Velleità


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I. Nozione. La volontà è la capacità dell'uomo di scegliere con fermezza ciò che ritiene bene e positivo, anche se forse spesso, si sbaglia, poiché è possibile, anzi probabile, che la sua mente colga non esattamente il valore di ciò che poi la volontà decide di abbracciare. La v. è la forma mancata della capacità di decidere: è il desiderare con spirito diviso, è il non determinarsi mai. E coltivare un desiderio legittimo o meno, affascinante o meno, senza passare ai fatti, perciò lasciando sempre aperto il problema ed irrisolte le scelte da fare. V. non è affatto, come sostengono alcuni, l'atteggiamento di chi vede chiaro l'ideale, ma s'accorge fin troppo della crudezza della realtà che lo costringe per forza a desistere. Non è lo scacco che la vita impone ai tipi a volte donchisciotteschi, ma spesso carichi di autenticità, di alta levatura. E, invece, una vera debolezza, una mancanza di addestramento, una impreparazione. Essa viene ora da un'educazione in cui il soggetto è stato troppo protetto e poco responsabilizzato e ora da una formazione troppo rigorosa, che ha indotto più paure e sentimenti d'insuccesso che spirito di conquista e di giusta aggressività. Da notare che la v. non va confusa con le perplessità che legittimamente ognuno può provare prima d'una scelta. La prontezza nel decidere rivela il temperamento della persona e anche l'abitudine che essa può acquistare sia in generale, sia in campi determinati; ma per sé non rivela sempre intelligenza. Si danno risoluzioni fulminee in cui esplode piuttosto la stupidità di chi non ha avuto la pazienza e l'umiltà di valutare problemi e situazioni; e ve ne sono invece altre che mostrano intuizione geniale e una certa profezia. Comunque, le esitazioni, gli indugi e i dubbi non sono da soli qualcosa di indecoroso, perché l'uomo consapevole e riflessivo deve concedersi dei congrui spazi di ripensamento.

II. La v. come apatia. L'apatia - che è una forma un po' affine e che sta a mezzo tra la malattia depressiva e la v. presa nel senso più generale detto sopra - è anch'essa una espressione tipica di una sbagliata educazione della volontà. Essa non è infrequente e avanza - spesso - in triste parallelo con lo spirito di aggressività sempre più accentuato. L'apatico è un uomo senza virtù attive, intorpidito nei suoi meschini egoismi, uno che denota una vera caduta intellettuale e morale: privo di gusto non tanto per il lavoro o per le iniziative o le situazioni nuove, ma privo del gusto del vivere stesso, anche se non pensa più di tanto a soluzioni estreme, come il suicidio. Preso a rimorchio da quanto avviene intorno a lui, non mette quasi nulla di suo se non nella difesa delle sue passioni, spesso ben mimetizzate.

III. Rimedi. Con questo ultimo tipo di velleitario, si comprende bene quanta novità cristiana occorra per recuperare tante persone che risultano schiacciate dalla esistenza per molteplici cause e in svariate forme. Ad esse è rivolto tutto il " lieto annuncio " del Vangelo, che va proposto a questo non nuovo ma accresciuto genere di " poveri " perché ogni persona possa debellare la v. assumendosi la propria responsabilità di fronte a Dio e alla propria coscienza. Questo atteggiamento porterà a vivere la propria vita quotidiana assolvendo ai doveri del proprio stato di vita e della propria professione nei tempi e modi in cui ci si trova. Al riguardo occorre ricordare che Dio non chiede l'impossibile, ma solo il compimento del proprio dovere quotidiano, concedendo l'aiuto della sua grazia al fine di superare gli ostacoli che impediscono la corsa alla santità.

Bibl. Aa.Vv., Volonté, in DSAM XVI, 1220-1269; G. Del Lago, Dinamismi della personalità e della grazia, Torino 1970; S. Dianich, L'opzione fondamentale nel pensiero di S. Tommaso, Brescia 1968; P. Ricoeur, Le volontaire e l'involontaire, Paris 1950; C. Sorsoli, s.v., in DES III, 2614-2615.



Autore: R. Girardello
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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