la pace per l'umanità e la Chiesa. Questi atteggiamenti costitutivi permanenti dell'essere cristico, secondo un'interpretazione molto convincente di 1 Cor 13,13 permangono anche nell'eternità. Ireneo lo afferma: la persona umana ha sempre da apprendere da Dio sempre più grande,12 Origene lo segue.13 Con essi concordano anche alcuni esegeti contemporanei.14

Quando, come " bambini appena nati si brama il latte dello spirito e si gusta quanto è buono il Signore " (cf 1 Pt 2,2; Sal 34,9), la persona diventa sempre più attratta da questo desiderio di vita con Dio e disattende le sollecitudini che riguardano il "come", il "quando"; il "dove" o altre simili che inquietano le fasi iniziali della vita in Cristo. Si pensi per esempio come amarlo senza averlo visto; come credere senza vederlo; come sapere se lo si ama o meno; come esultare di gioia indicibile mentre si consegue la meta della fede, la salvezza (cf 1 Pt 1,8s.); come si manifesta l'amore agapico in una storia dominata dall'odio, dagli egoismi, dalle autodifese; come si configura il credere e il cantare i canti della patria in terre straniere (cf Sal 136,4) popolate da idoli, prigioniere del visibile, incapaci di aprisi all'essenziale che è invisibile agli occhi (A. Saint-Exupery); o ancora, come sperare nella vittoria sulla morte quando questa, con il corteo delle manifestazioni che la precedono e l'accompagnano, è l'unica realtà che sperimentiamo in un mondo in cui nascere è cominciare a morire; che comporta rendere conto della speranza (cf 1 Pt 3,13); rendere credibile la fede nella vittoria di Cristo sulla morte, sull'inimicizia (cf Ef 2,14-16), sul peccato (cf 1 Pt 2,24); in che modo, per quale via egli l'ha vinta; a quali condizioni la vittoria sua diventa quella delle persone che in lui diventano popolo (cf 1 Pt 2,10); o come si configura in concreto lo stile di vita, quali sono i lineamenti interni e i tratti esterni, di coloro che vivono tra i "pagani" e che sono "stranieri e pellegrini" nel mondo (1 Pt 2,11; cf anche 2,11-4,12); come risolvere le questioni non con criteri individualisti ma nella sintonia con il popolo che partecipa "alle sofferenze di Cristo" (1 Pt 4,13)?

2. Docilità al Mistero. L'esperienza della vita trinitaria. Le suddette preoccupazioni si attenuano e la verità rifulge quando gli occhi dello spirito si aprono all'amorosa presenza invisibile nella quale le persone si vedono pietre vive del tempio della misericordia. Nella radice di contemplare la realtà del tempio è dominante con-templum. " Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un tempio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo " (1 Pt 2,5).

Il dono della contemplazione è l'espressione più concreta di quello che è il " punto essenziale per cui il cristianesimo si differenzia dalle altre religioni nelle quali si è espressa sin dall'inizio la ricerca di Dio da parte dell'uomo. Nel cristianesimo l'avvio è dato dall'Incarnazione del Verbo. Qui non è soltanto l'uomo a cercare Dio, ma è Dio che viene in Persona a parlare di sé all'uomo e a mostrargli la via sulla quale è possibile raggiungerlo " (TMA 6).

Il Padre accoglie nel suo regno, ammette nella visione incoata della sua gloria e chiama con il dolce nome di figlio-figlia (cf Mt 5,1ss.) le persone che, nella docilità allo Spirito, coltivano la trasparenza del cuore e si dedicano alle opere della pace. Dio Trinità inabita le persone in grazia; la sua presenza si manifesta nelle maniere più diverse e raggiunge gradi di intensa tenerezza.

La contemplazione non è alternativa all'operare virtuoso. Si va di virtù in virtù attraverso tempi di contemplazione e di contemplazione in contemplazione, attraverso l'autodono nella vita virtuosa, nelle opere di pace. Contemplare è autodonarsi a Dio che si dona a noi nel corpo del suo Cristo e ci accoglie in esso per irradiare attraverso esso misericordia, giustizia e pace.

Anche se in alcuni stati di vita l'esperienza della contemplazione passa per fasi diverse, essa si accompagna sempre alla disponibilità del desiderio che la volontà salvifica universale del Padre si compia in tutta la persona di ogni persona. Ogni persona contempla da sola, ma nessuna persona che contempla è sola; Dio si manifesta nel popolo della vita e per il popolo della vita. Le persone riconciliate in Cristo e nello Spirito alla docilità filiale al Padre, comiciano a fare l'esperienza della nuova ineffabile soggettività espressa nel " non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me " (Gal 2,20), e che rende radicale la sollecitudine per la salvezza del mondo del peccato, per la pacificazione dei popoli, per l'irradiazione missionaria del Vangelo. Cristo nel suo Corpo rivela ed incarna la misericordia del Padre ed essa trae misura dalla gratuità dell'amore ferito e vulnerato dalla miseria dell'umanità nella dura concretezza della sua realtà. Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia attesta: " "Credere nel Figlio crocifisso" significa "vedere il Padre" (cf Gv 14,9), significa credere che l'amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male, in cui l'uomo, l'umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa credere nella misericordia. Questa è, infatti, la dimensione indispensabile dell'amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca ed assedia l'uomo, che si insinua anche nel suo cuore e può farlo "perire nella Geenna" (Mt 10,28)... Nel compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l'amore deve rivelarsi soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale. Il programma messianico di Cristo - programma di misericordia - diviene il programma della Chiesa " (nn.7-8). Quando la persona è ferita dalla misericordia per Cristo e dalla misericordia che egli ha vissuto nella sua pasqua e che ha ispirato la sua donazione d'amore, comincia a sintonizzarsi con quelle misericordie delle menti e dei cuori che nel corpo di Cristo sperimentano che le piaghe prodotte materialmente dall'odio, più in profondità sono aperte dalla misericordia che fa fluire la guarigione che il Padre opera. Questa visione della realtà è veicolata dalla Parola di Dio a condizione che la si legga non solo in riferimento al significato che i termini hanno nel linguaggio comune o nell'uno o nell'altro contesto in cui si parla di fede, speranza, amore presi isolatamente, ma in quello della vita e delle opere di colui che ha rivelato quello che ha appreso dal Padre (cf Gv 15,15). La rivelazione della teologalità e, in particolare, della carità che ne costituisce il vertice, implica il riferimento sia all'Amore di sorgente, la vita trinitaria di cui le "tre" sono partecipazione e a cui orientano; sia alla piena rivelazione di esso avvenuta nella pasqua del Cristo e nel dono dello Spirito che raduna e vivifica la Chiesa nella carità. Le teologie, nel vissuto che le ispira, nei principi architettonici e nei criteri interpretativi che le orientano, hanno tentato di armonizzare quest'insieme, ma esse non sono mai complete e ogni era della storia della Chiesa deve camminare con la Parola per coglierne le esigenze. Molte di esse concordano nel ritenere che la contemplazione è l'operazione delle virtù teologali perfezionate dai doni e cioè dalle potenzialità che lo Spirito attua in noi per farci convergere nella Chiesa, con animo unificato, in Dio fine ultimo di ciascuno di noi, dell'umanità, della creazione. Tali doni iniziano alla vita trinitaria nel corpo di Cristo, nella creazione rinnovata.

Lo Spirito Santo li infonde in noi e nelle persone docili alla sua azione e mediante essi permette di superare le imperfezioni che accompagnano gli atti delle singole virtù. Tutti i doni sono ordinati a questa perfezione che ha la sua espressione nell'attività della sapienza.

I gradi di perfezione delle virtù teologali sono quelli stessi della vita cristiana, essi passano dallo stato incipiente, proficiente e pervengono al perfetto e cioè alla unificazione della conoscenza, dei desideri nell'amore di comunione con le Persone divine e nella conformità alla loro volontà.

3. Vieni Signore Gesù. La Pasqua-Pentecoste, la nascita della Chiesa corpo di Cristo, popolo di Dio, tempio dello Spirito, rende cristico-ecclesiale il dinamismo della v., nei cristi del Padre condotti dallo Spirito. La vita in grazia da cui le virtù teologali derivano, e che rinsaldano, è partecipazione alla passione della Chiesa che porta a compimento l'opera del Cristo (cf Col 1,24) per la piena manifestazione della gloria del Padre. La sorgente e il vertice della v. è trinitaria, perciò pasquale ed ecclesiale perché nel corpo di Cristo la vita del Padre è effusa e in esso l'umanità conosce il Padre, gli obbedisce, lo ama e lo glorifica. La vita della e nella Chiesa è la sorgente, il contesto, la forma della vita teologale e la vita della Chiesa scaturisce dalla pasqua del Cristo. Il Mistero annunziato, celebrato, vissuto, contemplato nella Chiesa è la chiave ermeneutica ed il contesto esistenziale della teologalità. Di ognuna delle virtù teologali si può dire ciò che il CCC dice della fede: " ...E atto personale... non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo ...nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno si dà l'esistenza da sé. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere " (n. 166). " La fede della Chiesa precede la fede del credente che è invitato ad aderirvi " (Ibid., n. 1124). " La Chiesa è il sacramento dell'azione di Cristo che opera in essa grazie alla missione dello Spirito... i "sacramenti... fanno la Chiesa" in quanto manifestano e comunicano agli uomini, soprattutto nell'Eucaristia, il Mistero della comunione del Dio Amore, Uno in tre Persone " (Ibid., n. 1119). " La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede... le ricchezze (della tradizione) sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega... la comunicazione che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente ed operante nella Chiesa... per mezzo (di essa) introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo " (DV 8, citato nei nn. 78-79). Questa pericoresi tra vita ecclesiale e vita personale non toglie nulla alla ricchezza di quest'ultima per il fatto che la moltiplica, che la genera nella forza e nella luce che le viene dal Capo di cui è il corpo, dallo Spirito che la vivifica, dall'amore del Padre da cui scaturisce e che la beatifica nella sua pienezza. Nel concreto dell'esistenza questa partecipazione è luminosa, gioiosa e sofferta insieme. Il rischio e il coraggio di volersi sempre, nel tempo buono e in quello burrascoso, immersi nella comunione del Corpo mistico che ha in sé persone sante e peccatrici, che aspirano alla luce e brancolano nella notte; il perseverare nella fedeltà con atteggiamento di condivisione non di selettività fa sì che la carità assetata di luce si apra alla contemplazione. Purtroppo le tendenze individualiste e autonomiste alimentate dalla " vuota condotta ereditata dai... padri " (1 Pt 1,19) rendono ardua questa radicazione ecclesiale. Esse sono il fuoco che prova il valore della fede e sono anche esse che fanno sì che torni a "lode, gloria ed onore" dei credenti nella manifestazione di Gesù Cristo, amato senza essere stato visto e creduto senza vederlo (cf 1 Pt 1,7ss.).

La Dei Verbum esprime la professione ecclesiale sulla natura, la genesi-crescita e l'oggetto di questa fede che abilita a vedere nella luce che scaturisce dalla sua sorgente. Come ogni conoscenza umana parte dal sensibile così tutta la conoscenza della fede scaturisce dalla parola e radica in essa 16 in una penetrazione che non si stacca dal testo e non si arresta ad esso, si lascia attrarre e portare da esso nel mondo del Mistero da cui viene, di cui parla, verso cui è in esodo (cf Is 55,11), al quale accompagna gli eletti, stranieri e pellegrini (cf 1 Pt 1,23; 2,11). Nel suo cammino si irrobustisce per la potenza di Dio che, attraverso essa, custodisce per la salvezza il popolo rigenerato nella risurrezione di Cristo e vivo nella speranza nell'eredità conservata nei cieli e prossima a rivelarsi negli ultimi tempi (cf 1 Pt 1,3-5). In due millenni di storia questa parola che è ieri, oggi, sempre, è cresciuta nell'intelligenza di amore del popolo che, avendone gustato la dolcezza ne diventa sempre più avido, e in essa prepara la mente all'azione che lo porta a fissare ogni speranza in quella grazia che sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (cf 1 Pt 2,1; 1,13). La conoscenza contemplante della fede trascende la razionalità, non ne contraddice le esigenze di verità; la dischiude e la proporziona alle dimensioni dell'eudokia del Padre che si rivela ai piccoli e che è conosciuto nella conoscenza nella quale il Figlio lo conosce e si compiace di ammettere coloro che ama (cf Mt 11,25-27); legge la realtà in contesto di connaturalità, di unione affettiva. Quando questa fede-conoscenza è pervasa dai doni di intelletto e di scienza, si illumina della luce epifanica nella quale la parola rivela il mistero dell'amore (cf 1 Gv 4,8) nascosto da secoli in Dio, rivelato in Gesù Cristo (cf Ef 1,9ss.), sorgente della speranza e della forza che sostiene il popolo pellegrino nel breve tempo dell'afflizione e delle prove (cf 1 Pt 1,6) e alimenta la fonte da cui scaturisce la guarigione che fluisce dalle piaghe che l'iniquità apre (cf Is 53,5; 1 Pt 2,25).

Questa esperienza diventa apofatica e si riveste di valenze ineffabili quando la persona lascia le redini della conduzione della propria vita allo Spirito, non per stanchezza, pigrizia, comodo, calcolo, paura, ma perché ferita dall'amore misericordioso. Allora la sete della persona si lascia accogliere e vivificare in quella del Figlio unigenito che sale dalle profondità di Dio che ci desidera (cf CCC 2560, 2561) diventa epiclesi silenziosa, ammirativa, vigilante, implorante, confidente; percepisce le sfumature della sintonia del Mistero; vive la pace dell'abbandono; rinuncia a sapere il come e il quando degli eventi e delle cose che il Padre tiene celati nel suo mistero di amore, spera e confida in lui e si lascia santificare nell'obbedienza d'amore alla verità (cf 1 Pt 1,22). Gli scrittori spirituali indicano questo stato con i termini più diversi: passività, apofasia, non conoscenza... Prendendo in prestito una felice espressione tipicamente cristiana delle liturgie d'Oriente e d'Occidente, oserei parlare di "parresia", " vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati " (CCC 2778 e tutto l'a. 2 sul Padre Nostro).

Note: 1 Cf tra altri F. Dreyfus, Maintenant la foi, l'esperance et la charité demeurent toutes les trois (1 Cor 13,13), in Analecta Biblica, 1718, (1963), tutto il numero; 2 H. Schlier, Nur aber Bleiben diese Drei. Grundniss des Christlichen Lebensvollzuges, Einsideln 1971, 12; 3 Cf STh I-II, q. 62, aa. 1-4; 4 Ibid., III, q. 62, I c; 5 Ibid., II-II, q. 23, a. 1, ad 1; 6 Cf Ibid., I, q. 43; 7 Cf O.H. Pesch, La teologia delle virtù e le virtù teologiche, in Con 23 (1987) 3, 116-141; 8 Clemente Alessandrino, Strom. IV, 7: PG 8, 1265; 9 Cf S. Weil, L'attesa di Dio, Milano 1984, 88; cf tutto il cap. "L'amore di Dio e la sventura", 84-101; 10 Cf STh I-II, q. 68, a2c; 11 Ibid., I-II, q. 69, a. 1, ad 2; 12 Adversus haereses, II, 28,3; 13 Com. in Joh., X, 43; 14 F. Dreyfus nell'a.c. così afferma: " menei esprime l'appartenenza al mondo delle realtà eterne, che realizza già da ora una presenza anticipata del mondo che viene " (p. 412).

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Autore: D. Mongillo
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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