Purificazione


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I. La nozione. Tra le applicazioni del vocabolo " p. " si ricorda quella riferita alla p. di Maria in occasione della presentazione di Gesù al tempio (cf Lc 2,22) e quella delle abluzioni di persone e di vasi sacri nel contesto liturgico. Il vocabolo p. richiama la situazione di impurità dalla quale bisogna liberarsi.

Il significato teologico-spirituale della p. è quanto insegna s. Tommaso d'Aquino: " L'uomo ha il compito principale di allontanarsi dal peccato e di resistere alle sue concupiscenze, che muovono in senso contrario alla carità ".1

La teologia spirituale, oltre al significato dell'espressione p. morale, p. della coscienza, p. del cuore, p. dell'intenzione, conosce in particolare: p. dei sensi, p. degli affetti, p. dello spirito.

Il fine ideale di queste espressioni è quello di portare l'uomo all'unione con Dio: " Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio " (Mt 5,8). A sua volta, l'unione con Dio, presuppone un cammino di p.: p. attiva e p. passiva.

S. Tommaso d'Aquino insegna che " ci sono (...) due tipi di purezza. La prima prepara e predispone alla visione di Dio e consiste nella p. della volontà dagli affetti disordinati. (...) La seconda, invece, è quasi attuazione e coronamento della visione di Dio: e questa è la purezza dello spirito purificato dai fantasmi e dagli errori, pronto ad accogliere le verità divine non come i fantasmi delle cose corporee ".2

L'ambito entro cui la p. può essere considerata in chiave teologico-spirituale è il contesto dell'itinerario spirituale. Per verificarne presenza, importanza, modalità e finalità, si dovrebbe analizzare ogni singola proposta di itinerario. Nella classica concezione del cammino contemplativo, la p. costituisce la prima tappa seguita da quella illuminativa e di unione. La p. spirituale dice l'impegno di p. che l'uomo si assume ed accetta per poter amare Dio con tutto il cuore.

Siccome la p. è richiesta dalla logica della vocazione alla santità, essa non deve mai essere separata dal cammino di contemplazione. P. e contemplazione sono due costanti del cammino della trasformazione dell'anima in Dio.

Nonostante le critiche espresse sul conto del più diffuso schema di itinerario spirituale con le sue articolazioni: p., illuminazione, unione o incipienti, proficienti, perfetti e nonostante le attuali proposte di itinerario spirituale, la p. rimane un'esigenza assoluta di ordine ascetico-spirituale di ogni proposta di itinerario spirituale cristiano.

Nei numerosi testi di letteratura spirituale si possono trovare delle indicazioni pratiche riguardanti l'impegno cristiano della p. Vi si legge che nell'attuazione concreta della p., l'uomo è sostenuto dalla grazia del sacramento della riconciliazione e dell'Eucaristia, dal dialogo con Dio che egli vive attraverso la preghiera, l'ascolto e la meditazione della Parola di Dio e dalla forza interiore che gli viene dall'esercizio costante nelle virtù. In questo modo, egli vive effettivamente la dinamica spirituale della morte-risurrezione accettata con il battesimo.

E più importante invece sapere, dal punto di vista teologico-spirituale, ciò che la p. produce nell'uomo che intraprende il cammino spirituale. Il fine specifico della p. è la sottomissione alla volontà di Dio, il progresso nella perfezione, l'acquisto della libertà spirituale, il poter incontrare Dio nella sua immediatezza. Presso alcuni autori spirituali, particolarmente presso s. Giovanni della Croce, si vede che il fine della p. è anche il progresso nella preghiera contemplativa in quanto via all'unione con Dio.

Lo sforzo umano non può giungere a realizzare completamente questa p. che supera le nostre normali possibilità. E necessaria l'azione di Dio, perciò l'itinerario della p. in quanto cammino di unione con Dio risulta, come abbiamo già detto, composto di due aspetti: attivo e passivo. Il primo consiste nel fatto che nella nostra volontà non c'è più alcuna tendenza volontaria contro la volontà di Dio e il secondo che la nostra volontà riceve il suo impulso ad agire dalla volontà di Dio. Di consequenza, l'itinerario di unione con Dio richiede un doppio lavoro: l'uno, attivo, con cui l'uomo, distaccandosi da ogni cosa, concentra tutto il suo amore in Dio; l'altro, passivo, eseguito da Dio ma accettato dall'uomo con umiltà, pazienza e amore. Con questo intervento Dio suscita l'amore dell'anima e nell'anima, la quale a sua volta lo indirizza e lo concentra su Dio.

II. Nella mistica. A titolo di esempio, richiamiamo qui di seguito l'insegnamento riguardante la p. secondo s. Giovanni della Croce e s. Francesco di Sales.

Per s. Giovanni della Croce, l'uomo, se vuole incontrare Dio, deve rinunciare a se stesso e al mondo attraverso una radicale p. delle sue potenze sensibili e spirituali descritta nei tre libri della Salita del Monte Carmelo. Per raggiungere Dio nella sua immediatezza e trascendente luminosità, va superato il mondo sensibile, ma anche quello concettuale, perché l'uno e l'altro formano delle barriere. C'è di più. Non basta rinunciare a tutto il mondo materiale e sensibile che vive intorno a noi e dentro di noi: occorre saper staccare il cuore anche da quelle realtà che sono un veicolo a Dio, ma non Dio stesso. Anche le cose spirituali devono essere abbandonate. L'unico criterio che valuta l'autenticità della p., quindi del progresso nella perfezione, è la volontà di Dio.

Come tutti i maestri di vita spirituale, Giovanni della Croce insegna che l'unione con Dio " consiste precisamente nel tenere l'anima secondo la volontà del tutto trasformata in quella di Dio, in modo che non vi sia in essa alcuna cosa contraria alla volontà divina, bensì i suoi moti siano in tutto e per tutto solamente volontà di Dio ".3 Sicché non ci saranno più due volontà che decidono e vivono, ma una sola. " Nello stato di unione, due volontà diventano una sola, la quale è volontà di Dio e anche volontà dell'anima ".4

Giovanni della Croce contribuì a chiarire i due aspetti della p. dell'anima: p. attiva e p. passiva. Nella Salita del Monte Carmelo, espose l'aspetto attivo della p. e nella Notte oscura, l'aspetto passivo della p. La p. attiva è quella sottomissione, libera e cosciente, alla volontà di Dio che arriva a far superare ogni tendenza volontaria opposta alla volontà di Dio. La p. passiva consiste nel fatto che la volontà umana riceve il suo impulso ad agire unicamente dalla volontà di Dio.

L'idea della p. attiva è resa bene dall'articolazione della Salita del Monte Carmelo. Quest'opera è suddivisa in tre libri: il primo parla della p. dei sensi, il secondo della p. dello spirito e il terzo della p. delle potenze dell'anima. L'impegno dell'uomo in questo cammino poggia sulle virtù teologali di fede, speranza, carità.

La Notte oscura che parla della p. passiva si articola in due parti: la notte dei sensi e la notte dello spirito. La p. dello spirito avviene anzitutto attraverso l'esercizio delle virtù teologali e attraverso una sempre più abbondante infusione delle stesse virtù teologali. Nel loro dinamismo, le virtù teologali mentre uniscono a Dio, diventano altrettanti mezzi di trasfigurante p. La fede purifica l'intelletto, la speranza la memoria e l'amore la volontà.5 Dio lascia l'intelletto nelle tenebre, la volontà nell'aridità, la memoria senza ricordi e gli affetti immersi in un angoscioso dolore.

La motivazione a favore della p. attiva e di quella passiva mette in chiaro il fatto che lo sforzo umano non può giungere a realizzare completamente questa p. che supera le nostre normali possibilità. E necessaria l'azione di Dio. Questa si realizza attraverso l'esperienza della notte che ha i suoi due tempi: la notte del senso e la notte dello spirito. Cioè, tenendo conto della natura umana, composta di spirito e di sensibilità che possono attaccarsi alle creature, Giovanni della Croce prospetta un cammino di p. da percorrere per liberare sia la sensibilità dalle creature, sia lo spirito, per orientare quest'ultimo verso l'unione con Dio.

Secondo lui, la p. dei sensi e dello spirito costituisce due tappe dell'itinerario dell'unione con Dio, con aspetto attivo e passivo ciascuna. Nella Salita del Monte Carmelo e nella Notte oscura, non fa altro che accompagnare le persone durante il processo della p. perché superino la duplice barriera dei sensi e dello spirito e giungano così all'unione e all'esperienza di Dio. Le notti mistiche, profondamente purificatrici sono, secondo Giovanni della Croce, un elemento essenziale del cammino che conduce all'unione con Dio.

" La p. del senso, rispetto a quella dello spirito, è soltanto la porta (...) e serve più ad accomodare il senso allo spirito ".6 Dio " stacca l'anima dalla vita dei sensi per elevarla alla vita dello spirito ".7 Il motivo di tale passaggio è che la nostra vita interiore deve diventare spirituale,8 cioè presentare Dio nella sua immediatatezza senza opacità e senza mediazione delle cose.

In conclusione, diciamo che l'unione con Dio di cui parla in modo molto articolato Giovanni della Croce, è l'unione dell'uomo con Dio in Cristo per mezzo della fede, speranza, carità.

S. Francesco di Sales si occupa della p. nella parte I dell'Introduzione alla vita devota.9 Egli parla di una molteplice p.: dai peccati mortali, dall'affetto al peccato, dall'affetto al peccato veniale, dall'affetto alle cose inutili o pericolose e dalle cattive inclinazioni. La motivazione teologico-spirituale che egli adduce sulla necessità della p. è che " l'anima che aspira all'onore di essere sposa del Figlio di Dio deve spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi dell'uomo nuovo lasciando il peccato. Deve, inoltre, radere e tagliar via qualsiasi impedimento che possa distoglierla dall'amor di Dio ".10

E interessante notare che anche in Francesco di Sales il cammino di p. è unito al cammino di contemplazione. Parlando della necessità della p. egli affermava che finché siamo in questa vita avremo sempre bisogno di purificarci e di rinunciare a noi stessi e che questa vita ci è data solo a tal fine. " Il nostro amor proprio getta sempre qualche nuovo virgulto di imperfezione che va potato. Esso si serve dei nostri sensi ed è così astuto che appena gli togliamo il potere di compiere le sue malefatte in quello della vista, si impadronisce di quello dell'udito, e così degli altri ".11

Cosciente delle difficoltà durante il cammino di purificazione, Francesco di Sales insegna che la p. dev'essere praticata con l'aiuto della pazienza e del coraggio. La prima virtù, " ci permette di vedere crescere le erbe cattive nel nostro giardino e l'altra ci mobilita a sradicarle di persona, poiché il nostro amor proprio non morirà mai finché noi viviamo ed è lui che fa crescere quelle erbacce che non ci vorrebbero ".12

Note: 1 STh II-II, q. 24, a. 9; 2 STh II-II, q. 8, a. 7; 3 Salita del Monte Carmelo I, 11,2; 4 Ibid. I, 11,3; 5 Ibid. II, 6; 6 Notte oscura II, 2,1; 7 Ibid. I, 8,3; 8 Cf Salita..., o.c. II, 12; 9 La Filotea; 10 Ibid., c. V; 11 Opere IX, 15-16; 12 Ibid. VI, 154.

Bibl. A. George, Heureux les coeurs purs! Ils verront Dieu! (Mt 5,8), in Bible et vie chrétienne, 13 (1956), 74-79; A. Huerga, Il lungo cammino nella "notte". Le purificazioni mistiche, in La Mistica II, 219-251; S. Légarse - M. Dupuy, Pureté. Purification, in DSAM XII2, 2627-2652; I. Luzárraga, La pureza de intención desdela aspiritualidad biblica, in Manresa, 57 (1985), 35-53; B. Prete, Il senso dell'espressione hoi katharoi lê kardia (Mt 5,8), in RivBib 18 (1970), 253-58; I. Rodríguez, s.v., in DES III, 2094-2102.




Autore: J. Stru
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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