Giovanni (L'Apostolo; IV Evangelo; Lettere)


Nell'elenco degli Apostoli, G. ha un posto di primo piano subito dopo Pietro (Mc. 3, 16-19), o dopo Pietro e Andrea (Mt. 10, 2- 4; Lc. 6, 14-16), Fratello di Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo e di Salomone (Mt. 27, 56 con Mc. 15, 40; 16, 1), di famiglia benestante come appare da Mc. 1, 20; Lc. 8, 3; aveva delle conoscenze personali nelle sfere sacerdotali Io. 18, 15 ss.
Fu discepolo di Giovanni Battista e con Andrea ebbe un primo incontro particolare con Gesù (1, 35.40), ma la sua chiamata all'apostolato avvenne nelle stesse circostanze e stesso giorno degli altri due fratelli Pietro e Andrea (Mt. 4, 18-22; Mc. l, 16-20). È tra gli intimi di Gesù e lo accompagna nelle ore più solenni della sua vita (Mc. 5, 37; 9, 2; 13, 3; 14, 34; Lc. 22, 8).

Nell'ultima cena posò il capo sul petto di Gesù (Io. 13, 23); lo segue da vicino al processo (18, 15 ss.); unico, tra gli Apostoli, assiste alla sua morte (19, 25 ss.). Di natura vigorosa e di carattere gioviale; Gesù, forse non senza ironia (P. Braun), diede ai due figli di Zebedeo il nome di «figli del tuono» (Mc. 3, 17 con Lc. 9, 54). Alieno da ogni compromesso (Mc. 9, 38 ss.; Lc. 9, 49). Sua madre Salome era probabilmente sorella di Maria ss. (Lagrange, Bernard). Dopo la risurrezione lo troviamo sempre a fianco di Pietro (Io. 20, 2-8; 21, 7.22). Questa stretta unione è posta in evidenza in At. 3, 1 ss. 11; 4, 13. 19; 8, 14; verso l'anno 50 figura tra le "colonne" della Chiesa (Gal. 2, 9). In At. 4, 13 è con Pietro qualificato «popolani e senza istruzione» cioè non era stato alla scuola dei rabbini. Nell'Apocalisse G. si presenta come uno che fu perseguitato ed ebbe a soffrire la relegazione nell'isola di Patmos a causa della «Parola di Dio e della testimonianza di Gesù Cristo»): 1, 9.

Secondo la tradizione cristiana G. è stato ad Efeso (Ireneo, Policrate, Giustino, Clemente Alessandrino, Eusebio, PG 9, 648), testimonianze indirettamente confermate da scavi compiuti in quella città (cf. H. Hormann, Biblica, 13 [1932] 121-24); sotto Domiziano subì il martirio in una botte di olio bollente uscendone illeso (Tertulliano, PL 2, 59; Girolamo, PL 23, 259); esiliato nell'isola di Patmos ivi scrisse l'Apocalisse (Ireneo, PG 7, 1207; Clemente Alessandrino, PG 9, 467); liberato dall'imperatore Nerva (96-98), ritornò ad Efeso (Clemente Alessandrino, ivi). Conservò perpetua verginità (Girolamo, PL 22, 1090; Agostino, PL 35, 1976 ecc.); esortava instancabilmente all'amore fraterno (Girolamo, PL 26, 4(2); pieno di anni e meriti morì sotto Traiano (98-117) ad Efeso ed ivi fu sepolto. La sua partenza da Gerusalemme data probabilmente dal 57-58 poiché in questo periodo ivi trovavasi soltanto Giacomo il Minore (At. 21, 18).
L'apostolo san G. scrisse il IV Evangelo. La tradizione fin dall'età subapostolica lo riconosce esplicitamente, come attestano Papia (cf. Funk, Padri Apostolici I, 373 s.), Ireneo (Adv. H. III, 1, 1), il Frammento Muratoriano (v. 9-30), Teofilo Antiocheno (PG 6, 1088), Clemente Alessandrino (PG 8, 296; 9, 121), Tertulliano (PL 2, 196.203), Origene (PG 14, 31) ecc.; testimonianza unanime ed antichissima di tutta la Chiesa, espressa da Eusebio: «È da riconoscere autentico il suo (di G.) vangelo, così essendo ammesso da tutte le chiese che sono sotto il cielo». (Hist. eccl. III, 24). La tradizione ha ora la più chiara conferma nel Papyrus Rylands 457 (fine del I sec. d. C.) contenente Io. 18, 31-33.37 s. (cf. M. J. Lagrange, in RB, 45 [1936] 269·72; A. Merk, in Biblica, 27 [1936] 99 ss.) e nel Papyrus Egerton 2 (prima parte del II sec. d. C.) che unisce brani dei quattro Vangeli e del nostro ha 5, 39-45; 7, 30 (44?); 8, 59; 9, 29; 10, 31 (39?); essi dimostrano che verso l'anno 100 Io. era già conosciuto in Egitto e venerato al pari dei Sinottici.

L'esame interno, conferma la tradizione: la viva descrizione di tante scene, l'abbondanza di particolari (cf. 1, 35-51; 4; 9; 19, 35) e la stessa diversità dai sinottici, sono indizi sufficienti per affermare che trattasi di testimonio oculare; a ciò si aggiunga l'accordo e la conoscenza delle idee ebraiche anche comuni (1, 46; 4, 9.20.27), delle feste e cerimonie (2, 6; 3, 25; 11, 55; 19, 40), della geografia e toponomastica palestinese (1, 28; 3, 23, 9, 7; 10, 23 ecc.; M. J. Lagrange, Le réalisme historique de l'Ev. selon St. Jean, in RB, 46 [1937] 321.41), la lingua e lo stile che sono quelle di un semita (cf. parallelismo, inclusione, paratassi ecc.) tanto che vi è chi difese l'origine aramaica del IV Vangelo. Mentre l'apostolo G. è nominato 3 volte in Mt., 7 in Lc., 9 in Mc.; non lo è mai nel IV Vangelo ove solo una volta si parla dei due figli di Zebedeo (21, 2); lo stesso silenzio circonda ancora tutta la sua famiglia. Una formula originale cela l'identità di un apostolo con lo scrittore: «il discepolo amato da Gesù» 13, 23; 19, 26; 20, 2-9; 21, 7.20; che è l'apparente incognito di 1, 35.40; 18, 15; 19, 35; 21, 24: è un apostolo di primo piano, uno dei tre intimi di Gesù e compagno abituale di Pietro (cf. sopra); non può essere né Giacomo il Maggiore (ucciso sotto Agrippa nel 44, At 12, 2); né Pietro, ma solo l'apostolo G. «L'allusione è così trasparente che a stento si può parlare di anonimia» (P. Braun). Come tra gli stessi critici acattolici si riconosce.
«Le ricerche recenti tendono a scartare gli ostacoli che la critica eresse sulla via della identificazione del discepolo prediletto con il figlio di Zebedeo» (Menoud); e la leggenda del martirio prematuro di G. si dimostra sempre più un tentativo disperato costruito su testimonianze tardive che non hanno nulla di serio.

Unità del IV Vangelo. L'unità di lingua e di pensiero colpisce subito il lettore, ma qua e là si notano tuttavia delle suture poco fortunate (cf. cc. 5,6; 9-10), delle oscurità nella disposizione (cf. 13, 36 e 16, 5; 14, 31 e 15-17; 20, 30 s. e 21, 24 s.). Secondo alcuni, G. non scrisse di un sol getto e non gli fu possibile dare alla sua opera l'ultima mano; comunemente i moderni ritengono che l'ordine primitivo, per qualche accidente materiale a noi ignoto, sia stato sconvolto e ciò in specie per i cc. 5-6; 13-17. (Lagrange e particolarmente B . Brinkmann, in Gregorianum, 20 [1939] 55-82; 563-69; 22 [1941] 503 ss.). Con una tecnica minuziosa ed oggettiva E. Schweizer (1939) ed F. Ruckstuhl (1951) (v. Bibl.) hanno ampiamente rilevato ovunque le stesse caratteristiche di stile indicanti l'unità sia dell'autore che dell'opera: ed è quanto non si può mettere in dubbio. Per il c. 21 cf. M. E. Boismard, in RB, 54 (1947) 473-501.

Luogo e data. Per quanto riguarda il luogo di composizione non vi è una vera e propria tradizione. La sentenza comune si pronuncia per Efeso basandosi specialmente su Ireneo: (C Egli (G.) scrisse il vano gelo durante la sua dimora asiatica in Efeso» (Ad. Haer. III, 1, 1). Circa la data di composizione non si hanno notizie precise né dalla tradizione, né dall'esame interno del libro. Il terminus a quo è dato dalla redazione dell'Apocalisse (81-96) ritenuta generalmente anteriore. Il terminus ad quem o il limite massimo a parte post, non deve essere lontano dall'anno 100: come si deduce dalla data approssimativa della morte di G. (98-1l7), dalla grande longevità dell'apostolo (Io. 21, 19 ss.), dalle testimonianze dei papiri egiziani; ce precisamente dal 90 al 100. Scopo e storicità. Lo scopo è chiaramente indicato dallo stesso G. (20, 30 s.): corroborare la fede dei cristiani nella messianicità e nella divinità di Gesù, affinché i lettori credendo in Lui abbiano la vita eterna. L'apostolo non intende narrare integralmente la vita terrena di Gesù, bensì da questa sceglie esclusivamente quanto illustra e prova il suo intento (cf. 21, 25). A questo scopo essenziale andarono forse congiunti altri intenti secondari in relazione alla vita contemporanea della Chiesa di Asia, agli errori che iniziavano a serpeggiare, a tendenze poco conformi allo spirito cristiano, ecc. cf. Ireneo, Adv. Heres. I. 26; PG 7, 686).

Lo scopo dottrinale non deve tuttavia fare trascurare l'aspetto storico. Il IV Vangelo vuole completare, e completa i Sinottici. Senza G. non conosceremmo la durata della vita pubblica di Gesù, il giorno della morte, molte particolarità della Passione, ecc. La stessa qualità di teste oculare assicura la verità della testimonianza. Tra i Padri non si dubitò mai della storicità del IV Vangelo, anche da quelli che maggiormente rilevarono il suo simbolismo in molte narrazioni. L'accurata determinazione del luogo (1, 28; 2, 1.12; 3, 23; 4, 5.6.46 ecc.), del tempo (2, 13.23; 3, 2.24; 6, 4.16; 13, 30; 18, 28 ecc.), del giorno (1, 29.35.43; 2, 1.12; 6, 22; 20, 1.19.26 ecc.), dell'ora (1, 39; 4, 6.52; 8, 2; 19, 14) in cui avvengono i fatti narrati, indica bene che l'autore presenta avvenimenti storici. La testimonianza è basata esclusivamente sulla visione personale dei fatti (cf. 1, 14; 19, 35 s.).

Piano. Dopo il prologo 1, 1-18 che ne costituisce il preludio, l'opera si può dividere in tre parti: I parte (1, 19-12, 50). Gesù si rivela al mondo e soprattutto nell'ambiente di Gerusalemme. Questa parte si divide bene in quattro sezioni: 1 a (1, 19-4, 54) la tendenza generale è in favore di Gesù, cf. il Battista, Nicodemo, gli Apostoli, Natanaele, nozze di Cana, la Samaritana, il funzionario regio. Teatro dell'azione di Gesù sono la Galilea, Gerus., la Samaria. 2a (5-6) ci è presentata la prima crisi della fede in Gesù. A Gerusalemme per il miracolo della piscina di Betesda, in Galilea dopo la moltiplicazione dei pani: tre grandi gruppi si formano: gli Apostoli fedeli al Maestro, la gerarchia di Gerus. che è nemica, mentre la folla è incredula o indifferente. Teatro: Gerusalemme e Galilea. 3a (7-10) la lotta tra Gesù e la gerarchia gerosolimitana che si dimostra sempre più a Lui nemica: temi principali sono la cattiva volontà, la superbia e le esitazioni dei Giudei. Teatro: Gerusalemme, il tempio ed in specie il periodo delle feste dei Tabernacoli (7, 2 ss.) e della Dedicazione (10, 22). 4a (11-12) definitiva presa di posizione. Risurrezione di Lazzaro: i capi decidono la morte di Gesù (11, 47-53), mentre la folla entusiasta lo proclama Messia 12, 12-18. G. conclude: l'incredulità dei Giudei ha raggiunto il colmo, ma anch'essa fa parte dei divini disegni.

II parte (13,1-17, 24). - La formazione degli Apostoli. Questa parte pur non essendo completamente estranea a quanto precede, gli esegeti sono sempre più concordi nel considerarla come una sistematizzazione degli insegnamenti di Gesù al riguardo. La sua importanza, già rilevata così bene dall'agiografo, fu notata da tutta la tradizione e dai commentatori moderni: è la perla più bella del IV Vangelo, fonte inesauribile di vita cristiana, midollo della teologia cattolica.

III parte (18, 1-21, 25). - La Passione, la Morte, la Resurrezione. Della Passione ci ha conservato un quadro volutamente particolareggiato e preciso. Termina col quadro suggestivo del lago di Tiberiade: ormai spetta agli Apostoli rendere testimonianza di Gesù e della loro fede. Pietro anche qui è il primo: nell'impareggiabile e pittorico dialogo (21, 15- 19) vi è anche tutta la fede della Chiesa primitiva e di G. sul Primato. Il piano, nel suo complesso, indica certo l'intenzione dell'agio grafo di seguire il corso degli avvenimenti: nelle linee generali è l'identico schema dei Sinottici. Ma con alcune caratteristiche particolari. G. tralascia l'infanzia e la nascita di Gesù: dal seno del Padre il Verbo scende sulla terra incarnandosi.

Mentre nei sinottici l'uditorio di N. S. è la folla, qui invece sono scelti i colloqui di Gesù con un ristretto gruppo o con persone singole. Aspetto drammatico: lotta ravvivata da continue vicende che va man mano delineandosi in direzione di un fine ben preciso a cui tende. Cf. 1, 5.10 s. 27-35; 2, 15-20, ecc.: luce e tenebre, fede e incredulità, amore ed odio, morte e vita. Il dramma non è tanto quello che si svolge attorno a Gesù, ma quello che si manifesta nel cuore degli attori e per questo G: ne trascrive così spesso i sentimenti. Il mistero di Cristo in terra è la tragica illustrazione di una lotta che si perpetua nella sua Chiesa. Procedimento circolare. G. non espone metodicamente ed in modo completo le sue idee, ma smembra i concetti dando inizialmente l'abbozzo di una prima idea per passare poi ad un'altra, iridi ad un'altra ancora; ritorna quindi a spiegare quanto ha antecedentemente accennato dandone in fine la conclusione chiara. Cf. 5, 19-47; 6, 27- 71; ecc.

Dottrina. G., nel suo Vangelo essenzialmente dottrinale, sviluppa quanto ha brevemente esposto nel prologo. Il Verbo incarnandosi inizia la lotta contro le tenebre: quelli che si schierano con lui, da lui riceveranno la figliolanza divina con la comunicazione della pienezza sua e della sua gloria per mezzo di una nuova generazione. Vita nuova che viene dall'acqua e dallo Spirito (Battesimo), è alimentata dal corpo e dal sangue suo (Eucaristia) e si manifesta per mezzo dell'amore, della gioia e della pace che fin d'ora proiettano i rinati nell'eternità beata di colui che è la luce e la vita, e così nella comunione del Padre, che tanto ama il mondo, e dello Spirito. Dell'ecclesiologia G. rileva qualche aspetto particolarmente profondo: le pecore (i fedeli) sono di Gesù che per esse muore, e le affida poi a Pietro (c. 21), suo rappresentante; partecipano della vita del Pastore come tralci del succo vitale della vite (c. 15). La vita intima della Chiesa, i caratteri distintivi, i doveri e privilegi dei suoi membri, l'indefettibile assistenza dello Spirito sono esposti nei cc. 13-17 in modo particolare. Il dramma della Redenzione è inquadrato da due scene mariane: Cana ed il Calvario. G., entrato più di tutti nell'intimità del Maestro, avendo meditato lungamente - sotto l'influsso dello Spirito - sulla persona, sulle parole, la vita di Gesù, ne rese una testimonianza ineguagliabile.

Epistole. La I epistola conosciuta dagli scritti primitivi dell'epoca subapostolica, come canonica, fu sempre unanimemente attribuita a G. L'esame interno (vocabolario, lingua, stile, dottrina) conferma i dati della tradizione, per l'evidente affinità col IV Vangelo. Così tutti i cattolici e gran parte degli acattolici.
La data di composizione è intimamente connessa con quella del vangelo: gli stretti rapporti tra i due scritti, non permettono di separarli. Circa l'anteriorità dell'uno sull'altro, pare più probabile quella del Vangelo dato che l'epistola suppone il suo insegnamento. È probabile che il luogo di composizione sia Efeso.
I destinatari sono, con ogni probabilità, i fedeli di qualche chiesa particolare o, al massimo, un piccolo gruppo di chiese in speciale relazione con G. apostolo. Lo scopo non è polemico, bensì G. intende fortificare, esortare, incoraggiare i suoi "figli" premunendoli contro errori e deviazioni contemporanee; richiamare inoltre certe verità fondamentali il cui valore veniva negato o misconosciuto da qualche corrente sia esterna che interna alla chiesa. Quanto è combattuto dall'autore è in piena analogia con dottrine gnostiche e docete. Le idee teologiche sono le stesse del IV Vangelo. L'epistola si può dividere in due parti.
Dopo il prologo 1, 1-4 seguono la prima parte (1, 5-2, 29): esortazione a vivere nella luce; e la seconda (3, 1-5, 12): dignità e doveri della filiazione divina; infine l'epilogo (5, 13-21).

La II e la III epistola fanno parte degli scritti deuterocanonici del N. T.: data la loro grande brevità si spiega facilmente come non si trovano citate nei primi scritti cristiani. Ireneo cita con certezza la II; Clemente Alessandrino conosce almeno due epistole di G. apostolo, così pure il Canone Murat. e Tertulliano. Il canone Claromontano (c. 400) conosce ed ammette tutte e tre le epistole; Origene sa che l'autenticità di queste due epistole è posta in dubbio da qualcuno; egli però le considera autentiche (PG 20, 582 e PG 12, 857). Lo stesso criterio è seguito da Eusebio (PG 20, 268 s. 216 s.). Sono poi ritenute unanimemente a partire dal sec. IV.

Destinatari: la II epistola è più comunemente ritenuta indirizzata ad una chiesa particolare, a noi sconosciuta, e non ad una persona particolare: quindi una chiesa sorella dell'Eletta cioè della chiesa di Efeso (così per es.: Bonsirven, Chaine, De Ambroggi). La III epistola ha invece carattere particolare come quella di s. Paolo a Filemone: qui il destinatario è Gaio. Di lui sappiamo che era restato fedele all'apostolo, opponendosi all'ambizione di un capo locale e dando larga ospitalità agli itineranti missionari: non pare che Gaio fosse in autorità.

Scopo: in ambedue l'apostolo annuncia una sua prossima visita; nella prima, mette in guardia contro i seduttori, ringrazia per le consolazioni avute dai fedeli esortandoli al continuo esercizio dell'amore cristiano; nella seconda, esorta Gaio a continuare generosamente la sua collaborazione missionaria e biasima il vescovo Diotrefe: è un documento prezioso per la storia dell'episcopato unitario.
Il luogo di composizione è ignoto: si pensa comunemente ad Efeso come per la I epistola. Le due epistole (come già la I) suppongono nota la teologia giovannea e probabilmente anche la I epistola. Generalmente si ritengono ambedue composte nello stesso periodo e posteriori alla I epistola.
[L. M.].

BIBL. - A. DURANO, Evangile selon St. Jean (Verbum salutis), Parigi 1927; M. J. LAGRANGE, Evangile selon St. Jean. 7a ed., ivi 1948 ; F.:M. BRA UN, Evangile selon St. Jean (La Ste Bible, ed. Pirot), 3a ed., ivi 1950; A. WIKENHAUSER. Das Evangelium nach Johannes. Regensburg 1948 ; E. RUCKSTUHL, Die literarische Einheit des Johannesevangeliums, Friburgo. Per le Lettere; J. BONSIRVEN, Epitres de St. Jean (Verbum salutis), Paris 1935; J. CHAINE, Les Epitres Catholiques, Paris 1939; P. DE AMBROGGI, Le Epistole cattoliche (Da S. Bibbia, S. Garofalo), Torino 1947; R. SCHNACKENBURG. Die Johannesbriefe (Herders theolog. Kommentar z. N. T., XIII, 3), Freiburg i. B. 1953; F. M. BRAUN, Jean le Théologien et son évangile dans l’Eglise ancienne, Paris 1959; A. VACCARI, La S. Bibbia, Firenze 1961, pp. 1921-1973; 2245- 2255.


Autore: Padre Luigi Moraldi
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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