Peccato


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I. La nozione di p. come atto iniquo, colpevole, è un dato comune alla coscienza umana, per quanto possa essere erronea o incallita. Tuttavia, per avere un concetto ampio e approfondito del p. bisogna ricorrere alla rivelazione giudaico-cristiana.

Del p. si parla praticamente in tutta la Bibbia. Questa non ce ne dà una definizione, ma ne denuncia la presenza tenace nella storia umana, ne mette in rilievo la malizia, gli attribuisce conseguenze devastanti nell'esistenza dell'uomo.

II. Nella Sacra Scrittura. Per comprendere gli elementi essenziali della dottrina biblica del p., bisogna tenerne presente il contesto teologico e antropologico. Dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza e gli affida il dominio della terra (cf Gn l,27-28), perché liberamente, in dialogo con il suo Creatore, costruisca nell'amore la sua vita. L'uomo, a sua volta, deve dare prova di fedeltà a Dio, fidandosi di lui, compiendo la sua volontà. Gli viene proposta in pratica la via del bene, fonte di felicità, e viene ammonito a non seguire la via del male (cf Gn 2,16-17; Dt 6,l-l9) a non peccare contro Dio (cf Gn 39,9; Es 32,33). Il p. si configura così come disobbedienza a Dio, rifiuto di fedeltà al patto d'amore (= alleanza), quindi adulterio e prostituzione della sposa contro lo sposo (JHWH) (cf Ger 3-13; Ez 16).

La ribellione si concretizza nel fare ciò che è male agli occhi di Dio, nel compiere ogni specie di iniquità, di empietà, di violenza, mali di cui è piena la terra (cf Gn 6,11) ma di cui è largamente colpevole anche Israele, come si vede, con sconcertante monotonia, in tutta la sua storia (cf Rm 3,9-19).

Il p. pone l'uomo in uno stato di tenebra, di menzogna, di sudditanza a Satana (cf Gv 3,l9; 8,44), di durezza di cuore (cf Mc 6,25;8,17), di schiavitù alla concupiscenza da cui si scatena la forza del p., di perdizione, di morte (cf Rm 6-7).

Se la Scrittura drammatizza senza attenuanti il p. e le sue conseguenze, non lo fa per avvilire la coscienza dell'uomo, quanto piuttosto per rivelare la misericordia di Dio che, alla ribellione dei suoi figli, risponde con la pietà, il perdono, la riconciliazione. Mandando il proprio Figlio nella nostra carne, il Padre ci manifesta il " grande amore con il quale ci ha amati " (Ef 2,4). Cristo si rende solidale con i peccatori e ripara la loro disobbedienza con il dono di sé al Padre e ai fratelli nell'obbedienza fino alla morte di croce: " Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti... Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia " (Rm 5,19-20).

Uniti al mistero di morte e risurrezione di Cristo mediante il battesimo, i cristiani devono considerarsi " morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù " (Rm 6,11). Essi ricevono il dono dello Spirito che distrugge il p. e dà inizio alla nuova creazione (cf Gv 20,21-23). Illuminato e confortato della grazia, il cristiano dovrà ratificare e portare a compimento il processo di morte al p. e di vita nuova nello Spirito, due aspetti inscindibili di un'unica realtà che è quella di un cammino di conversione, di purificazione, di liberazione dai residui della colpa e di conformità a Cristo, di unione con Dio, di trasformazione in lui.

III. L'esperienza mistica si colloca al vertice di questo cammino. Essa presuppone un processo avanzato di purificazione, ma include pure, come elemento essenziale, una liberazione dalle ferite più nascoste del p. perché l'anima possa ardere di pura carità e così realizzare l'unione trasformante con Dio. Il mistico, quindi, per quanto è possibile in questa vita, " purifica se stesso come egli (Dio) è puro " (1 Gv 3,3) prima di raggiungere l'assimilazione più alta nella Gerusalemme celeste dove " non entrerà nulla d'impuro " (Ap 21,27).

Il primo passo nella via della liberazione è la conoscenza dei propri peccati, è il pentimento che purifica il cuore: " La sposa di Cristo che desidera raggiungere le vette della perfezione di vita deve, prima di tutto, iniziare da se stessa. Così, dimenticando tutte le cose esteriori, entri nel segreto della sua coscienza e lì, con diligente attenzione, esamini e consideri tutti i suoi difetti, tutte le sue abitudini, tutti gli affetti, tutte le azioni, tutti i peccati sia passati che presenti. E se trova in sé qualcosa di poco retto, subito pianga nell'amarezza del suo cuore ".1

Secondo l'unanime testimonianza dei mistici, più si è investiti dalla luce divina, più diventano evidenti i peccati anche minimi. E noto il paragone di Teresa d'Avila: " Qui, essendo il sole molto fulgido, uno vede non solo le ragnatele della propria anima e le grandi mancanze, ma scorge qualsiasi pulviscolo che vi possa essere, per piccolo che sia. Per quanto un'anima lavori a perfezionarsi, se è veramente investita da questo sole divino, si scorge subito molto torbida. E come l'acqua contenuta in un recipiente: se il sole non la investe, sembra molto limpida, ma se è investita dal sole si vede tutta piena di corpuscoli ".2

Dalla conoscenza dei peccati, resa tanto evidente dalla luce della contemplazione, nascono il dolore vivissimo e la compunzione, spesso accompagnati da lacrime che sgorgano spontanee anche in anime molto pure come Teresa di Lisieux. Sono lacrime che purificano il cuore e gli restituiscono la salutare letizia dell'innocenza. La coscienza sperimentale della propria miseria è pure causa di quell'umiltà che solo una simile evidenza rende sincera e invulnerabile.

Insieme alla conoscenza e al dolore dei peccati il Signore fa sentire all'anima l'esigenza inflessibile di liberarsi da ogni colpa e attaccamento: " Non è possibile immaginare l'importanza della purezza di cuore richiesta in tutte le operazioni interiori ed esteriori perché lo Spirito di Dio è un censore inesorabile ".3

Non basta evitare i peccati volontari: la grazia tende a trasformare in profondità il cuore da cui " escono le intenzioni cattive " (Mc 7,21), quindi a eliminare anche l'inclinazione (abito) al male. Solo così si realizza la piena sintonia con la volontà buona di Dio e cade ogni ostacolo all'unione con lui. In riferimento alla necessità che ha l'anima di liberarsi di tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio per trasformarsi in lui per amore, Giovanni della Croce scrive: " Bisogna intendere non soltanto ciò che ripugna secondo l'atto, ma anche secondo l'abito, così che dev'essere immune dagli atti volontari e annientare pure gli abiti di qualsiasi imperfezione... deposto tutto quello che è dissimile e contrario a Dio, riceverà la somiglianza di Dio; non lasciando in sé cosa alcuna che non sia volontà di Dio, si trasformerà in Dio ".4

L'esperienza dei mistici illumina, forse nella maniera più profonda, il mistero del p. e della grazia redentrice. Del p. intanto, perché ci mostra quanto esso sia radicato nelle fibre più nascoste del cuore e come sia difficile prenderne coscienza senza la luce dello Spirito. Inoltre, la stessa natura del p. si rivela in questa esperienza come atto e disposizione opposta alla carità, quindi come impedimento alla comunione con Dio che è carità. I mistici, insomma, insegnano quale dovrebbe essere la vera coscienza del p.

E poi il mistero della grazia redentrice che nella vita dei mistici manifesta fino a che punto possa trasformare il cuore dell'uomo. Si compie in essi ciò che diceva s. Agostino: " E grazia di Dio che sia resa noto ciò che era nascosto e sia reso soave ciò che non dilettava ".5

E dalle vette che si misurano le profondità degli abissi e si scorgono i sentieri che conducono in alto.

Note: 1 S. Bonaventura, De perfectione vitae, 1,1; 2 Teresa d'Avila, Vita, 20,28; 3 Maria dell'Incarnazione, Autobiografia, 10; 4 Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo II, 5,4; 5 S. Agostino, De peccat. mer. et remiss. 2, 17, 26.

Bibl. Aa.Vv., Peccato e santità, Roma 1979; O. Bernasconi, s.v., in NDS, 1183-1205; R. Blomme, L'uomo peccatore, Bologna 1971; I. De La Potterie - S. Lyonnet, La vita secondo lo Spirito condizione del cristiano, Roma 1971; D. Lafranconi, s.v., in NDTM, 895-914; L. Leonardi, Peccato negazione d'amore, Bari 1973; S. Lyonnet - P. Gervais, s.v., in DSAM XII1, 790-853; G. Piana, s.v., in DTI II, 660-674; C. Sagne, Il peccato: alienazione o invito alla conversione, Bari 1976; B. Zomparelli, s.v., in DES III, 1896-1906.



Autore: U. Occhialini
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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