Newman John Henry


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I. Vita e opere. N. nasce a Londra nel febbraio 1801. Nell'autunno 1816 ha un'esperienza religiosa straordinaria in seguito alla quale aderisce a un dogma definito ed ha coscienza di essere eletto alla gloria eterna. Nel 1817 s'iscrive all'Università di Oxford e diventa fellow e tutor dell'Oriel College. Sceglie la carriera ecclesiastica, viene ordinato sacerdote anglicano, ed esercita il ministero prima nella Chiesa di San Clemente, quindi dal 1828 al 1843 nella Chiesa universitaria di St. Mary, dove si distingue per la sua predicazione. Nel 1833 fonda con alcuni amici il Movimento di Oxford di cui diviene capo ed animatore, esercitando la sua attività soprattutto per mezzo dei tracts. Nel 1839, va incontro ad una crisi religiosa, comincia a dubitare della verità della Chiesa anglicana e, dopo alcuni anni di sofferta riflessione, nel 1845 si converte al cattolicesimo. Si reca a Roma dove diventa sacerdote cattolico, entra nella Congregazione di s. Filippo Neri e, tornato in patria, erige l'oratorio di Birmingham. Nel 1851 fonda l'Università cattolica di Dublino, di cui è rettore fino al 1858. Nel 1864 risponde alle accuse di C. Kingsley contro il clero cattolico con il libro Apologia pro vita sua, per cui acquista un grande prestigio nel mondo anglosassone. Intanto, in polemica con Gladstone ( 1898), difende il Concilio Vaticano I e l'infallibilità pontificia. Nel 1879 è creato cardinale da Leone XIII. Muore l'11 Agosto 1890.

Le sue opere possono essere divise in: 1. Periodo anglicano (1801-1845): Parochial and Plain Sermons, 8 voll., prediche tenute ogni domenica nella Chiesa di St. Mary dal 1828 al 1843 nelle quali espone il dogma e la morale evangelica in una forma che esige una scelta, non solo dell'intelligenza, ma della coscienza e della vita; Sermons Preached before the University of Oxford (1826-1842), di argomento prevalentemente filosofico sul rapporto tra ragione e fede, con molti spunti di spiritualità; Tracts for the Times (1833-1841) che sono un appello alla riforma dell'individuo e della Chiesa; Lectures on the Doctrine of Justification (1838) nelle quali è esposta con ampiezza e profondità la dottrina della giustificazione e dell'inabitazione dello Spirito Santo; The Church of the Fathers (1833-1838), una rievocazione delle grandi figure dei Padri ed un invito a rivivere la loro spiritualità; An Essay on the Development of Christian Doctrine (1845), studio di carattere storico-teologico nel quale l'autore tocca molti temi di dottrina spirituale, presentati nello sfondo della storia e nello sviluppo della vita della Chiesa.

2. Periodo cattolico (1845-1890): Loss and Gain. Story of a Convert (1848), romanzo con elementi autobiografici; Discourses Addressed to Mixed Congregations (1849), discorsi di argomento religioso tenuti da N. dopo la conversione; Difficulties of Anglicans (2 voll), di cui il primo (1850) contiene una serie di conferenze con le quali N. tenta di risolvere le difficoltà ed i pregiudizi degli inglesi nei confronti della Chiesa di Roma; il secondo (1866) contiene la Letter to Pusey on His Recent Eirenicon, un trattato originale di mariologia che parla del culto di Maria alla luce della tradizione, specialmente nella dottrina dei Padri; Present Position of Catholics in England (1851), conferenze di carattere fortemente polemico in difesa della Chiesa di Roma contro i pregiudizi degli inglesi; Sermons Preached on Various Occasions (1857), tratta delle disposizioni favorevoli alla fede; Idea of University (1858), delinea il concetto di una Università cattolica; Apologia pro vita sua (1864), che presenta con oggettività la vita e la dottrina di N. ed il suo itinerario alla conversione; Verses on Various Occasions (1868), poesie composte in varie occasioni, molte di argomento religioso; An Essay in Aid of a Grammar of Assent (1870) in cui è esposto l'itinerario verso la fede che di solito non è percorso alla luce della logica; Meditations and Devotions (postumo), contiene elevazioni di carattere mistico; The Letters and Diaries (postumo in 30 voll.), presenta molti elementi di carattere spirituale.

II. L'esperienza mistica. N., sebbene vissuto nel secolo scorso, è oggi più vivo che mai, in quanto anticipò con spirito profetico alcuni dei problemi filosofici e religiosi del nostro tempo. E vivo con il suo messaggio mistico; anche se esso è tuttora dibattuto e soggetto ad interpretazioni contrastanti, è possibile tuttavia darvi una soluzione positiva, perché nella vita e nella dottrina di N. si riscontrano tutti gli elementi che costituiscono un'autentica esperienza mistica: la presenza dello Spirito Santo, l'esperienza passiva di Dio, il senso ecclesiale.

1. Lo Spirito Santo. N. a quindici anni scrisse una preghiera in cui chiedeva insistentemente a Dio il dono dello Spirito Santo (The Letters and Diaries of J.H.Newman, I, Oxford 1978, 29); negli ultimi anni della vita ne compose un'altra nella quale si rivolgeva allo Spirito Santo con queste parole: " Quando ero giovane tu mettesti nel mio cuore una speciale devozione per te " (Meditations and Devotions, London 1960, 311). E una confessione molto significativa fatta da N. nella piena maturità, mentre guarda in retrospettiva la sua vita e rileva che essa è stata vivificata dalla presenza e dall'azione dello Spirito. Egli è avanzato nella virtù, è salito di grazia in grazia, si è trasfigurato in Dio, mosso e guidato dallo Spirito: " Tu mi hai preso nella mia giovinezza e non mi lascerai più. Non per mio merito, ma con il tuo benevolo amore creasti in me le buone risoluzioni e mi riportasti a te " (Ibid., 314).

In questo testo N. allude alla sua prima conversione nell'autunno 1816, dopo lo smarrimento della fanciullezza, ed alla decisa ripresa della giovinezza nel 1826, dopo che per un certo tempo aveva accolto la tentazione del razionalismo; è nei momenti più difficili che si è sentito vicino lo Spirito come salvatore. Ma la sua sicurezza è continua perché sa e sperimenta che egli è sempre presente personalmente nella sua anima: " Sei presente in me non solo con la tua grazia, ma con la tua eterna sostanza come se, senza perdere la mia individualità, io fossi, in un certo senso, anche ora assorbito in Dio " (Ibid.). E una rivelazione di autentico valore mistico: non ci sono più la povertà e la fragilità della creatura, bensì l'esistenza arricchita e sopraelevata da una Persona divina; quasi la fusione di due vite; l'uomo immerso nella infinità di Dio.

Lo Spirito Santo è la vita dell'anima: N. sente la sua azione ininterrotta e potente, e allora vari sentimenti si alternano in lui: la riconoscenza, l'adorazione, la speranza, la gioia, ma soprattutto l'esperienza di un profondo rapporto con lo Spirito: " Io so e sento, non come oggetto di fede, ma di esperienza, che non posso avere alcun pensiero buono o compiere alcuna buona azione senza di te. Io sono salvo solo quando tu respiri in me " (Ibid.). E una resa totale alla maestà dello Spirito Santo, al suo dominio sovrano: l'esistenza ha valore soltanto se potenziata e nobilitata da lui. E importante però rilevare che N. non ha solo una conoscenza nozionistica di questa realtà, ma ne prova un sentimento vivo, un'esperienza intima, straordinaria. Da tale esperienza derivò un interesse per la teologia dello Spirito Santo, tema costante del suo studio e della sua riflessione. Ne trattò, almeno con accenni, in tutti i suoi scritti, ma in maniera vasta e profonda nel libro Lectures on Justification, concentrandosi di preferenza sul fatto della inabitazione, della presenza cioè dello Spirito nell'anima del giusto e dell'azione da lui svolta. Egli è presente come dono per eccellenza, come pegno, come gloria; giustifica, purifica, illumina, unisce a Dio, e con i suoi sette doni produce l'esperienza mistica. Notevole la posizione di N. su quest'ultimo punto, pienamente conforme all'insegnamento di s. Tommaso (Appunti di prediche, Padova 1924, 332). Egli allarga la sua visione all'azione svolta dallo Spirito nella Chiesa: è lui il rivelatore di Dio Padre, il vincolo tra il cielo e la terra, la forza dei martiri, il sostegno dei confessori, il fuoco per mezzo del quale i missionari accendono l'amore di Cristo negli uomini. N. presenta quasi una sintesi della dottrina sull'azione dello Spirito Santo in un testo in cui stabilisce un parallelo tra Cristo ed i cristiani: come egli fu veramente presente in Gesù e lo guidò sempre nella vita, così è presente nei cristiani dal giorno del battesimo fino all'incontro finale con Dio (Parochial and Plain Sermons, V, London 1870, 139).

2. L'esperienza di Dio. Quando N. all'età di quindici anni, pungolato dalla coscienza e mosso dallo Spirito Santo, ritrovò Dio che aveva perduto, espresse la sua nuova situazione con una formula incisiva: " ...Mi ancorai al pensiero di due, e due soli, esseri assoluti, di un'intrinseca e luminosa evidenza: me stesso e il mio Creatore " (Apologia, Roma 1956, 21). Essa esprime una forte esperienza religiosa, che resterà fondamentale per tutta la vita, che gli farà preferire la santità alla pace, gli farà sentire fino all'evidenza le realtà soprannaturali. E l'affermazione che l'uomo non si realizza se non ponendosi di fronte al suo Creatore, realtà unica insieme alla nostra che rende marginali ed esteriori tutte le altre. Dal contatto immediato ed ininterrotto con Dio scaturì in N. la certezza, superiore a qualunque altra, della sua esistenza: " Di tutti gli articoli di fede, l'esistenza di Dio è, a mio giudizio, quello che presenta maggiori difficoltà; eppure è quello che con maggior forza si impone al nostro spirito " (Ibid., 266). Dio vive nella coscienza come un essere personale che tutto vede e tutto giudica; è qui il segreto della sconvolgente spiritualità di N.: egli che ne sentì la forza e l'importanza nel suo itinerario personale, ne fece il caposaldo della sua filosofia religiosa. E dalla coscienza che comincia, si sviluppa e termina l'ascesa dell'uomo verso Dio. La coscienza, questo senso spirituale, è la luce interiore, la voce che parla continuamente di Dio; intesa come senso del dovere, essa esercita un influsso intimo e costante sui sentimenti e porta alla riverenza ed al pentimento, alla speranza ed al timore, al rimorso ed alla gioia; è sempre emozionale ed implica l'affermazione di un essere personale e trascendente verso cui è diretta. Dal suo ascolto fedele, dall'ubbidienza ai suoi dettami sorge negli uomini l'autentica esperienza di Dio; allora essi " saranno portati a pensare alla sua presenza come a quella di una persona vivente; saranno capaci di conversare con lui con la stessa dirittura e semplicità, con la stessa confidenza ed intimità, che, proporzionalmente, noi usiamo con i nostri amici " (Grammar of Assent, New York 1955, 107). L'esperienza che N. tratteggia è talmente intensa che per esprimerla fa ricorso ai termini più significativi: assenso reale, sentimento di Dio, percezione, intuizione, visione di Dio. Dio viene afferrato con presa immediata, come una realtà e non più come un'idea che rientra in un ragionamento; è intuito come in una visione oscura, ma reale, viene sentito come una persona da cui è impossibile staccarsi. In N. c'è sempre il passaggio dall'esperienza personale alla visione generale: uomo estremamente sincero diceva e scriveva ciò che aveva provato. In una forte meditazione egli parlò del suo rapporto intenso con Dio, divenuto forza portante della sua vita, e parte della sua struttura razionale: " Intorno all'idea del tuo essere, Signore, come a chiave di volta, si è costruita la vita del mio spirito; senza di te tutto rovinerebbe in frantumi " (Meditations and Devotions, 338). L'esperienza di Dio si era talmente connaturata in lui da divenire elemento essenziale del suo essere, del suo intelletto, del suo cuore; diventò necessità assoluta, condizione di vita o di morte, di saggezza o di pazzia, di felicità o di disperazione (Ibid., 338). N. sente Dio come il vero dominatore della sua persona, lo sente troppo vicino per permettersi parole o discorsi; più che ragionare egli si fissa in lui che vede ed ama: " Questa è la mia porzione ora e sempre, o Signore, guardare te, contemplare te, fissare te " (Ibid., 244).

Tra i vari attributi di Dio ce ne fu uno che lo attirò maggiormente e lo sostenne con forza straordinaria per tutta la vita: la provvidenza, la quale più che un articolo di fede divenne per lui un fatto di esperienza (Ibid., 334). N. è consapevole del suo stato mistico, ma è anche consapevole che esso non è una sua conquista, ma un dono dall'alto; preso tra questi due poli, tra il valore della contemplazione e l'incapacità dello sforzo umano per raggiungerla, si protende verso Dio con la preghiera insistente. Il sentimento degli incontri del passato ha lasciato in lui una dolcezza ineffabile ed un'acuta nostalgia, ed egli prega che si rinnovino ancora: " Signore, rendimi capace di credere come se vedessi, fa' che io ti tenga sempre dinanzi agli occhi, come se tu fossi corporalmente e sensibilmente presente. Fa' che io sia sempre in comunione con te, mio nascosto e vivente Dio. Tu sei nel più profondo del mio cuore (in my innermost heart) " (Ibid., 276). Notevole nel testo l'espressione " tu sei nel profondo del mio cuore " che richiama il linguaggio dei mistici per i quali l'incontro con Dio avviene nel fundus animae. La difficoltà della contemplazione, oltre che dalla fragilità umana, deriva dalla trascendenza di Dio; ma essa diminuisce a misura dell'elevazione dell'uomo e della sua trasformazione in lui; è questa la grazia che N. implora ardentemente: " Insegnami, o Dio, a contemplarti in maniera da divenire come te, ed amarti con semplicità e sincerità come tu hai amato me. Il mio cuore possa fondersi e conformarsi al tuo cuore " (Ibid., 241).

3. Sentire Ecclesiam. Per N. l'esperienza mistica si realizza nella Chiesa: è in questa comunità vivente, umana e divina, che egli sente e percepisce Dio. Raramente la vita spirituale di un uomo fu marcata da un senso mistico della Chiesa come quella di N.: per lui essa era tutto, rappresentava il valore supremo, l'oggetto delle sue aspirazioni e ricerche, della sua fede e del suo amore, non meno che delle avanzate penetranti del suo spirito. Sentiva la Chiesa con la stessa intensità con cui sentiva Cristo, la contemplava unita strettamente e necessariamente a lui, come il "suo Corpo mistico". Ecco la grande realtà nella quale N. fu immerso, tanto che fuori di essa non si può concepire né spiegare. E ne fu un membro attivissimo, animato dallo Spirito, unito indissolubilmente al capo, Cristo, in comunione con le altre membra. Si impoverirebbe perciò la sua esperienza mistica se si limitasse ad una prospettiva individuale, fuori del grande orizzonte ecclesiale. Dio non è presente soltanto nell'anima, ma è, nello stesso tempo, presente nella Chiesa, nella storia, nel singolo fedele per guidare il loro destino. Anzi egli si può trovare in pienezza solo nella Chiesa " l'unico santo e cattolico corpo nel quale soggiorna la presenza di Dio" (Parochial Sermons VI, 172). Nessuno forse più di N. ha visto con lucidità più viva ed ha sofferto con passione più cocente la necessità della Chiesa per trovare Dio; è il suo dramma: " O la Chiesa cattolica o l'ateismo " (Apologia, 271). Dio si trova per mezzo di Cristo, capo e ragione di essere della Chiesa, che anima e santifica con il suo essere e con la sua azione: da questo fatto nasce l'attaccamento alla Chiesa (Sermons of the Subjects of the Day, London 1873, 354). In questa prospettiva essa si presenta come la rivelazione di Dio, come il suo rappresentante in terra. Così la vide N., specialmente nei momenti decisivi della vita come all'inizio del Movimento di Oxford, quando scrisse: "Noi siamo responsabili soltanto dinanzi a Dio ed alla Chiesa"; "Noi seguiremo la nostra via secondo la luce data da Dio e dalla Chiesa". 1

Risalta da questi due testi il suo pensiero mistico: egli considera Dio e la Chiesa sullo stesso piano, forniti della stessa sapienza e della stessa autorità; sono inscindibili, sembra che si identifichino. In questa luce egli risolse il problema cruciale della Chiesa visibile ed invisibile, carismatica ed istituzionale. Dio è impersonato dai vescovi che la governano in suo nome; verità questa accettata e vissuta profondamente da N., che l'apprese da Ignazio di Antiochia: questi, infatti, parlando dei casi di disubbidienza all'autorità ecclesiastica scrive: " Non si inganna quel vescovo che si vede, ma si ha a che fare con il vescovo invisibile, quindi la questione non è con la carne, ma con Dio che conosce i segreti dei cuori ". E N. afferma: " Desideravo mettere in pratica questo principio alla lettera e posso dire con tutta sicurezza di non averlo mai trasgredito coscientemente. Amavo agire con la sensazione di stare sotto lo sguardo del mio vescovo, come se fosse lo sguardo di Dio " (Apologia, 71). Questo sentimento, autenticamente mistico, fu sempre vivo in N. sia nel periodo anglicano che in quello cattolico. Quando, perciò, si convertì a Roma e scrisse al vicario apostolico, Wiseman, per annunziargli il fatto " non trovò nulla di meglio da dirgli che avrebbe ubbidito al Papa come aveva ubbidito al vescovo della Chiesa anglicana " (Ibid., 72). E vero che la conversione segnò la fine della sua ricerca inquieta, ma segnò anche l'inizio delle sue sofferenze più acute, in quanto egli fu per lungo tempo incompreso. Ma non si perse di coraggio perché sapeva qual è il destino che Dio riserva ai santi; quindi scriveva: " Io venero solo per amore di Dio la sua Chiesa, ed accolgo i suoi insegnamenti come fossero gli insegnamenti di Dio " (Verses on Various Occasions, 327). Questa convinzione non lo lasciò mai e l'accompagnò per tutto il resto della vita. Ma egli conosceva la forza della tentazione; perciò si rivolgeva a Dio con la preghiera per ottenere la grazia di " sentirlo sempre nella Chiesa ": " Non permettere mai che io, anche per un istante, dimentichi o Signore, che tu hai stabilito il tuo regno sulla terra, che la Chiesa è la tua opera, la tua istituzione, il tuo strumento, che noi siamo sotto la tua legge, sotto i tuoi occhi; che quando la Chiesa parla, sei tu che parli " (Meditations and Devotions, 291).

Note: 1 A. Mozley, Letters and Corrispondence of J.H. Newman, London 1891, 488-490.

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Autore: G. Velocci
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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