Virtù cardinali


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Premessa. Nella teologia realista, l'essere personale si " costruisce " agendo personalmente e subendo passivamente l'azione divina sia della grazia che dei doni dello Spirito Santo. L'operatio sequitur esse, ma esse perficitur operando e lasciandosi agire dal Signore. La relazione è reciproca come tra l'albero e i frutti nel discorso di Gesù (cf Mt 7,15-19). La vita mistica dell'influsso abituale dei doni dello Spirito Santo si caratterizza con una certa passività di fronte a Dio, con la semplificazione della vita e l'esperienza di Dio. L'essere, vivere ed agire non solo nella presenza del Signore, come coglievano la morale e la mistica tradizionale, ma soprattutto con la presenza del Signore. L'accento si pone sull'esperienza globale del credente che vive la sua vocazione alla vita divina nella società umana e nella Chiesa per costruire il regno di Dio con una consapevolezza della conoscenza contemplativa " quasi sperimentale di Dio " e delle cose divine tanto da poter dire con s. Paolo " non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me " (Gal 2,20), Cristo con il Padre e con lo Spirito Santo. Si arriva all'autentica vita mistica quando tutto l'essere personale è " permeato " dalla grazia di Dio, " preso " da essa, e si " è lasciato " totalmente guidare dai doni dello Spirito Santo. Per entrare, però, nella vita mistica, nell'unione con Dio che si esprime nella contemplazione, nell'orazione e nell'agire (comportarsi, porsi) di fronte a se stesso, agli altri, a Dio, per sperimentare la vita sotto l'influsso dei doni dello Spirito Santo, occorre una personalità unificata dalle tre virtù teologali e dalle quattro virtù morali cardinali allo stato superiore, eroico ed unitivo, vissute nella prospettiva storico-salvifica. Il centro della morale è costituito dalla persona del credente che vive alla presenza del Signore e il centro della persona-mistica è Dio che vive pienamente la sua presenza. La connessione delle v. attorno alla carità e alla prudenza forma un unico organismo dinamico e spirituale. La prudenza unisce tutte le virtù morali, la carità invece quelle teologali e i doni dello Spirito Santo. Per impostare il discorso sia sulla morale che sulla mistica, soprattutto dell'essere, si deve tener conto dell'antropologia teologica (chi è l'uomo nella storia della salvezza: creato da Dio a immagine e somiglianza sua, peccatore e salvato da Cristo), della complessa struttura interna dell'uomo (unità tra l'anima e il corpo), delle diverse, e non unite dalla natura, sue facoltà operative (la ragione, la volontà e l'affettività) ed infine della complessa struttura del suo atto morale e mistico. Occorre strutturare tutta l'unione (comunione) con Dio attorno all'amore-dono e alla presenza di Dio che ha preso possesso di tutto il nostro essere: l'intelligenza, la volontà e l'affettività. Non basta saper discernere il bene dal male (la prudenza), è necessaria anche la fortezza per evitare l'uno e praticare l'altro con perseveranza e senza perdersi d'animo; sono necessarie la temperanza, che supera le difficoltà derivanti dall'affettività, e la ferma volontà di dare a ciascuno il suo (giustizia). L'unione con Dio, che è caratteristica dei mistici nell'età unitiva, esige - secondo i maestri mistici come Dionigi l'Areopagita, s. Tommaso d'Aquino, s. Teresa d'Avila e s. Giovanni della Croce - che si attraversi prima lo stato iniziale e purificatore. Le tappe non possono essere saltate. A noi interessa l'ultima, perciò consideriamo le prime due come presupposte e passiamo a delineare, a grandi linee, le quattro virtù cardinali nell'età mistica. Le virtù tutte insieme fanno sì che l'uomo diventi padrone di se stesso e permetta a Dio-Trinità di diventare padrone della sua vita, formi il suo volto interiore lasciandosi formare come l'essere vivente sotto l'influsso e la guida dello Spirito Santo.

I. PRUDENZA. 1. Il cristiano, per affrontare degnamente la complessità della sua vita comunitaria nella prospettiva storico-salvifica, dev'essere un mistico che si lascia plasmare e guidare dal di dentro dalla grazia del Signore e dai doni dello Spirito Santo. In concreto, il cristiano che vive la comunione con Dio, sotto la guida dello Spirito, formula i giudizi e prende, sulla base di essi, le decisioni e successivamente le realizza dando così testimonianza della trasformazione interiore operata da Dio nel suo essere. 2. Il contesto dell'esistenza e dell'azione prudente non può essere solo individuale, anzi sempre più diviene quello socio-culturale e salvifico-storico. Gesù manifesta la vita prudente del suo regno nelle parabole sulle vergini prudenti e non (cf Mt 25,1-13), sul costruttore della torre (cf Lc 14,28-30), sul re che deve affrontare una battaglia (cf Lc 14,31) e raccomanda ai suoi discepoli: " Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe " (Mt 10,16). S. Paolo, a sua volta, ci presenta la p. come una ricerca permanente di ciò che piace al Signore (cf Ef 5,10), come un discernimento su che cosa vuole Dio da noi, " cos'è buono, a lui gradito e perfetto " (Rm 12,2). La Bibbia, insomma, parla della p. e dell'uomo prudente, la tradizione patristica, invece, con una certa preferenza, di discernimento. Il Vaticano II non dice cosa sia la p., ma spesso raccomanda ai pastori della Chiesa il prudente consiglio, il prudente giudizio o invita ad agire con la p. (cf LG 37,20; OT 21,6; GS 50,34). Più esplicito è il CCC: " L'uomo, talvolta, si trova ad affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e difficile la decisione. Egli deve sempre ricercare ciò che è giusto e buono e discernere la volontà di Dio espressa nella legge divina " (CCC 1787). " A tale scopo l'uomo si sforza di interpretare i dati dell'esperienza e i segni dei tempi con la virtù della p., con i consigli di persone avvedute e con l'aiuto dello Spirito Santo " (CCC 1788). 3. Cosa è la virtù di p. mistica? La p. è una virtù cardinale conoscitivo-morale della ragione pratica che non solo permette di conoscere come agire, ma come agire bene nelle circostanze concrete, decidendo sulla base del giudizio vero e retto e compiendo l'azione decisa. Il mistico dirige la propria vita morale e quella degli altri perché è prudente. Gli atti essenziali nella p. sono: consigliare, scegliere e comandare. a. Il discernimento (consilium): la lettura personale e comunitaria del contesto storico-salvifico, della situazione (kairos attuale, segni dei tempi), in cui il cristiano prudente tiene conto dell'esperienza passata (memoria), di quella presente sua e di quella circostante (decifra i segni dei tempi, cf Mt 16,2-3) per formare un giudizio retto sul progetto futuro da compiere. Il giudizio sulle diverse possibilità include, altresì, la scelta tra le possibili alternative, sempre tenendo conto delle norme morali, degli atti concreti e dell'applicazione del giudizio sia all'appetito che all'operazione. b. La scelta (electio) del prudente è fatta sulla base della lettura dei segni dei tempi. Ciò che si è individuato hic et nunc come volontà del Signore, adesso si sceglie. Sia il giudizio che la scelta del progetto per portare avanti il disegno di Dio sono illuminati ed ispirati dai doni dello Spirito Santo. c. La decisione (praeceptum) di compiere il progetto consigliato, giudicato e scelto è il più importante atto della p. I tre momenti possono essere formati rettamente se inseriti nella vita delle tre virtù teologali e nell'unitaria visione della vita cristiana. L'uomo prudente ha coscienza delle seguenti note caratteristiche: conoscenza dei principi morali, capacità di sfruttare l'esperienza propria e altrui, vigilanza, percettività, docilità, capacità di ragionare correttamente, creatività, previdenza, capacità di vagliare bene le circostanze. Al contrario, egli evita gli ostacoli come precipitazione, esitazione, lentezza nelle decisioni, negligenza, razionalizzazione ed instabilità. La p. dirige non solo al fine debito personale, ma anche al fine comune o al bene comune della comunità. Ci sono, pertanto, specie di p. secondo i diversi beni da perseguire: personale, familiare (economica) e politica, pastorale e mistica in tutte le dimensioni precedenti. Per quanto riguarda la formazione della coscienza, il ruolo principale della virtù di p. è quello di " disporre la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo (...). Essa dirige le altre virtù indicando loro la regola e misura. E la p. che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L'uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della p. applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare " (CCC 1806). Le tre età della vita spirituale, purgativa, illuminativa e unitiva, rispettivamente formano la virtù di p. degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti. Il nucleo centrale di ogni vita cristiana consiste nella carità unita alla fede e alla speranza teologali. Chi possiede la grazia, possiede tutte le virtù, quindi anche la p. L'aiuto dei doni dello Spirito Santo si fa sentire pienamente solo in quell'ultima età. Qui, il cristiano sperimenta la nuova luce (illuminazione) nelle sue capacità conoscitive per formare un giudizio vero e retto che dà una nuova energia (ispirazione e mozione) alla volontà ed alla affettività per attuare una scelta giusta e retta e induce alla sua realizzazione. Il cristiano trova aiuto nella vita prudente anche nelle grazie sacramentali, soprattutto nella riconciliazione e nell'Eucaristia. La p., guidata dalla carità diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo (cf Rm 5,5) diventa ormai la sapienza del mistico. Questi non soltanto sa leggere i segni dei tempi, sa fare le scelte giuste e realizzarle insieme agli altri e per gli altri, spinto dall'amore-dono, ma si lascia trasformare e fecondare totalmente dall'amore del Signore e dai doni dello Spirito Santo. Oltre alla p. acquisita c'è la p. infusa (divina) di tutti " coloro che camminano verso la somiglianza con Dio: e questi si dicono purificanti. E allora la p. ha il compito di disprezzare tutte le cose mondane per la contemplazione delle cose di Dio e di indirizzare tutti i pensieri dell'anima soltanto verso queste ultime (...). L'altra è la p. di coloro che si dicono purificati, cioè hanno già raggiunto la somiglianza di Dio. E allora la p. si riduce alla contemplazione delle sole cose divine " 1. Quest'ultima è nient'altro che la p. eroica che si manifesta spesso in atti che agli occhi degli uomini appaiono atti imprudenti, ma che in realtà si rivelano di una p. superiore per i risultati ottenuti. La p. del mistico dà testimonianza all'influsso dello Spirito Santo, via e dono del consiglio. " I sette doni dello Spirito Santo sono la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. Appartengono nella loro pienezza a Cristo, Figlio di Davide. Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono i fedeli docili ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine " (CCC 1831). Dio dirige l'uomo per mezzo del consiglio e non per mezzo del giudizio o del precetto.

II. GIUSTIZIA. 1. L'uomo, consapevole di essere creato a immagine e somiglianza di Dio e salvato da Cristo, non solo avanza le pretese dei diritti, ma riconosce anche i propri compiti verso gli altri, la famiglia, la società, la Chiesa, lo Stato e Dio. La fede e l'amore di Dio lievitano dal di dentro la vita della g. dei cristiani. La fame di g. può aprire l'uomo a Dio che " è la g. stessa ". Il cristiano ha coscienza che Dio, che " solo è giusto ", agisce nel mondo e nella Chiesa per manifestare la sua g. attraverso la sua testimonianza di vita. Il mistico, poi, sperimenta l'azione di Dio al grado superiore della g. in quanto attualizza già, qui ed ora, il compito fondamentale di ogni uomo: ritornare a Dio seguendo la strada indicataci sia dalla natura, che dalla grazia redentrice e dai doni dello Spirito Santo. 2. Nella Scrittura, a cominciare dalla Genesi (difesa della vita), attraverso l'Esodo fino ai profeti, si difendono sempre i poveri, le vedove, lo straniero, il prigioniero, il malato, il nudo e l'affamato. Il regno di Dio annunciato da Gesù, fondato sull'amore di Dio e del prossimo, richiama alla g. di Dio. Nel comandamento dell'amore è contenuto tutto ciò che concerne la g. Non può esserci amore senza g. e viceversa. L'amore " sovrasta " la g., ma allo stesso tempo trova in essa la sua verifica. " Beati quelli che hanno fame e sete della g., perché saranno saziati " (Mt 5,6). Gesù ha predicato la g. che supera quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,20). Per mezzo di Cristo noi possiamo diventare " g. di Dio ", allora lui è la " stessa g. di Dio " (2 Cor 5,21). " Chi teme Dio e pratica la g. a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto " (At 10,35). La g. biblica è nient'altro che la santità come s. Giuseppe che è chiamato uomo giusto. La perfetta g. cristiana è g. infusa derivante dall'unione intima con Dio e compie tutti i doveri verso gli altri: famiglia, comunità religiosa, Chiesa e Stato ed, infine, verso Dio. Secondo il magistero, " la g. è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La g. verso Dio è chiamata "virtù di religione". La g. verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l'armonia che promuove l'equità nei confronti delle persone e del bene comune " (CCC 1807). Il bene comune è orientato verso un ordine personale che ha come fondamento la verità, si edifica nella g., ed è vivificato dall'amore. La g. degli uomini, nei quali agisce la grazia trasformante, dà testimonianza alla g. divina. 3. La g. viene considerata una virtù che rende a ciascuno " quanto è dovuto ". Quanto gli è " dovuto " è fondato sulla sua dignità di figlio di Dio destinato alla visione beatifica, in unione con Dio e con i fratelli nel cielo, la quale già adesso comincia nella grazia e nel grado più alto della virtù di g. mistica guidata dal dono della pietà.

Nella g., come nelle altre virtù, s'incontrano diversi gradi, a cominciare da quello dei principianti, per passare a quello dei proficienti fino a giungere a quello mistico unitivo della g. eroica. Al centro di questo grado si trova Dio-Trinità che, con la sua presenza gratuita ed intima, trasforma l'essere del mistico e si manifesta attraverso la sua vita e la sua azione. L'uomo credente vive la sua comunione con il Signore e la sua g. come santità nei rapporti con Dio, con i confratelli o con la sua comunità (religiosa: Chiesa; civile: Stato) con il cosmo (la natura) e con se stesso. La virtù della g. ha tre forme fondamentali: commutativa, distributiva, legale e sociale. La commutativa, che concerne i rapporti tra gli uomini, " regola gli scambi tra le persone nel pieno rispetto dei loro diritti. La g. commutativa obbliga strettamente; esige la salvaguardia dei diritti di proprietà, il pagamento dei debiti e l'adempimento delle obbligazioni liberamente contratte. Senza la g. commutativa qualsiasi altra forma di g. è impossibile " (CCC 2411). La g. distributiva riguarda i rapporti della società (famiglia, comunità religiosa, Stato, Chiesa) con l'individuo; " regola ciò che la comunità deve ai cittadini in proporzione alle loro prestazioni e ai loro bisogni ". " I superiori attuino con saggezza la g. distributiva, tenendo conto dei bisogni e della collaborazione di ciascuno, e in vista della concordia e della pace " (CCC 2236). La g. legale aiuta l'individuo a sottomettersi al servizio del bene comune: perché " riguarda ciò che il cittadino deve equamente alla comunità " (CCC 2411). La g. sociale è assicurata dalla società " allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La g. sociale è connessa con il bene comune e con l'esercizio dell'autorità " (CCC 1928). C'è anche una forma di g. che concerne ciò che l'uomo deve a Dio come creatore: la virtù di religione che sfocia, nella vita cristiana, nel culto di Dio come Padre. Rendere culto a Dio come Creatore e Signore è compito della virtù di religione, ma rendere il culto a Dio Trinità è compito del dono di pietà come rendere l'onore al padre carnale e alla patria terrestre. Il mistico giusto onora tutti in quanto appartengono a Dio; offre il culto ai santi e il rispetto alla Parola di Dio o ai superiori. Il giusto mistico viene in aiuto, di conseguenza, ad ogni povero di qualsiasi tipo. Qui si tocca il livello mistico della g. I diritti e i doveri umani e cristiani che regolano i rapporti tra le persone scaturiscono dalla coscienza dell'unione (comunione con Dio e con i fratelli) dall'amore-dono, dalla presenza del Signore nella vita del cristiano, ma soprattutto dal dono dello Spirito Santo che guida tutti i rapporti del mistico cristiano con la sua luce e le sue ispirazioni interiori in mezzo alla comunità ecclesiale e civile.

III. FORTEZZA. 1. Il cristiano è consapevole dei mali che minacciano la dignità umana nei suoi diritti e nei diritti di intere nazioni e dei beni difficili da realizzare per costruire una civiltà dell'amore. Il peccato ha reso difficile l'attuazione della f. perché ha falsato sia l'autonomia dell'uomo che la sua capacità di vivere la morale di Cristo, nonché una vita mistica. Tale situazione esclude anche il bene arduo e un vero eroismo dalla vita cristiana di ogni giorno nelle piccole cose. La f. mistica è totalmente sotto l'influsso dei doni dello Spirito Santo. 2. Nell'AT cantando " mia forza e mio canto è il Signore " (Sal 118,14), l'israelita aveva viva coscienza della forza di Dio, della sua onnipotenza e della debolezza umana. Quando l'uomo presume di essere indipendente da Dio e da solo tenta di ottenere la felicità e la sua grandezza, le potenze del male lo asservono ed egli comincia a servire gli idoli. Nel NT l'arcangelo Gabriele afferma: " Nulla è impossibile a Dio " (Lc 1,37). Gesù che è " potenza di Dio " (Rm 1,16) afferma: " Non abbiate paura " (Mt 14,27) e " senza di me non potete far nulla " (Gv 15,5) prevedendo che " voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo " (Gv 16,33). La potenza divina che viene da Gesù per mezzo dello Spirito Santo (cf At 1,8) è concessa ai discepoli per realizzare l'opera salvifica nel mondo; annunciando coraggiosamente il messaggio evangelico (cf At 2,29; 4,31), dando la testimonianza a Cristo (cf At 4,13), restando fedele, stabile e fermo nella fede e nelle buone opere (cf 1 Cor 7,25; 16,13; Gv 15,4-9) con la pazienza e perseveranza fa progredire il discepolo nell'uomo interiore; per la buona causa egli è capace di " dare la vita " (Gv 15,13). In tutte le dimensioni della vita cristiana ci fortifica lo Spirito Santo (cf Ef 4,24; 6,10; cf CCC 1695). La lettura storico-salvifica e sociale della f. nel Vaticano II invita a superare l'etica individualistica e ad allargare i propri orizzonti alla dimensione sociale, nazionale ed internazionale (cf GS 30), da una parte, e a ritrovare l'impegno per la costruzione del regno cioè la dimensione storico-salvifica, dall'altra (cf LG 35). Così la f. cristiana deve cambiare la sua fisionomia interiore. " La f. è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della f. rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa " (CCC 1808). " Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Affronta la morte con un atto di f. " (CCC 2473). 3. La virtù della f. è una capacità interiore (disposizione, qualità, abito operativo) che permette all'uomo la realizzazione del bene personale e comunitario arduo, superando le difficoltà incontrate fino alla morte; modera la struttura irascibile dell'uomo, rafforzandolo contro le paure e moderando la sua aggressività nel vincere le difficoltà; forma un essere prudente che esprime lo stile di vita del cristiano. La virtù della f. ha due atti principali: sustinere e aggredi. Il primo consiste nel sopportare il male presente, dominando le paure, il secondo nell'attaccare il male, moderando l'audacia. Il primo (sustinere) rafforza le virtù affini come la pazienza, la perseveranza, la longanimità che aiutano a realizzare il bene nonostante le difficoltà. L'attacco (aggredi) potenzia le virtù della magnanimità e della magnificenza. Il martirio è considerato dalla tradizione cristiana l'atto supremo della f. I vizi contrari alla f. sono da una parte la viltà, che fa abbandonare il bene morale a causa della paura, per eccesso di paura, la spavalderia dall'altra per difetto di paura. La temerità non tiene conto del pericolo e fa andare incontro al pericolo di perdere la vita senza valido motivo. La f. del sustinere ha il carattere della resistenza al male, mentre la f. dell'aggredi quello dell'impegno attivo, dell'intraprendenza creativa nella vita sia personale che sociale. La virtù di f. (acquisita ed infusa) al grado eminente, che è quella del mistico, impedisce all'anima di spaventarsi di fronte alla morte e davanti all'ignoto che supera la natura umana. Il dono della f. in-forma la f. mistica, dono dello Spirito non solo nei momenti eccezionali come quelli del martirio, ma anche nel normale quotidiano.

IV. TEMPERANZA. 1. La virtù della t. è già nominata nel libro della Sapienza come una delle quattro virtù principali (cf Sap 8,7). Nel NT sia Gesù (cf Mc 4,19) che Giovanni (cf 1 Gv 2,16) mettono in guardia contro le concupiscenze che soffocano la nascita e la crescita della Parola di Dio e del suo amore nel cuore dell'uomo. S. Paolo raccomanda la vita secondo lo spirito e non secondo la carne (cf Gal 5,16-26), ricordando che il corpo è tempio dello Spirito Santo (cf 1 Cor 6,19). L'insegnamento sull'astinenza, sulla sobrietà, sulla castità e sulla verginità come pure contro i loro vizi (gola, fornicazione, adulterio, ecc.) è costante nella Chiesa fino al Vaticano II. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la t. " la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà " (CCC 1809). 3. Gli uomini dediti alla contemplazione dei misteri divini testimoniano la necessità della t. L'esperienza quotidiana se non è nutrita della Parola di Dio e non è illuminata ed ispirata dallo Spirito Santo difficilmente può superare le difficoltà derivanti dell'affettività in tutte le dimensioni della vita. La condizione necessaria della t. costituisce da una parte il pudore e dall'altra l'onestà. La t. nelle sue specie come l'astinenza (digiuno), la sobrietà, la castità con la verginità, dall'uomo spirituale intrapresa per la contemplazione di Dio, è fortemente connessa con la passione, la croce e la risurrezione del Signore. Il fine e la regola di essa è la beatitudine. Il digiuno come espressione della penitenza aiuta ad elevare più liberamente lo spirito alla contemplazione delle cose spirituali e alla gloria eterna che Cristo, risorgendo, ha inaugurato. In una visione globale e unitaria, la virtù della t. tende a dare un'impronta di autodominio, a creare uno stile di vita, a gestire la corporeità (inclusa la sessualità) e tutti i rapporti con sé, con gli altri, con il mondo e con Dio nella prospettiva della comunione delle persone basata sull'amore-dono, pertanto è segno eminente del regno futuro.

Note: 1 STh I-II, q. 61, a. 5.

Bibl. Prudenza: A. Dagnino, s.v., in DES III, 2058-2061; G.P. Evans, Cardinal Virtues: Prudence, Justice, Fortitude, Temperance, in Aa.Vv., The New Dictionary of Catholic Spirituality, Minnesota 1993, 114-117; R. Garrigou-Lagrange, Le tre età della vita interiore, 4 voll., Roma 1984; D. Mongillo, s.v., in NDTM, 1048-1065; J. Pieper, Sulla prudenza, Brescia 1965; R. Saint-Jean, s.v., in DSAM XII2, 2476-2484; Tommaso d'Aquino, STh I-II, q. 61; II-II, qq. 47-56. Giustizia: J.M. Aubert, s.v., in DSAM VIII, 1621-1639; M. Cozzoli, s.v., in NDTM, 498-517; A. Di Geronimo, s.v., in DES II, 1189-1193; J. Pieper, Sulla giustizia, Brescia 1965; Tommaso d'Aquino, STh I-II, q. 61; II-II, qq. 57-122. Fortezza: H.U. von Balthasar, Cordula ossia il caso serio, Brescia 1969; Ch.-A. Bernard, s.v., in DSAM V, 685-694; T. Goffi, s.v., in DES II, 1020-1024; E. Kaczy_ski, s.v., in NDTM, 459-468; J. Pieper, Sulla fortezza, Brescia 1965; Tommaso d'Aquino, STh I-II, q. 61; II-II, qq. 123-140. Temperanza: J. Pieper., Sulla temperanza, Brescia 1965; U. Rocco, s.v., in DES III, 2453-2454; R. Saint-Jean, s.v., in DSAM XV, 142-149; Tommaso d'Aquino, STh I-II, q. 61; II-II, qq. 141-170.




Autore: E. Kaczyski
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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