Quietismo


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I. Il fenomeno si pone abitualmente in relazione con la mistica, benché senza molta precisione nella maggioranza degli autori. Fino a tempi recenti, l'esposizione o presentazione del q. in trattati e dizionari si faceva come elencazione di movimenti e fenomeni spirituali dai primi tempi del cristianesimo fino al sec. XVIII, anche se il nome proprio di q. non appare fino alla fine del sec. XVII. Due motivi, complementari tra loro, giustificavano questo procedimento: in primo luogo, il fatto che negli interventi ufficiali sul q. si ripeta spesso che esso coincide con l'insegnamento degli " Alumbrados ", come questi coincidono con i " Catari ", ed altri illuminismi fino ad arrivare perlomeno al sec. XIII. La comparazione dei movimenti suddetti conferma l'esattezza dei riferimenti. Parlando in genere della spiritualità cristiana, il q. è una tendenza spirituale che si manifesta in espressioni simili o molto somiglianti lungo la storia; coincide sostanzialmente con quella che si sviluppò nella seconda metà del sec. XVII ed è passata alla storia come il " Quietismo ". Nessuna di queste espressioni affini prima aveva ricevuto tale nome. Pertanto, è ambiguo se con esso si indicano tutti questi antecedenti, conosciuti abitualmente con altri nomi propri.

Attualmente sembrano superati l'equivoco o l'ambiguità se si adotta come denominazione generica quella di " illuminismo mistico o spirituale ", precisando subito la peculiarità di ciascuno dei gruppi e movimenti con la denominazione propria. Q. è il più moderno di tutti.

II. L'origine. Così inteso e designato, si circoscrive nella seconda parte del sec. XVII e prima parte del sec. XVIII. La sua vicinanza cronologica al movimento degli " Alumbrados " in Spagna (secc. XVI-XVII), e la sua parentela con il medesimo e altri anteriori, ci obbligano a formulare l'interrogativo iniziale della sua origine. E risaputo che, in proposito, circolano due tesi fondamentali: quella che sostiene una dipendenza diretta, come di causa ed effetto, tra le diverse manifestazioni storiche dell'" illuminismo mistico ", e quella che preferisce richiamarsi ad una costante storica, secondo la quale in identiche circostanze si producono i medesimi fenomeni, senza necessità di influenza diretta e immediata. In alcune delle opinioni, rimane il fatto che il q. non è un movimento primario ed originale che apporta qualcosa di radicalmente nuovo; è semplicemente una riedizione di formule e proposte precedenti, con le modifiche proprie del tempo e dei luoghi nei quali fiorì.

Più che a qualcuno degli " illuminismi " anteriori, il q. appare legato abitualmente, nella storiografia e nella credenza generale, alla corruzione morale; come se si trattasse di un sistema o proposta spirituale che conduce inevitabilmente alla degradazione nell'ambito della morale sessuale. La verifica di alcuni casi concreti, nei processi chiamati quietisti, ha portato a stabilire una correlazione necessaria tra pratica e dottrina, come se questa non fosse altra cosa che semplice copertura o simulazione di condotte immorali. Un'opinione molto diffusa, anche tra gli studiosi, riduce il q. a epifenomeni marginali e lo svuota totalmente di contenuto. La tragica storia del q. fu molto più che la miseria morale di una certa quantità di figure di secondo piano e di categoria inferiore. Molti libri e molti maestri condannati come quietisti nulla hanno a che vedere con questo cliché o stereotipo. Nessuno dei nomi di rilievo offrì il fianco alla condanna della vita personale. Basta ricordare Malaval ( 1719), Falconi ( 1638), Petrucci ( 1701), Fenelón, ecc. o tanti autori che circolarono con generale plauso prima che si scatenasse la battaglia quietista. Il fenomeno della condotta peccaminosa coperta da apparenze di alta spiritualità è di tutti i tempi e di tutti i luoghi; non è un q. sollecitato da particolari insegnamenti mistici.

Nemmeno è possibile rintracciare l'autentica fisionomia del q. sulla base delle condanne (libri, autori), anche se aiutano nel compito. Le tesi o proposizioni, duramente qualificate, rare volte appaiono alla lettera nei cosiddetti scritti quietisti; rispondono meglio ad un contesto e ad un clima generale e hanno un carattere di sintesi nelle cui dottrine ed opinioni si è saputo formulare in forma estrema per servire da norma nei processi o per evitare pericoli di contagio. L'immagine definitiva del q. emerge principalmente dai testi originali e non dagli scritti " antiquietisti ", in generale composti sulla base delle condanne.

III. Natura del q. Autori e scritti " quietisti " rivelano, come primo dato, che essi si muovono in un clima e in un ambiente tipicamente mistico e concentrano la loro attenzione o preoccupazione nella spiritualità personale di raccoglimento o interiorità; la chiave di riferimento è nel binomio meditazionecontemplazione sotto molteplici forme ed espressioni. La più caratteristica è la contemplazione di " quiete " da dove deriva immediatamente il tipico " quietismo ". Ha il suo equivalente nella preghiera di fede, di silenzio interiore, degli affetti, dell'attenzione amorosa e altre affini. In consonanza con questo basilare punto di partenza, il q. si presenta come un metodo o cammino sicuro e veloce per raggiungere la perfezione. Consiste fondamentalmente in un processo di interiorizzazione nel quale lo sforzo personale della meditazione e dell'attività personale deve andare diminuendo praticamente fino a scomparire, essendo sostituito dalla contemplazione ogni volta più pacifica e spontanea della quiete.

L'attenzione dell'anima e del direttore spirituale devono porsi in modo da non disturbare l'azione divina, lasciando che Dio faccia la sua opera in maniera più efficace di qualunque impegno umano. L'atteggiamento di quiete, ricettività e passività è fondamentale. Lo sforzo umano deve concentrarsi sulla pratica delle virtù e sulla purificazione delle passioni per non ostacolare l'opera divina nell'anima. Ad un determinato livello è opportuno ridurre l'attività delle opere esteriori, delle pratiche devozionali e degli esercizi ascetici, per quanto meno vantaggiosi, inclusi gli ostacoli per l'attenzione intima all'unione contemplativa.

Quando si vuole raggiungere la perfetta quiete, e l'attenzione dello spirito è concentrata in Dio, è segno che si è arrivati al totale abbandono in Dio con assoluta indifferenza rispetto ai propri interessi e ai successi della vita. Importante, allora, è non perdere questa passività dinanzi all'azione di Dio. Sarebbe fatale per il progresso spirituale tornare alla meditazione e all'esercizio delle potenze, se non in casi del tutto singolari. L'anima riceve da Dio direttamente ciò che essa vuole raggiungere con altri mezzi e per altre strade.

L'unione contemplativa con Dio può prolungarsi in maniera indefinita, almeno virtualmente. Non suppone un'alienazione della persona né un'eliminazione delle sue necessità ed espressioni vitali. Può coesistere con impulsi e sensazioni naturali o corporali non controllabili dallo spirito. La responsabilità degli atti in tali circostanze è praticamente nulla, per quanto non dipendente dalla volontà. In questa stessa linea si collocano l'insidia e la violenza diabolica, alla quale, a volte, risulta quasi impossibile resistere. E una versione estrema dello " spirito è pronto, la carne è debole ".

Non tutti i maestri considerati quietisti mantennero il medesimo equilibrio e seppero armonizzare i loro insegnamenti con la totalità della dottrina evangelica. Per tutti, il punto centrale e decisivo è quello del valore pedagogico fondamentale della via del raccoglimento interiore con la sua dinamica e dialettica meditazione-contemplazione. E nelle applicazioni e nelle spiegazioni dove ciascuno procede per proprio conto. Vi furono direttori incompetenti, e in alcuni casi indiscreti, che spinsero nella pratica le conclusioni alle quali si prestavano gli insegnamenti unilaterali dei grandi maestri. Presentavano il fianco facilmente all'esagerazione o a deformazione con insistenza nell'" attenzione interiore " senza preoccuparsi delle opere e devozioni esterne. Insistevano, poi, sulla passività nella contemplazione unitiva con lo sdoppiamento del senso e dello spirito e la conseguente indifferenza dinanzi agli assalti della carne e alle tentazioni diaboliche. Furono precisamente la banale interpretazione di alcuni e la cattiva applicazione, da parte di altri, di queste dottrine a condurre ai casi registrati di corruzione morale. Casi isolati non possono convertirsi in categoria universale. Servirono, in quel tempo, per scatenare la tragica crisi del q.

Quest'ultimo trovò terreno fertile nel clima religioso spirituale che si vuole designare come " prequietismo " ed esplose con la pubblicazione nel 1675 della Guía espiritual di M. Molinos. La condanna di questo autore e del suo amico, il card. P.M. Petrucci, nel 1687 indica il momento più drammatico di una lotta senza quartiere tra i " contemplativisti " (quietisti) e gli " orazionisti " o " meditazionisti ", specialmente gesuiti. Proseguì durante due decenni la caccia agli autori e agli scritti quietisti. Fu una vera ecatombe di libri spirituali, molti dei quali di uso comune per molto tempo.

Nell'ultimo decennio del sec. XVII si assistette, con turbamento, alle polemiche suscitate dalla spiritualità di M.me Guyon, i cui maggiori protagonisti furono Bossuet e Fénelon. E l'episodio conosciuto come il " semiquietismo francese ", concentrato sui problemi della contemplazione e dell'amore puro. Scomparsi dalla scena i maestri considerati i responsabili del q., un'abbondante letteratura poco originale si dedicò a combatterne gli errori o " eresie " lungo il sec. XVIII. Vincolato il q. alla mistica, o a fenomeni straordinari, questa rimase interdetta per molto tempo, più di un secolo.

Tranne casi isolati, il q. non giunse a sistema o credo dottrinale, né ad ampio movimento spirituale; fu fenomeno di gruppi ridotti; non superò i limiti di una tendenza o di un metodo. Andando alla radice del processo storico, si trattò di controbattere le due tendenze che dominavano il panorama della spiritualità cattolica nella metà del sec. XVI: la ignaziana e la teresiana. A questa conclusione è arrivata la storiografia più recente.

I contatti più diretti del q. con la mistica si devono individuare nella tendenza a favorire la fenomenologia straordinaria (visioni, estasi, ecc.), poco presenti negli scritti dei grandi protagonisti (anche se tra i detrattori malintenzionati), se non in altri punti più specifici come la concentrazione, quasi escludente, nella contemplazione e nei suoi effetti, cioè: conoscenza di Dio ogni volta più diretta, però meno distinta; amore di Dio, sempre più libero dal proprio sentimento; contatto con Dio ogni volta più profondo, però con atti meno percepibili; minore coscienza della propria vita virtuosa e maggiore indifferenza davanti alla ricompensa da parte di Dio.

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Autore: E. Pacho
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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