Passioni


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I. Terminologia e contenuto. Il concetto di passione è sempre stato presente nel pensiero filosofico e teologico e da esso ha ricevuto determinazioni contenutistiche, classificazioni e valutazioni morali diversificate, fondate su differenti opzioni antropologiche soggiacenti. Ne è derivata una configurazione polivalente e talora ambigua che si richiama o alla passività recettiva o a ciò che propriamente irrobustisce il processo operativo o a ciò che offusca l'autentico porsi razionale dell'uomo.

Una concezione antropologica dualista, quale quella iniziata nel pensiero platonico e continuata nei suoi svariati epigoni, incontra nello stoicismo il suo porsi più significativo che ha influenzato grandemente il pensiero teologico e spirituale cristiano sia orientale che occidentale. Le p. impediscono come " malattie dell'anima " l'incontro con la ragione personale e con la natura cosmica e, valutate moralmente come cattive, sono identificate come vizi - tendenza per altro prevalente negli scritti biblici, dove il termine passione non è semplicemente descrittivo ma implica già una precisa connotazione negativa -, venendo meno a quel giudizio neutrale su di esse, che invece aveva caratterizzato la riflessione di Aristotele ( 322 a.C.) prima, e di Lattanzio ( 350 ca.) e di Tommaso d'Aquino poi.

II. Nel cammino ascetico il dominio di se stessi prevedeva la prima tappa della lotta alle p., che mirava all'apatia, al non sentire, e che aveva lo scopo di condurre il carnale e lo psichico dell'uomo sotto il dominio dello spirituale ed evitare quella deregolazione inevitabile in una vita che accoglie la presenza del passionale.

Quest'ordine di idee viene ripreso ed accentuato nella visione protestante riguardo alle conseguenze sulla natura - con tutto quello che il termine riassume in sé - della condizione lapsaria generata dalla colpa originale che inficia radicalmente la bontà della creazione relegandola ad una costitutiva incapacità operativa rispetto al conseguimento del bene morale e spirituale.

In epoca moderna, possiamo ritrovare nel medesimo solco, per un certo verso, lo stesso Cartesio ( 1650) con un accostamento meccanicistico e fisicista basato sulla netta separazione tra " res cogitans " e la " res extensa " e più ancora E. Kant ( 1804), nel cui approccio l'imperativo categorico deve trovare precisa esecuzione in quella purezza apatica che ne assicura l'autenticità motivazionale ed operativa.

III. La nascita della psicologia sperimentale ha visto la continuazione di questo modello d'approccio: per S. Freud le pulsioni sono cieche e talmente irrazionali ed amorali da essere distruttive per la persona e la società. Lo stesso indirizzo viene assunto anche dal sociologo E. Durkheim nel definire la connotazione prevalentemente egoistica di ogni inclinazione naturale. In altri ambiti di ricerca psicologica si afferma invece un certo cognitivismo, una sorta di intellettualismo etico che riduce la capacità morale della persona alla semplice conoscenza razionale del bene e del male, semplificando pesantemente anche sul versante emotivo e passionale.

Per contro si registra un approccio unitario a livello antropologico che interpretando l'essere umano secondo il principio di unitotalità, permette una migliore valorizzazione di tutte le risorse dell'uomo in ordine alla sua completa e reale autorealizzazione. In esso si afferma pure la neutralità morale delle p. in quanto tali, neutralità che viene determinata dalla finalità a cui esse sono indirizzate ricevendo così la loro successiva qualifica positiva o negativa, come virtù o vizio. E l'approccio già presente in Aristotele e ripreso da Tommaso d'Aquino, divenendo tipico della genuina riflessione teologico-morale cattolica, aliena sia dal pessimismo di indole protestante che da prospettive antropologiche dualiste.

IV. La p. nella vita spirituale. Si pone allora il problema di disporre la forza delle p. a servizio del progetto personale, progetto che l'uomo stesso è chiamato a leggere razionalmente e a decidere liberamente a partire dal senso della propria umanità. E propriamente qui il luogo umano e cristiano del discernimento e della selezione della ragione pratica illuminata dalla fede, fede che ultimamente svela l'uomo a se stesso nella misura in cui lo inserisce nel mistero di Dio in Cristo. Il discernimento morale svincola dalla fissazione sul particolare tipica della " vis appetitiva " per una considerazione più ampia e più profonda e configura questa risorsa dell'uomo come atteggiamenti permanenti virtuosi, di cui la rivelazione cristiana indica la portata ultima e globale incidendo nel livello motivazionale con le virtù teologali di fede, speranza e carità, anima della vita morale e spirituale dell'uomo cristiano. L'obiettivo a lungo termine punta alla configurazione del carattere morale della persona e a livello cristiano a saper vivere l'esperienza morale come esperienza della " legge nuova " dello Spirito Santo, la cui accoglienza matura nelle svariate forme di santità, da quella mistica a quella apostolica, proprie di chi, ormai adulto nella fede, vive nella propria originalità storica e biografica l'attualità dello Spirito del Risorto.

In tutto ciò si possono anche individuare significative convergenze e riscontri con la modalità storica con cui l'uomo è, cioè con l'intrinseca processualità e progressività del proprio essere chiamato ad una felice realizzazione. Anche per le sue inclinazioni e p. l'uomo è storico e dinamico, inclinazioni che debbono essere certamente interpretate e correlate col senso, ma che già nel loro porsi e nel loro esistere lasciano intravedere un orientamento finalizzato ed un percorso operativo. La moderna psicologia ha descritto la passione come polarizzazione emotiva che predomina sulla vita psichica con una certa tensione e con una certa durata che ha un'azione direttiva sulla condotta e sul pensiero. S. Freud individua nella spiccata plasmabilità una delle caratteristiche delle pulsioni, che possono essere sottratte alla loro pericolosa regressività incanalandole produttivamente, tramite la sublimazione, al servizio della persona e della civiltà, anche se il tutto prende le mosse da un determinismo indubbiamente problematico da un punto di vista morale e spirituale.

Sembra che così possa ricevere iniziale risposta una ricorrente e talora giustificata lamentela rivolta da diversi fronti - anche intraecclesiali - circa l'accentuata razionalizzazione dell'esperienza morale e spirituale cristiana a detrimento o in opposizione dell'articolato mondo emotivo ed affettivo. Per altro verso, il rischio che si corre qui è quello dello spontaneismo, cioè il vivere la semplice espansione emotiva di sé senza ulteriore considerazione, affidandosi al libero corso dei processi pulsionali miranti alla ricerca e alla soddisfazione momentanea del piacere. A ciò tende chiaramente l'edonismo e in certa misura anche l'utilitarismo seppur in maniera più razionale e raffinata.

Evidentemente matura qui una questione educativa e il dovere morale per una cura della propria identità personale sia umana che cristiana, proprio perché ciò che più propriamente l'uomo è, consiste nel suo libero decidersi. In questa prospettiva ricordiamo la legge della gradualità, riproposta dalla Familiaris consortio (n. 34), che con saggezza riconosce le tappe dello sviluppo e della crescita e su di esse, se non determina l'oggettivo morale, tuttavia calibra il concreto possibile del soggetto, perché non sia indebolito da un perfezionismo tanto rigido quanto impraticabile e dall'altra non sia avviluppato da uno spontaneismo talmente ingenuo da impedire ogni progresso anche quello realmente fattibile. L'educazione è un'educazione globale della persona, procede coinvolgendo perciò contestualmente ogni sua risorsa e dimensione, evita ogni forma di intellettualismo, che farebbe consistere la qualità della vita morale semplicemente nelle acquisizioni cognitive della verità morale, come pure ogni forma di volontarismo, che ritiene perseguibile il bene morale solo con un rilevante investimento della volontà, troppo legato al premorale del risultato e poco trasparente al valore morale dell'atteggiamento che modifica la persona. Ed infine, come ogni itinerario, anche quello educativo conosce momenti involutivi, da cui forse per una superficiale ponderazione della vita morale e spirituale è difficile talora riprendersi. La certezza che l'impegno morale espresso non vada mai perduto e una criteriologia valutativa più profonda e affinata permettono di riformulare il cammino della vita cristiana secondo le possibilità del concreto e del situato, dove il Dio di Gesù Cristo chiama personalmente ogni uomo. La secolare esperienza di vita cristiana, raccolta nella saggezza della Chiesa, ha visto e continua a vedere nell'educazione delle passioni un campo delicato del proprio itinerario, valorizzando in modo precipuo la volontà come prassi ascetica. L'ascesi punta a raccogliere ogni risorsa dell'uomo e ad investirla e a finalizzarla allo scopo da lui accolto e scelto, rendendo realmente la persona " padrona " di se stessa, perché, in tutte le sue svariate dimensioni e livelli, effettivamente diventa - e perciò è - ciò che essa stessa ha scelto di essere: si determina così l'autenticazione della persona. Questo cammino, che non è lineare e incontra talora la notte dei sensi e dello spirito, si configura come un rapporto personale di amicizia con Dio, sorretto e coltivato nella preghiera di meditazione, di contemplazione e di unione.

Note: 1 Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo I, 6-13; III, 16-45.

Bibl. G. Blais, Le passioni umane, Roma 1968; G. Chimirri, Etica delle passioni, Bologna 1996; J. Duvignaud, La genèse des passions dans la vie social, Paris 1988; B. Fraling, s.v., in WMy, 395-396; S.G. Harak, Virtuous Passions of Christian Character, New York 1993; V. Marcozzi, Ascesi e psiche, Brescia 1963; G.G. Pesenti, s.v., in DES III, 1888-1891; S. Pinckaers, Les passions et la morale, in RSPT 74 (1990), 379-391; A. Solignac, Passions et vie spirituelle, in DSAM XII1, 339-357.




Autore: P. Carlotti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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