Scuole di spiritualità


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Premessa. S'intende qui parlare solo di " scuole " di spiritualità cristiano-cattoliche e non di tutte ma solo di alcune che hanno avuto ed hanno ancora oggi grande influsso nella Chiesa senza voler minimizzare l'importanza di quelle tralasciate. Ci limitiamo, infatti, ad esaminarne cinque: la benedettina, la domenicana, la francescana, la carmelitana, la ignaziana; una dell'alto Medioevo, due del basso Medioevo e due dell'Evo Moderno.

Pur partendo dagli stessi principi biblici del Dio, uno e trino e dell'opera redentrice di Gesù Cristo, esse si diversificano l'una dall'altra non solo per il contesto storico-vitale di tempo e di luogo in cui sono sorte, ma per la personalità dei fondatori, per l'accentuazione di una verità dogmatica o di un aspetto della vita di Cristo e di conseguenza per la pratica preferenziale di una virtù caratteristica. Per illustrare ciascuna " scuola " ci serviremo del seguente schema: a. il fondatore e i suoi seguaci; b. i fondamenti dottrinali; c. le pratiche specifiche; d. i riflessi mistici.

1. La scuola benedettina. Anche se non la prima in senso assoluto, essendo stata preceduta per lo meno dalla tradizione di s. Basilio e di s. Agostino, è quella che ha dominato quasi esclusivamente l'Occidente europeo durante tutto l'alto medioevo senza perdere di intensità nei secoli seguenti fino ai nostri giorni.

a. Il fondatore e i suoi seguaci. La s. b. prende le mosse da s. Benedetto, detto appunto " il patriarca del monachesimo occidentale " che con la Regula monasteriorum e la costruzione del monastero di Montecassino diede l'avvio al movimento della vita cenobitica. Da questo ceppo si svilupparono altri germogli che ne arricchirono la portata ecclesiale e sociale in un continuo rinnovamento e benefica evoluzione: i cluniacensi o " monaci neri ", i cistercensi o " monaci bianchi ", i camaldolesi, i vallombrosani, i certosini, i silvestrini... e in ultimo i trappisti... Fra tanta fioritura di uomini si stagliano le forti personalità di s. Gregorio Magno, di s. Pier Damiani, di s. Anselmo, arcivescovo di Canterbury e di s. Bernardo abate di Clairvaux.

b. I fondamenti dottrinali. Non essendo possibile una sintesi univoca per la varietà degli autori che si susseguirono nell'arco di parecchi secoli con sfumature personali, ci limiteremo a fermarne il fondo comune da cui nessuno prescinde. In tutti s'intravedono queste idee: la celebrazione della vita monastica: " Extra claustra, nulla salus ", prevalendo ancora la visione dualistica di inconciliabilità tra corpo e anima, tra mondo e Vangelo di derivazione greco-romana e patristica; un senso di distacco tra Dio e l'uomo concependo l'uno come somma maestà sia nella creazione come nella redenzione - il Cristo " Pantocrator " - e l'altro come incapace di bene e vittima del peccato; il parallelismo tra la società civile e quella ecclesiastica frutto del feudalesimo imperante che si risolveva in una organizzazione rigidamente gerarchica e frammentaria.

c. Le pratiche specifiche. S. Benedetto nella sua Regola fa leva sulla " conversio morum " o cambiamento di vita che comporta, in senso negativo: la " rinuncia " al mondo o " fuga mundi " per rinchiudersi nei monasteri, sempre edificati lontano dalle zone abitate e autosufficenti per le varie necessità materiali; la " subjectio abbati " o " obbedienza " per l'ordinamento della vita interna del monastero; la " stabilitas loci " contro ogni nomadismo, per cui il proprio monastero è culla e tomba per ognuno; la " vita comune ", sostanziata dalla pratica di due virtù: l'umiltà nel rinnegamento di sé per evitare ogni privilegio e la rigida povertà personale nel distacco da ogni proprietà, anche minima. Positivamente poi la " conversio morum " esige: l'impegno nella preghiera liturgica, più o meno solenne, da occupare gran parte della giornata e l'applicazione al lavoro manuale o intellettuale, contro ogni sfruttamento e a stimolo delle classi dominanti, viventi di rapine e saccheggi.

d. I riflessi mistici. Tenendo presenti i presupposti dottrinali e le conseguenti pratiche religiose, si spiega come s. Benedetto possa chiamare il suo insegnamento " divini schola servitii ", mirando a mettere l'uomo alla presenza di Dio e di Cristo, sia nell'esercizio della preghiera liturgica e della " lectio divina ", come nel lavoro. Non s'insiste sulla vita di grazia, sull'unione con Dio e sulla contemplazione, ma sulla sintonia tra il sentimento della recita corale e la voce: " Ut mens nostra concordet voci nostrae ", evitando il pericolo del meccanicismo. S. Benedetto resta più asceta - la virtù più studiata è l'umiltà - che mistico, più attento all'esterno e comunitario che all'interno e personale, più preoccupato di scuotere col timore che con l'amore di Dio e di Cristo. Ciò non ha impedito che lo stesso s. Benedetto, come altre sante e santi benedettini, abbiano avuto esperienze di vita mistica e goduto di visioni soprannaturali come di numerose rivelazioni.

2. La " scuola domenicana ". Questa scuola sorge nel basso Medioevo, nel 1200, quando s. Domenico ( 1221) inizia la sua opera di evangelizzazione, fondando l'Ordine dei " frati predicatori ". In un'epoca di vasto risveglio religioso e sociale, intellettuale e morale, con profonde tensioni sul piano disciplinare e teologico, s. Domenico sposa la causa della Chiesa, divenendo con il suo movimento campione della fede cattolica.

a. S. Domenico e i suoi seguaci. S. Domenico, sacerdote e canonico della cattedrale di Osma (Spagna), volendo combattere gli eretici albigesi della Francia meridionale, si mantiene sempre su un piano colto, mentre asceticamente accetta la vita apostolico-evangelica, vivendo in povertà e rompendo gli schemi del monachesimo tradizionale che esigeva la " stabilitas loci ". Tra i suoi seguaci, innumerevoli furono coloro che ne valorizzarono l'eredità; e fra essi possiamo solamente ricordare i più noti per santità e dottrina: s. Alberto Magno, s. Tommaso d'Aquino, s. Caterina da Siena, s. Antonino, arcivescovo di Firenze ( 1459)...

b. I fondamenti dottrinali. Sebbene l'Ordine domenicano abbia sicure ascendenze agostiniane, non vi resta ancorato perché si adegua alla cultura scolastica del momento e tenta di cristianizzare Aristotele ( 322 a.C.), trascurando Platone. Fu una svolta di grande significato, perché si allargò il campo dialettico, filosofico e scientifico, avvantaggiandosene anche la teologia. Da questo fervore culturale conseguì la scelta di alcuni principi filosofico-teologici: il primato dell'intelletto sulla volontà e sull'affetto, l'insistenza sullo studio e la necessità della " contemplazione " divina; i domenicani non trascurano né la " vita comune ", né la mortificazione, né l'ufficio liturgico.

c. Le pratiche specifiche. I domenicani, pur accettando la Regola di s. Agostino che già prevedeva " la vita mista " monastico-canonicale, ne aggiornarono la formula, mantenendo la " vita comune ", ma rinnegando la " stabilitas loci " per darsi ad un apostolato più libero ed incisivo. Ciò comportava: una nuova organizzazione dell'istituto con un'autorità centrale e relative suddivisioni subalterne; una più accentuata adesione alla sede pontificia - l'Inquisizione romana è un loro tradizionale appannaggio -; un culto vivace per gli studi, per i centri universitari e per la produzione letteraria. Inoltre hanno incrementato la devozione alla Madonna lanciando la recita del santo rosario e celebrato la Messa con rito mozarabico di origine spagnola.

d. Riflessi mistici. La s.d. è stata sempre in pieno vigore nella Chiesa sia sul piano dottrinale ad opera dei suoi esimi teologi sia sul piano pratico per i suoi numerosi scrittori mistici come Eckhart, Taulero, Susone..., incitando i cristiani tutti alla perfezione evangelica. Partendo dalla scelta intellettualistica, essa punta sulla " contemplazione " acquisita o infusa di Dio-verità apparendo più teocentrica che cristocentrica. Sviluppa in modo particolare la teoria e l'azione della grazia di Dio come dei doni dello Spirito Santo, da offuscare quasi la partecipazione attiva dell'uomo per cui qualche autore mistico dei sopraricordati fu sconfessato e la sua opera inserita nell'Indice dei libri proibiti.

B3. La scuola francescana. Sempre nel basso Medioevo nei primi del '200, cioè contemporaneamente a quella domenicana, appare la s.f. dovendo affrontare le stesse problematiche ecclesiastiche e civili per avviarle verso soluzioni accettabili e feconde per la cristianità. Si sviluppa per opera di s. Francesco d'Assisi che fondando il primo Ordine per uomini consacrati, i frati minori, il secondo per donne consacrate, le clarisse e il terzo per persone coniugate, i terziari, sembrò dare un respiro cristiano cattolico a quelle tensioni restaurando così la Chiesa come gli aveva detto il Crocifisso di San Damiano.

a. S. Francesco e i suoi seguaci. Non essendo s. Francesco (1226) né sacerdote né letterato come s. Domenico sceglie una diversa strategia d'azione avvicinandosi al popolo con la testimonianza di una povertà radicale con la semplice predicazione di penitenza e nel pieno rispetto della gerarchia ecclesiastica. Non ammettendo poi neppure la proprietà comune svolge un apostolato itinerante non solo in mezzo ai fedeli, ma anche nelle terre degli infedeli aprendo l'era delle missioni moderne. Enorme fu la ripercussione della sua opera che fu ampliata ed approfondita dai suoi seguaci fra cui possiamo ricordare s. Antonio da Padova, s. Chiara da Assisi, s. Bonaventura, Giovanni Duns Scoto ( 1308), Raimondo Lullo, s. Bernardino da Siena, s. Pietro d'Alcántara...

b. I fondamenti dottrinali. Dagli Scritti di s. Francesco e dei suoi sopraddetti seguaci che ne hanno interpretato le intuizioni si constata che la s.f. si riallaccia alla tradizione platonico-agostiniana, si mantiene più concreta che speculativa e, di conseguenza, sposa il primato della volontà sull'intelletto, valorizza l'affettività come pure l'azione. Partendo poi dal concetto che Dio è il " Sommo Bene ", ne deduce che la felicità umana consiste nella sua fruizione, onde il motto: " Gustata aliis tradere "; insiste anche sulla visione centrale del Cristo come mediatore unico di natura, di grazia e di gloria, prendendovi particolare rilievo la presenza della sua Madre SS.ma; diffonde, infine, un profondo senso di pacificazione e di fraternità cosmica essendo pervasa da un ottimismo incorregibile.

c. Le pratiche specifiche. S. Francesco respira il suo tempo e ne trasfigura le leggittime aspirazioni per un ritorno all'osservanza del Vangelo nell'imitazione del Cristo crocifisso e della vita degli apostoli al di fuori di ogni formula monastica tradizionale. Si esaltano così l'itineranza incessante, la predicazione popolare, la povertà assoluta sostenuta dal lavoro e dalla mendicazione, la libertà spirituale nella riduzione delle penitenze e delle mortificazioni corporali. Se ne avvantaggiò soprattutto l'organizzazione del primo Ordine, i frati minori, che fece perno sulla persona del Ministro Generale che aveva autorità diretta su ogni identità subalterna e sugli individui. S. Francesco poi mantenne fede salda verso il Romano Pontefice e la gerarchia cattolica; adottando, inoltre, il rito della Curia romana per la recita dell'Ufficio divino e per la celebrazione della Messa, ne favorì la diffusione. Infine la s. f. ha incrementato la devozione all'umanità di Cristo nei suoi misteri nodali del presepio, della croce e del tabernacolo, come pure il culto alla Madonna, difendendone il privilegio dell'Immacolata Concezione, diffondendo il suono dell'Ave Maria e la recita della corona delle " sette allegrezze".

d. I riflessi mistici. L'atmosfera mistica è proprio l'ambiente vitale dei francescani incominciando da s. Francesco e s. Chiara per arrivare a s. Bonaventura, il " principe dei mistici " alla b. Angela da Foligno, a s. Caterina da Bologna, alla b. Battista Varano, a s. Pietro d'Alcántara, a Maria d'Agreda, a s. Carlo da Sezze... Tutti insistono sull'identificazione al Cristo e per mezzo di lui sul pervenire alla piena conformità alla volontà del Padre in un supremo gesto d'amore e di totale abbandono al Sommo Bene. Prevale l'esperienza mistica dei carismi sulla teorizzazione, anche se questa non è assente specialmente nell'approfondimento dei doni dello Spirito Santo e delle beatitudini evangeliche. Merito, poi, innegabile della s.f. è l'aver universalizzato l'obbligo della perfezione cristiana additandola anche alle persone coniugate ed impegnate nelle faccende secolari con l'istituzione del Terz'Ordine chiamato oggi Ordine francescano secolare.

4. La scuola carmelitana. Sebbene come " scuola " si affermi nell'età moderna, il '500, i carmelitani hanno origini che risalgono al sec. XII quando alcuni eremiti si ritirarono sul Monte Carmelo ove era già vissuto il profeta Elia. Passando poi dall'Oriente all'Occidente europeo nel '200 subirono l'influenza dei due Ordini recenti: domenicano e francescano abbandonando in parte l'eremitismo primitivo, dandosi all'apostolato e alla cultura. Proprio nel '500 con la riforma iniziata da s. Teresa d'Avila e proseguita da s. Giovanni della Croce si afferma questa s.c. che è tra le più significative.

a. Santa Teresa e i suoi seguaci. L'avvio alla s.c. è dato dai due santi Dottori della Chiesa: s. Teresa d'Avila e s. Giovanni della Croce che, impegnati nella stessa riforma, scrissero varie opere validissime di argomento ascetico-mistico basandosi sulle loro esperienze personali, sebbene non immuni da letture di autori precedenti. Essendo il tempo del Concilio di Trento (1545-1563) e della Controriforma cattolica, la loro azione fu accolta universalmente e diede frutti copiosi non solo in seno all'Ordine carmelitano e nella Spagna ma in tutta la Chiesa. Innumerevoli i loro seguaci fra cui non si può dimenticare s. Teresa di Lisieux, che con la sua autobiografia Storia di un'anima lanciò la formula dell'" infanzia spirituale ".

b. I fondamenti dottrinali. Avendo semplicemente descritto, tanto s. Teresa d'Avila quanto s. Giovanni della Croce, i fenomeni mistici della loro vita, non hanno speculato su di essi né si sono appellati a teorie filosofico-teologiche perché hanno tenuto presenti come destinatari i loro discepoli. Vi si avverte anzi un inconfessato senso antintellettualistico, anche se si premurano di analizzare scrupolosamente le emozioni e i doni soprannaturali di cui si sentono arricchiti. Partono, infatti, dalla dottrina comune ribadita dal Concilio di Trento contro i protestanti sul peccato, sulla responsabilità dell'uomo e sull'obbligo della perfezione cristiana senza alludere a specifiche deviazioni dottrinali del loro tempo.

c. Le pratiche specifiche. Se si guarda lo schema organizzativo dell'Ordine, i carmelitani appaiono paralleli ai movimenti del basso Medioevo chiamati " mendicanti " avendone adottato la formula dell'autorità centralizzata e della " vita mista ", accantonando il primitivo eremitismo di matrice orientale. Neppure la riforma del '500 interruppe questa linea ormai assodata, pur avendo richiamato con vigore la pratica del silenzio, della solitudine, della mortificazione e della preghiera additati però come mezzi di autentico apostolato. Anche nelle pratiche di pietà questa " scuola " si presenta biforcata: da una parte, si è adattata ai tempi moderni esaltando un possente cristocentrismo e, dall'altra, ha mantenuto gelosamente una spiccata devozione mariana risalente alla indimenticabile cappella della Madonna sul Monte Carmelo, propagandandone lo " scapolare ".

d. I riflessi mistici. Secondo questa scuola, due sono i mezzi per arrivare all'unione con Dio: la preghiera e la contemplazione, perciò ambedue questi elementi vengono analizzati scrupolosamente nel loro sviluppo progressivo. Tanto la preghiera, infatti, quanto la contemplazione liberano l'uomo dagli impedimenti che lo tengono lontano da Dio: la prima attraverso la " notte dei sensi ", attuata nella mortificazione, nella penitenza, nel distacco da sé e da ogni appetito terreno; la seconda, attraverso la " notte dello Spirito " vissuta, nell'aridità spirituale e nel dubbio sulla fede. Si arriva così allo sposalizio " con Dio " in due momenti: il " fidanzamento " e il " matrimonio ". E il trionfo dell'amore e della carità totale ove l'uomo quasi scompare ridotto al nulla e Dio troneggia rivelandosi il tutto. Ne deriva il motto programmatico: " nada " (uomo) e " Todo " (Dio); a merito della s.c. vanno notati due pregi: la novità del linguaggio e l'equilibrio nei rapporti di radicale relazione tra Dio e l'uomo.

5. La scuola ignaziana. Sempre nell'età moderna, il '500, accanto alla s.c. sorge vigorosa quella ignaziana o gesuitica per opera di s. Ignazio di Loyola e della sua Compagnia di Gesù. Mentre, però, la s.c. ha radici anteriori e si mantiene nell'alveo degli Ordini mendicanti, la s.i. è totalmente nuova senza addentellati con la tradizione monastica, sposando l'attività apostolico-sacerdotale, ignorando quasi la vita comunitaria per una maggiore disponibilità personale alle diverse prestazioni pastorali. Rispondendo perciò essa alle esigenze del suo tempo, non trovò ostacoli per inserirsi potentemente nelle correnti culturali della Chiesa apportandovi notevole contributo.

a. S. Ignazio e la sua " Compagnia ". Ultima in questa sede, ma non ultima per importanza e validità la s.i. ha origine e fa perno su s. Ignazio di Loyola che fondò la " Compagnia di Gesù " radicandola sui suoi scritti principali: il libro degli Esercizi, le Costituzioni e l'Epistolario. Per arginare l'onda protestantica e rivitalizzare la Chiesa, egli assume le direttive della Controriforma Cattolica. Essendo stato soldato, ha una mentalità militare e dà alla sua " Compagnia " non solo il nome, ma una struttura altamente gerarchizzata. Questa rigida fisionomia non perde mordente nei seguaci che ne approfondiscono i germi vitali come si può constatare nella serie rigogliosa di santi molto illuminati: s. Francesco Saverio ( 1552), s. Pietro Canisio ( 1597), s. Alfonso Rodríguez ( 1617), s. Roberto Bellarmino... e di scrittori illustri in campo filosofico, teologico e ascetico-mistico: Alfonso Rodríguez ( 1616), Francesco Suarez ( 1617) Alvarez de Paz, Luigi Lallemant, Paolo Segneri ( 1694), Gianbattista Scaramelli... fino ai nostri giorni.

b. I fondamenti dottrinali. S. Ignazio e i suoi figli respirano profondamente l'atmosfera umanistico-rinascimentale che esalta la dignità dell'uomo per cui essi non tendono alla sua annichilazione, ma a raddrizzarne le deviazioni. L'uomo, infatti, è nato per dare gloria a Dio e per servire alla sua divina maestà sull'esempio di Gesù Cristo, l'uomo perfetto. Tutto ciò che può ostacolare questo cammino dev'essere rigettato, onde l'insistenza sull'esercizio delle virtù morali e teologali e soprattutto sullo sforzo di rettificare l'intenzione nei rapporti con gli uomini e le cose ovunque Dio si riveli. Ancorati saldamente alla dottrina tridentina della Chiesa, con rinascente impegno culturale, combattono a viso scoperto gli errori del loro tempo propagandati dal protestantesimo, dal giansenismo e dal quietismo...

c. Le pratiche specifiche. I gesuiti sono totalmente entro l'ambientazione dell'età moderna e assumono la formula dei " chierici regolari " non distinguendosi che accidentalmente dalle altre " Congregazioni " contemporanee come i teatini, i somaschi, i barnabiti, i lazzaristi... Si diversificano, però, da esse per il dinamismo travolgente, per il taglio militaresco e duraturo dell'educazione personale, per il maggiore impegno nei molteplici settori dell'apostolato, per l'apertura missionaria, per il voto di obbedienza al Romano Pontefice... Sul piano concreto, la s.i. ha diffuso la pratica degli " Esercizi spirituali ", dell'esame di coscienza e del ritiro mensile, la devozione al Sacro Cuore di Gesù, le " Congregazioni mariane " per l'associazionismo cattolico, i " collegi " per lo studio, l'apostolato della preghiera...

d. I riflessi mistici. Pur partendo dal motto " Ad majorem Dei gloriam ", la s.i. blocca l'attenzione sul Cristo obbediente totalmente alla volontà del Padre nell'opera della redenzione in favore dell'umanità. Ne deriva una forte spinta all'azione apostolica per cui si può parlare di una " mistica dell'azione ". Non che si dimentichi la contemplazione: si fondono i due momenti per diventare " contemplativi nell'azione " e " attivi nella contemplazione ". Si scruta fino in fondo la psicologia dell'uomo e si assegna un compito ad ogni sua facoltà per valorizzarne le risorse per un proficuo esercizio delle varie virtù e le pratiche di pietà. Infatti, si insiste in modo particolare sull'" obbedienza cadaverica " e sulla preghiera nei suoi diversi aspetti. Se ne conclude che la s.i. è anche antropocentrica e teocentrica oltre che cristocentrica, più ascetica che mistica, più concreta che speculativa...

Conclusione. Come si può notare da questa breve carrellata, si è solo illustrato più che esaurito l'argomento delle s. Soltanto per necessità di spazio ne abbiamo esaminato cinque che ci sono apparse più presenti nella cultura contemporanea, pur riconoscendo che altre avrebbero meritato pari menzione avendo ognuna una propria fertilità nel campo della Chiesa cattolica. La preferenza è stata determinata dalla specificità della dimensione mistica di cui ciascuna è portatrice per non ripetere concetti comuni o particolari di scarsa importanza.

Bibl. Oltre alle opere generali e collettive: Le scuole cattoliche di spiritualità, Milano 1949; Le grandi scuole di spiritualità cristiana, Roma 1984; R. Blatnicky, Il concetto di " Scuola di spiritualità ", in Rivista di Pedagogia e Scienze religiose, 5 (1967), 48-108; L. Bouyer - E. Ancilli - B. Secondin, Storia della spiritualità, 10 voll., Bologna 1984ss.; V. Grossi - L. Borriello. - B. Secondin, Storia della spiritualità, 8 voll., Roma 1987ss. e alla voce relativa del DSAM IV1, 116-128 si possono consultare ancora: 1. Per la spiritualità benedettina: Aa.Vv., San Benedetto agli uomini di oggi, Roma 1980; A. Quaglia, S. Benedetto e s. Francesco. Due regole a confronto, Padova 1990; G. Turbessi, Ascetismo e monachesimo in s. Benedetto, Roma 1965. 2. Per quella domenicana: P. Lippini, La Spiritualità domenicana nella legislazione e nella storia dell'Ordine, Bologna 1958; M. Vicaire, Storia di s. Domenico, Alba (CN) 1960. 3. Per quella francescana: M. Ciccarelli, I capisaldi della spiritualità francescana, Benevento 1955; T. Matura, Il progetto evangelico di s. Francesco d'Assisi oggi, Assisi (PG) 1979; A. Quaglia, S. Benedetto e s. Francesco... già citato. 4. Per quella carmelitana: E. Ancilli, Il Carmelo. Invito alla ricerca di Dio, Roma 1970; Gabriele di s. Maria Maddalena, La spiritualità carmelitana, Roma 1943; 5. Per quella ignaziana: J. de Guibert, La spiritualité de la Compagnie de Jésus, Toulouse 1938; K. Rahner, La mistica del servizio. Ignazio di Loyola e la genesi storica della sua spiritualità, Milano 1959.




Autore: A. Quaglia
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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