Superbia


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I. Il significato. La tradizione etica e spirituale cristiana è concorde nell'additare la s. come il primo di tutti i vizi e la radice di tutti i mali: Vitiorum omnium humanorum causa, sintetizza s. Agostino,1 radix omnium malorum.2 Si contrappone all'umiltà. A chi ha chiaro il ruolo e i contenuti di questa virtù diventa possibile percepire la complessità e i danni della s. Essa determina un senso di sé sempre più chiuso alla verità, prigioniero dell'illusione, pronto alla strumentalizzazione degli altri.

La si riscontra già nel comportamento di Adamo (cf Gn 3,1-9). Rifiutando la dipendenza da Dio, connessa con il riconoscimento della creaturalità, l'uomo respinge la propria verità e si erge ad assoluto. Facendo così, però, svuota di senso la storia e la consegna in mano al potere del peccato. Alla verità si sostituisce la violenza arrogante che è sempre fonte di morte.

II. Nella realtà storica. Il superbo è chiuso al senso della vita come realtà da scoprire, riconoscere, accettare. Si illude di poterlo sostituire con qualcosa che è solo opera sua. Nel tentativo di legittimare il rifiuto della propria creaturalità, si sforza di elaborare un volto di Dio sospettoso e in competizione frontale con la libertà dell'uomo: trasforma Dio in idolo. Allo stesso tempo, è talmente prigioniero di se stesso, da rigettare e dimenticare la fondamentale reciprocità solidale che ci lega gli uni agli altri. Il centro e la misura delle decisioni diventa l'io esaltato al di là delle sue possibilità.

Il superbo rifiuta di riconoscere i limiti presenti nella sua storia. Nei loro riguardi preferisce percorrere la strada - sempre illusoria - della copertura e della rimozione. Tutti i mezzi a questo fine gli appaiono giustificati. E quando non gli è più permesso di sfuggire al loro impatto, si svela drammaticamente fragile per sostenerli, fino al punto non solo di rinunciare alla stessa vita in nome della sua qualità, ma di trasformare tale rinuncia in diritto.

Il superbo è incapace di autentici rapporti con gli altri e con Dio. Tutti sono oggettivati come strumenti di cui servirsi o minacce da cui difendersi. Un'amara solitudine, difesa a volte accanitamente, è il destino cui va incontro. Essa non può mai dare felicità vera, anche quando è sovraccarica di consumi. Ma il superbo farà di tutto per non riconoscere ciò.

Una delle forme più gravi della s. è quella della libertà eretta ad " assoluto " e unica " sorgente di valori " (VS 32). In nome dell'autonomia umana viene indebolita o addirittura negata " la dipendenza della libertà dalla verità " (Ibid. 34), dimenticando che " la vera autonomia morale dell'uomo non significa affatto il rifiuto bensì l'accoglienza della legge morale " (Ibid. 41).

Ugualmente grave è la s. dell'ostentazione di ricchezze e di mezzi.

Il superamento della s. sta prima di tutto nel ridestare il bisogno di verità e di senso. L'annunzio dell'autentico volto di Dio, come emerge nel mistero pasquale del Cristo, permetterà di vivere la creaturalità non come limite, ma come possibilità e il dono della rinascita filiale come apertura sulla stessa pienezza di Dio. Diventa allora possibile maturare un senso di sé aperto alla reciprocità, al dono, al servizio.

Note: 1 PL 44, 168; 2 PL 35, 2039.

Bibl. P. Adnés, Orgueil, in DSAM XI, 907-933; G. Bertram, Ybris, in GLNT XIV, 5-38; E. Güting, Orgoglio, superbia, in DCT, 1126-1129; P. Sciadini, s.v., in DES III, 2428-2430.




Autore: S. Majorano
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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