Ozio


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I. Il termine o. designa, di per sé, un concetto prevalentemente negativo, che si limita a escludere il lavoro e le preoccupazioni economiche ad esso connesse, senza dire ancora nulla sulla utilizzazione del tempo che così viene liberato: dal punto di vista etico è, quindi, un concetto ambivalente: può designare, come di fatto avviene oggi, in una cultura che privilegia il lavoro e l'efficienza produttiva, il rifiuto a svolgere la propria parte nella creazione del benessere economico e nel servizio della comunità. Chi non lavora sfrutta il lavoro degli altri.

Ma il termine otium, insieme con i sinonimi quies e vacatio ha designato a lungo nell'antichità (e designa tuttora in certi ambienti e in certe culture, meno contagiate dalla ossessione efficientistica) qualcosa di meno dispregiativo, vale a dire il tempo in cui, lasciate le preoccupazioni utilitaristiche, ci si dedica all'attività più propriamente umana, quella del pensiero, dell'arte, della vita contemplativa: Soli omnium otiosi sunt - diceva Seneca ( 41 ca.) - qui sapientiae vacant.1 Il privilegiare questo significato positivo è continuato anche all'interno dell'universo linguistico e concettuale cristiano per tutto il primo Medioevo. Esso venne utilizzato per designare il tempo dedicato alla preghiera e alla contemplazione: s. Agostino parla di christianae vitae otium.2 Condizione della positività di quest'o. è naturalmente il fatto che esso sia non iners vacatio, ma ricerca e ritrovamento della verità. A una tale forma di o. era dedicata la vita monacale. Ma la generale rivalutazione del lavoro umile, operata in genere dal cristianesimo, e l'urgenza di una carità attiva nel sovvenire ai bisogni del prossimo e, a maggior ragione, premurosa di non pesare sugli altri, non poteva non accostare ai valori di un simile o. quelli diversi, ma complementari, di una operosità ispirata alla carità. L'ora et labora di s. Benedetto consacrerà in modo definitivo questa equilibrata complementarità tra l'o. santo e l'operosità caritatevole.

II. Pericoli dell'o. Ma, soprattutto nell'Occidente, man mano che ci si addentra nel Medioevo, crescono tra gli scrittori ecclesiastici le voci che mettono in guardia contro i pericoli morali di un o. vuoto e vizioso. La letteratura spirituale denuncerà l'otium iners come sentina di tutte le tentazioni e di tutti i pensieri cattivi e inutili. Con la nascita di nuovi Ordini religiosi, istituzionalmente dedicati alla predicazione al popolo, all'assunzione di responsabilità pastorali e allo studio e alla ricerca scientifica nel campo della sacra doctrina, il termine o. viene sempre più usato quasi esclusivamente nel significato negativo di otiositas, una oziosità ispirata alla pigrizia e vista come occasione al facile dilagare del vizio, soprattutto nel campo della castità. Al contrario, il lavoro serio e la fuga dall'o. vengono ad assumere il valore di un esercizio ascetico e vengono visti come remedium castitatis contra luxuriam.3

III. Nell'ambito della mistica. Ma non cade ancora del tutto l'idea che quello di vacare Deo resti il compito e il " lavoro " principale dei religiosi e che il servizio ai fratelli sia quello di testimoniare la presenza e il primato di Dio nella vita umana: ogni altro servizio al prossimo sarà solo affrontato nella misura dell'impellenza dei loro bisogni: essi si consacrano infatti alla perfezione della carità, ad quam quidem principaliter pertinet Dei dilectio secundario autem dilectio proximi. Et ideo religiosi praecipue et propter se debent intendere ad hoc quod Deo vacent. Si autem necessitas proximi immineat, eorum negotia ex caritate agere debent.4 Sarà solo nell'epoca moderna, in concomitanza con il sorgere dell'economia mercantile prima e capitalista poi e con l'affermarsi della rivoluzione industriale, quindi all'interno di una cultura consacrata al culto dell'attivismo e dell'efficienza materiale, che la parola o. conserverà esclusivamente il suo significato negativo di " padre di tutti i vizi ".

Nella Chiesa, le Congregazioni di vita attiva saranno il segno dell'affermarsi di un modello di santità che, sia pure ispirandosi all'unione con Dio e lasciando ancora largo spazio alla preghiera, prova la sua autenticità spendendosi totalmente in un lavoro incessante per il bene materiale e spirituale del prossimo. L'etica del lavoro e dell'efficienza che ha dominato tutto il panorama culturale dell'epoca moderna rivela tutte le sue ambiguità e la sua tendenziale disumanità; la sua crisi rilancia, quindi, l'idea che al di là dell'otium iners, giustamente considerato male in se stesso e occasione di molti mali, vada riscoperta la necessità di una vacatio riempita non solo di ricerca di Dio, ma anche di perseguimento di una più autentica autorealizzazione umana, attraverso le attività non utilitaristiche dell'arte, del pensiero, dell'espressività e della comunicazione interpersonale e sociale. Il " tempo libero " è diventato, e diventa sempre più, almeno nelle società industriali avanzate, un problema tipico del nostro tempo e ripropone l'urgenza di riscoprire, sia pure in forme nuove, la saggezza e la produttività umana del vacare sapientiae come premessa e come strada percorribile per arrivare al vacare Deo.

Note: 1 De brevitate vitae, 12,1-2; 2 Retract., I, 11; 3 S. Tommaso d'Aquino, Opusc., 18, c. 19; 4 STh I-I, q. 187, a. 2.

Bibl. A. Lipari, s.v., in DES II, 1797-1800; H.J. Sieben, Quies-otium, in DSAM XII2, 2746-2756; K.V. Truhlar, Il lavoro cristiano. Per una teologia del lavoro, Roma 1966; S. Wyszinski, La spiritualità del lavoro umano, Brescia 1964.




Autore: G. Gatti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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