Patire


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I. Descrizione del fenomeno. Da sempre i discepoli di Cristo hanno cercato di seguire il loro Maestro portando la croce. Nei primi secoli cristiani fervorosi ambivano imitare il martire del Golgota aspirando al martirio cruento. Cessate le persecuzioni, s'incominciò a cercare la morte incruenta col separarsi dal mondo andando nel deserto o con ogni tipo di mortificazioni e rinunce. Poi si passò, seguendo le parole di s. Paolo, alla crocifissione della carne (cf Gal 5,24), qualificata come nemica dello spirito (cf Gal 5,17), cioè a combattere le tendenze dei sensi, fino ad essere morti alle opere della carne e sepolti con Cristo (cf Col 3,3; Rm 8,4).

Di qui nacquero, nel tardo Medioevo e dopo, tante pratiche penitenziali, escogitate per trovare nuovi modi per castigare la carne con digiuni, astinenze e flagelli fino all'inverosimile. S. Caterina da Siena fu, in questo, un modello per molte altre donne sante dei secoli successivi che, in un'eroica gara di sofferenze volontarie, desiderate e sopportate, agivano per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo.1

II. L'esperienza del p. All'imitazione del Crocifisso si aggiunse la volontà di cooperare all'opera redentrice del Salvatore e al compimento del piano divino di salvezza. Cercare dunque insistentemente i patimenti, invece di fuggirli, fino a dare il proprio sangue per il Cristo, in un martirio incruento. Di qui venne l'idea del " puro p. ". Il patimento volontario si può dire puro: a. anzitutto se è libero da ogni condizionamento di intenzioni personali, fosse pure il desiderio della propria salvezza; b. il puro p. è essenzialmente mosso dal puro amore di Dio e della sua gloria; c. è offerta d'ogni pena nella quale non ci sia il proprio gusto né attesa di premio o consolazione, anzi specialmente le pene contrarie al proprio sentimento; d. unico scopo è compiacere il Signore, immedesimarsi in lui e nei suoi voleri, rinunziando a tutto ciò che si differenzia da essi perché non c'è niente di più perfetto di ciò che Dio vuole.

Questa dottrina è chiaramente praticata da molti santi o anime perfette; è adombrata dagli scrittori ascetici quando trattano della volontà di Dio significata. Più espressamente si trova in vari autori, come s. Giovanni della Croce nel Cantico spirituale,2 ma specialmente nei mistici pratici. S. Caterina da Siena, parlando del grado unitivo (terzo scalone), accenna a qualcosa di più, come un quarto stato di perfezione: " Ma è un frutto che esce da questo terzo stato d'una perfetta unione che l'anima fa in me (parla l'eterno Padre), dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che, non che porti con pazienza, ma esso desideri con ansietato desiderio di potere sostenere pene per gloria e lode del nome mio. Questi si gloria negli obbrobri de l'unigenito mio Figliolo... Così questi cotali, come innamorati dell'amore mio e affamati del cibo dell'anima, corrono alla mensa della santissima croce volendo con pena e col molto sostenere fare utilità at prossimo e conservare e acquistare le virtù ".3

Ma la vera profetessa ed esperta del puro p. è s. Veronica Giuliani. Ella ne parla espressamente innumerevoli volte, osservandone per esperienza tutti gli aspetti. Ella, come s. Francesco Saverio ( 1552) invoca spesso " più pene, più pene " e come s. Francesco d'Assisi trova diletto in ogni pena, intestando le sue lettere con il distico: " Le croci e i patimenti sono gioie e son contenti ". La sua drammatica descrizione di un castello interiore 4 non è altro che il " castello del puro p. ", murato di pietre scolpite di croci e dominato da una sola e pura croce. Altrove spiega il concetto del p. in termini precisi: " In un subito si sente l'anima totalmente spogliata di tutto, tanto in ordine allo spirito come anche al temporale. Iddio le fa capire il suo annientamento e la sua impotenza... Essa non s'avvede se è in cielo o in terra. Si vede del tutto priva, e non ha pure un sussidio di potersi sollevare e le pare di esser priva di tutto... Io questo lo chiamo puro patire, perché qui non vi hanno che fare le potenze [dell'anima], le quali non si possono adoperare in niente; qui non vi sono sentimenti, perché tutto pare sia fuor di noi; qui non vi han che fare i sensi, perché essi si vedono di già come morti. Non è opera da loro né tampoco da nessun altra creatura. Solo è un semplice lume dell'anima sola sola, e però si può chiamare puro p. ".5

Note: 1 S. Caterina da Siena, Il Dialogo, a cura di G. Cavallini, Roma 1968, c. 5 e 78; 2 S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale, 37, 11; 3 S. Caterina da Siena, Il Dialogo, o.c., c. 78; 4 Veronica Giuliani, Diario, I, 278ss.; 5 Ibid., V, 214.

Bibl. D. Lucchetti, Ascesa spirituale e misticismo in s. Veronica Giuliani, Città di Castello (PG) 1983; C. Noce, Il martirio: testimonianza e spiritualità nei primi secoli, Roma 1987; S. Caterina da Siena, Il Dialogo, a cura di G. Cavallini, Roma 1968; A. Solignac, Pati divina, in DSAM XII, 357-360; S. Veronica Giuliani, Esperienza e dottrina mistica, a cura di L. Iriarte, Roma 1981.



Autore: G. D'Urso
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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