Servizio


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I. Il fondamento è nella celebre frase del Signore: " Il Figlio dell'Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti " (Mt 20,28). Il termine " servire " sta a significare che esso è il fine dell'Incarnazione, e l'espressione, ancora più densa, " dare la vita ", porta nel cuore del dramma redentivo.

Perciò il s. del cristiano si modella sull'atteggiamento del Cristo, servo umiliato e sofferente, che prende su di sé il peccato e la missione dell'uomo (cf Is 53,3ss.) e si china con affetto su ogni bisogno concreto (cf Lc 10,31-34). Gesù si è fatto " servo ", anzi " schiavo " per salvare dal di dentro, uomo tra gli uomini, la situazione dell'umanità.

Gesù ha concretizzato questo atteggiamento radicale in un gesto. Nell'Ultima Cena, come racconta l'evangelista Giovanni (cf Gv 13), Gesù " si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita " (v.4). Il gesto che compie è quello consueto dello schiavo verso l'ospite, in una famiglia benestante. A compierlo è il Signore: " Mi chiamate Signore e fate bene perché lo sono " (v.12). E soggiunge: " Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve " (Lc 22,27). Così devono fare tutti i discepoli. " Il Figlio dell'uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti " (Mc 10,45).

C'è una misura per questo atteggiamento. Essendo l'espressione più tipica dell'amore, vale del s. quanto dicevano gli antichi: " La misura di amare è di amare senza misura ". Se un limite interviene è solo quello delle forze umane limitate. Ma si tende a " servire e dare la vita ": ciò che si è - ciò che si ha - ciò che si pensa - ciò che si fa. Può esigere talora un pizzico di eroismo. Ma questa è una componente tipica del Vangelo. S. Paolo sottolinea di essersi fatto tutto a tutti. Tutto è molto di più, perché è " tutto ". Include forze, doti, capacità, tempo.

II. In quali atteggiamenti concreti s'incarna questo s.? Questi i principali: a. alla base c'è l'opzione fondamentale di " vivere per gli altri ". La persona, infatti, non si realizza se non nel rapporto oblativo. b. Il vero padrone del s. è il bisogno. Esso è essenzialmente in funzione delle necessità degli altri. La formula aurea è qui quella di Giobbe: " Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo " (29,15). c. Il s. cristiano non si realizza dando qualcosa all'altro, rimanendo estranei al suo dramma. Si realizza piuttosto in direzione opposta: superando l'alterità per arrivare alla condivisione: " Gioire con chi gioisce e piangere con chi piange " (cf Rm 12,15). Questo stile è tradotto nel concreto dalla parabola del buon Samaritano (cf Lc 10,25-37), che si china sulla persona umana, in qualunque modo ferita, e fa suo il dramma del malcapitato. d. Offrire il Vangelo è la prima ed essenziale forma di s. Tutte le altre seguiranno come naturale conseguenza. e. Per questa strada possono collaborare tutti ad offrire al mondo l'immagine di " una Chiesa tutta ministeriale ".

II. Nell'esperienza mistica. Poiché, come diceva Paolo VI, " il mondo di oggi ha bisogno di testimoni più che di maestri ", è bene evocare qualche incarnazione luminosa di questo s. evangelico.

L'apostolo Paolo anzitutto. Egli chiama se stesso, negli indirizzi delle sue lettere, " servo di Gesù Cristo " e " prigioniero del Signore ". Ha messo a disposizione delle Chiese la sua vita. Pur di annunciare il Vangelo, ha affrontato ogni sorta di difficoltà: fame, sete, nudità, prigionia. Come uno schiavo, non chiede ricompensa per il suo lavoro. Si sente debitore verso tutti, come uno che non si appartiene più. S. Benedetto, che pone nelle mani dell'abate ogni autorità per la guida del monastero, gli ricorda poi che suo compito è multorum servire moribus, mettersi cioè a s. dell'indole di ciascuno. Sulla sua scia, Gregorio Magno lascia ai suoi successori sulla cattedra di Pietro una formula che ne qualifica la missione su una linea ministeriale: servus servorum Dei. E stato chiamato " parroco della cristianità " e sappiamo dal suo epistolario che inviò una coperta di lana a un sacerdote di Sicilia malato di tosse. Del resto, si sa anche che serviva personalmente ogni giorno a mensa dodici poveri.

La storia della Chiesa è costellata di figure splendide che nel s. ai fratelli hanno raggiunto la vetta della perfezione.

E in questa prospettiva che si può parlare di una mistica del s., ossia di una consapevolezza di unione con Dio, accolta e " gustata ", che assume le connotazioni di un' offerta di sé in linea con l'offerta sacrificale di Cristo al Padre.

La liturgia primitiva concludeva le sue orazioni con la formula: Per servum tuum Jesum Christum, là ove oggi si dice: " Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio... ". Certo egli è il Signore, ma proprio perchè si è fatto " servo di JHWH ". Come lui, i cristiani ricevono dallo Spirito il carisma del s., che diviene un'esigenza per l'edificazione di una Chiesa tesa alla comunione con Dio e con i fratelli.

Bibl. H. Doohan, s.v., in Aa.Vv., The New Dictionary of Catholic Spirituality, Collegeville 1993, 875-877; T. Federici, s.v., in Aa.Vv. Dizionario del Concilio Ecumenico Vaticano II, Roma 1969, 1827-1830; L. Magenes, La vita come servizio, Varese 1987; T. O'Meara, Theology of Ministry, New York 1983; K.H. Rengstorf, Doúlos, in GLNT II, 1418-1466; C. Sorsoli, s.v., in DES III, 2304-2306.




Autore: M.A. Magrassi
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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