Timor di Dio


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I. La nozione. Il t. è un dono dello Spirito tendente a far evitare il peccato e ogni attaccamento alle cose create. E un elemento essenziale del vero culto: appartiene all'espressione della adorazione e della riverenza del Dio infinito e santo. Dio è certamente Padre, ma resta sempre il totaliter aliter, al di sopra d'ogni merito e d'ogni capacità dell'uomo di stare degnamente dinanzi a lui.

Per rivelazione, Dio è santissimo e giustissimo, è insieme misericordiosissimo, pieno di pietà: questa verità obbliga a respingere l'angoscia o il panico che i pagani nutrono per la divinità.

II. Nella Scrittura. Qual è il rapporto tra timore e amore? Uno non esclude l'altro? Ha forse esagerato s. Agostino quando ha detto: " E questa, in forma molto breve e chiara, la differenza dei due Testamenti: il timore (per l'Antico) e l'amore (per il Nuovo) "? L'AT privilegia davvero un timore così scadente da non rientrare nell'amore? La legge del Sinai è stata data da Dio solamente per ottenere sudditi obbedienti e timorosi o non piuttosto per crescere figli amorosi? I profeti arrivati prima della venuta di Cristo hanno forse annunciato il Dio della collera, insinuando un timore che portava all'angoscia? O hanno anch'essi proclamato che i " diritti " di Dio corrispondono al diritto principale che egli si riserva: quello di vedere gli uomini affezionati a lui e rassicurati dal suo amore? Se egli puniva il suo popolo, lo faceva semplicemente per vendicare il suo onore o anche per premurosamente correggere, pur con forme severe, come farebbe un padre che ama e vuol essere amato?

Sono tutte domande che portano a risposte che non permettono di svilire l'AT, anzi aiutano a vedere che l'" adempimento ", realizzato nel NT, è amore e timore ben armonizzati. Nella nuova alleanza non si abolisce neanche uno iota della predicazione fondamentale dei profeti, i quali preparano l'arrivo di Cristo e la cui predicazione sul t. è quella detta all'inizio.

Nei Vangeli Gesù insiste con sapienza nuova su Dio, presentandolo come estremamente buono, ma mai come un Padre che non sia santamente esigente tanto circa le opere da fare, quanto circa le intenzioni e i progetti, quanto ancora circa i sentimenti e gli affetti. Gesù vuole che si viva una fiducia estrema verso il Padre; ma chiede anche una vigilanza severa, sempre per onorare il Padre. Il che vuol dire che si deve avere un giusto t.

Anche Paolo e Giovanni insistono su questo tema. L'Apostolo delle genti, provando tutta la gioia e la gratitudine per l'opera di Cristo che ha rinnovato l'intera storia del mondo, sente che con la redenzione si è passati da un regime di tutela, di servitù e come di minorità a un regime di età matura e di libertà filiale. Le conseguenze più evidenti sono che si è entrati nell'era della grazia più abbondante possibile, tanto che non esiste più alcuna condanna per chi è di Cristo. Però - come l'Apostolo spiega in particolare nella Lettera ai Romani -, il cristiano non può tornare a vivere secondo la carne, perché contristerebbe lo Spirito che è in lui e ovviamente ricadrebbe nella schiavitù e nel peggior timore. Se lo Spirito significa libertà e amore autentico, il peccato, invece, ricaccia l'uomo nel tunnel del timore odioso e avvilente, se non nell'indifferenza.

S. Giovanni nella sua prima lettera vuole che il credente si confessi peccatore, perché questa è la prima e basilare forma di verità e libertà, ma non ammette che egli coltivi il peccato, poiché anzi deve vivere in Cristo. Vivere in Cristo è vivere nell'amore vero: e " l'amore scaccia il timore ", rendendo Gesù e il credente sempre più intimi tra loro. Certo, come direbbe s. Agostino, " nella misura in cui rimane in Cristo, uno non pecca "; ma nessuno può credersi al riparo da ogni debolezza, come non lo credeva lo stesso s. Paolo.

III. Lungo la storia della teologia ritorna spesso il tema del sano e realistico t. Esso è visto tanto dalla sponda della debolezza umana, quanto della scrupolosa attenzione verso quel Dio che, pur comprendendo ogni fragilità, non accetta che ci si adagi in essa.

S. Agostino parla di un timore filiale, che è quello di chi s'affatica per un progresso continuo verso la meta; e c'è un timore servile, che è quello di chi, non ancora del tutto educato all'amore, si trattiene dal male per un indistinto, ma comunque utile sentimento di paura per ciò che il male gli può procurare quaggiù e che gli potrebbe soprattutto riservare se dovesse presentarsi al tribunale di Dio. La Chiesa nel suo magistero ha sempre sostenuto che un certo t. è segno d'una decisa volontà di colui che lotta per non essere vinto dal male e che, temendo le insidie della natura, prega il Padre d'essere liberato da ogni tentazione. Il t. è, dunque, principio di sapienza (cf Sal 110,10) e, come dono dello Spirito, è quell'abito soprannaturale per cui il credente acquista una speciale docilità per sottomettersi alla divina volontà e percorrere da vero figlio di Dio l'itinerario mistico che conduce alla comunione con le divine Persone.

Bibl. E. Boularand, s.v., in DSAM II, 2463-2511; J. Moltmann, Esperienze di Dio: speranza, angoscia, mistica, Brescia 1981; M.-M. Philipon, I doni dello Spirito Santo, Milano 1965; A. Royo Marin, La teologia della perfezione cristiana, Roma 19656, 591-594; P. Sciadini, s.v., in DES III, 3522-3525.




Autore: R. Girardello
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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