Umiltà


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Premessa. L'u., spesso, è la virtù meno conosciuta e meno apprezzata. Il suo opposto, che è l'orgoglio, sembra il sovrano di questo mondo con un dominio quasi incontrastato. Contro di esso, però, sta la parola del Signore, tagliente come una spada: " Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato " (Lc 14,11). E un principio generale che presenta coordinate al rovescio. E già l'AT ne aveva avuto l'intuizione: " Quanto più sei grande, tanto più umiliati " (Sir 3,18).

I. Fondamento dell'u. Più esplicitamente: come radicare nel cuore questo atteggiamento così contrario al movimento istintivo dell'orgoglio? Da tutta la Bibbia viene una risposta convergente: si diventa umili, collocandosi davanti a Dio.

L'u. nasce dal senso di Dio, e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto personale con lui. Bisogna aprire gli occhi sulla sua gloria. Allora accadono tre cose: 1. Anzitutto si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta di negare il bene che c'è in noi. L'u. è verità, non ipocrisia. Si tratta di riferirlo al suo vero Autore: " Ogni dono viene dall'alto, discende dal Padre della luce " (Gc 1,17). " E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? ", aggiunge s. Paolo (1 Cor 4,7). Si scopre che Dio è la fonte unica del bene: e l'uomo è una mano vuota tesa verso di lui per essere colmata. Da noi non abbiamo nulla. Perciò, l'orgoglio è una forma pratica di ateismo. 2. In secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre " venduti al peccato ". E così che reagisce Isaia al canto dei serafini, che proclamano il Dio tre volte Santo: " Guai a me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il Dio vivente " (Is 6,5). Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù, che si rivela nella pesca miracolosa: " Allontanati da me, che sono un uomo peccatore " (Lc 5,8). La gloria di Dio non rivela solo il suo volto, ma anche l'impurità dello sguardo umano che lo contempla. 3. Nasce allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa apertura alla grazia. A questo punto Dio mobilita per l'umile la sua potenza, non per l'orgoglioso, perché questi attribuirebbe a sé le " meraviglie " che Dio opera in lui, oscurando così la gloria del Signore.

II. Espressioni dell'u. L'umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L'incarnazione più luminosa di questo atteggiamento è la Vergine Maria. Ella si sente la " povera serva ": è un vuoto che attende di essere colmato. E allora Dio le è andato incontro e l'ha colmata della sua grazia. Con uno sguardo l'ha sollevata dal suo nulla, e l'ha resa così grande che " tutte le generazioni la chiameranno beata ". Il Magnificat è il poema dell'u. (cf Lc 1,46-55).

A sua volta, Maria è la punta di diamante di un filone aureo che attraversa tutta la Bibbia: quello degli " anawim ", " i poveri di JHWH ". Questi non hanno nulla e lo sanno. Non hanno nessuno su cui contare e allora si aprono a Dio diventando " clienti dell'Altissimo ". E Dio li colma dei suoi doni. " Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui " (Sal 36,7). Quest'aureo versetto salmodico ne scolpisce in poche parole l'atteggiamento fondamentale.

Come in Cristo, l'u. prima che una virtù, è un modo di essere e relazionarsi con l'Altro e con gli altri. In Cristo questo è evidente. Troviamo nell'inno cristologico dei Filippesi (2,6-8) la descrizione dell'u. abissale della Incarnazione: " Cristo pur essendo di natura divina... spogliò se stesso assumendo la condizione di servo... si umiliò facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce ". A questa parabola discendente di umiliazione, che interessa Cristo nelle radici stesse del suo essere, e tocca il fondo non potendo scendere più in basso, fa seguito la esaltazione del Padre, che " gli dà il nome che è al di sopra di ogni altro nome ": un punto così alto oltre il quale non si può salire.

E l'u. dell'essere. Non consiste nel " sentirsi piccoli " (non poteva farlo il " Signore "), ma nel " farsi piccoli ". L'Altissimo si è fatto piccolo! In un latino intraducibile, mutuato dal salmo, s. Bernardo esclama: " Magnus Dominus et laudabilis nimis, parvus Dominus et amabilis nimis ".

E s. Francesco, nelle " Lodi di Dio Altissimo ", con un colpo formidabile di genio, dice a Cristo: " Tu sei grandeTu sei l'AltissimoTu sei il Re OnnipotenteTu sei il Bene, tutto il bene...Tu sei umiltà ".1

La storia della salvezza è la storia della umiliazione di Dio. Cristo è u. Così il discepolo: se l'u. è un modo di essere, si libera dall'autosufficienza, che fa dell'io un idolo. Si affida a Dio, e fa l'" estasi ", uscendo da se stesso. Diventa capace di lode. L'ha detto stupendamente Tagore: " Nell'ebbrezza del canto dimentico me stesso e chiamo Te amico, che sei il mio Signore ".

Finché l'uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri non comprende nulla della sua situazione. Deve porsi davanti a Dio e alla sua Parola: è lo specchio in cui scopre il suo vero volto interiore. Allora aderisce a Cristo e lo segue dove va: e diventa come lui " mite e umile di cuore " (cf Mt 11,28-30).

Allora anche nei confronti degli altri attua l'esortazione dell'Imitazione di Cristo: " Ama nesciri et pro nihilo reputari ", cioè sii contento quando gli altri ti ignorano e non ti apprezzano per nulla. Ci si libera così dall'orgoglio e dall'autosufficienza che fa dell'io un idolo e come un bozzolo che imprigiona.

L'u. è solo un atteggiamento interiore? Lo è anzitutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti concreti. E la linea in cui si pone s. Benedetto nella sua Regola (cap. VII) quando parla dei " gradi dell'u. ". Sembra porsi questa domanda: da quali segni si riconosce l'umile? In quali gesti incarna il suo atteggiamento interiore? Ed egli ne enumera tutta una lunga serie, che vede come gradini di una scala. E il primo gradino è " l'ubbidienza senza indugio ", perché solo l'umile è capace di rinunciare alla sua volontà, per aderire a quella del Cristo. D'altronde, pur dovendosi concretizzare, l'u. non si identifica con nessuna delle sue manifestazioni. Le postula, ma insieme le trascende perché conduce direttamente nel cuore di Dio che si è umiliato, cioè fatto carne per permettere all'uomo di pervenire alla sua stessa intimità d'amore, cioè di ritrovarsi in Dio-Trinità e riposare in lui.

Note: 1 Fonti Francescane, Padova 1977, 176-177.

Bibl. P. Adnès, s.v., in DSAM VII1, 1136-1188; B. Dolhagary, s.v., in DTC VII1, 321-329; F. Manck - S. Schulz, Praús, in GLNT XI, 63-79; Mariano da Torino, Essenza e valore dell'umiltà, Roma 1988; D. Mongillo, s.v., in NDS, 1610-1621; D.I. Mouleon, I dodici gradi dell'umiltà, Milano 1958; O. Schaffner, s.v., in DT III, 590-601; P. Sciadini, s.v., in DES III, 2578-2581; J. Vanier, Gesù il dono dell'amore. Meditazioni sul Vangelo dell'umiltà, Bologna 1995.




Autore: M. Magrassi
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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