Morte mistica


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I. Nozione e limiti. La m. è un fenomeno che ha ricevuto varie denominazioni (morte evangelica, morte spirituale, morte d'amore, morte al mondo, morte angelica, deliquio mistico). Come superamento di certi condizionamenti della vita terrena (la m. filosofica) è conosciuta sin dall'antichità, però è nella spiritualità cristiana che ha conosciuto uno sviluppo privilegiato. Tuttavia, il fenomeno è complesso e uno studio critico dello stesso risulta particolarmente difficile. Già dalla semplice semantica si tratta di binomi formati da termini nessuno dei quali è utilizzato in senso stretto e la cui giustapposizione dà un senso globale molto impreciso. Di conseguenza, sulla m. si danno solo definizioni generiche come " una condizione della vita cristiana che ad imitazione di Cristo comporta un passaggio attraverso la passione e la morte per accedere alla risurrezione ".1 Qui si vuole considerare la m. nel senso stretto di un fenomeno mistico, caratterizzato da un'autentica esperienza di carattere prevalentemente passivo. Per questo motivo, esso differisce dalle altre morti, che appaiono anche nel NT, come per esempio la m. misterica o sacramentale (cf Rm 6,4-11; 2 Tm 2,11), la morte di martirio (cf Fil 3,10), la morte di mortificazione (cf Col 3,5), o la morte apostolica (cf 2 Cor 4,10-11). Limitandosi a questo ambito più ristretto, si cercheranno nei mistici sperimentali la natura e le caratteristiche della m.

II. Nel corso della storia. Nei secc. XVII e XVIII la m. fu significativamente studiata come descrizione sperimentale (Maria d'Agreda), deviazione condannata dalla Chiesa (quietismo) e sintesi tra esperienza e riflessione (s. Paolo della Croce). Ad esemplificazione della prima forma di m. si riporta l'esperienza di Maria di Gesù d'Agreda. In occasione di una confessione generale (1651), questa fu chiamata ad entrare in una tappa spirituale nuova che sarebbe la m. La prepararono tre noviziati (quello della Vergine, quello di Gesù e quello di Dio). Ognuno di questi noviziati terminò con una professione che le procurò la sua propria m. In primo luogo, fu la morte al peccato, che completò con l'efficacia nuova di tipo mistico, l'effetto del perdono sacramentale. Seguì la morte alle conseguenze del peccato originale. L'ultima fu la morte alle realtà terrene, che la collocò in una forma di vita simile a quella degli angeli.2 Queste morti ebbero tre caratteristiche: furono sperimentali, molteplici ed irreversibili. La prima caratteristica apparve nella sua condizione interamente passiva e percettibile. La molteplicità consistette nelle ripetute e successive forme che rivestirono dette morti. L'irreversibilità consistette nella conseguenza dell'efficacia del dono mistico per mezzo del quale non rivisse più il peccato, una volta ricevuti gli effetti della m. Come il morire fisico di Gesù, anche la m. ora avveniva una volta per sempre (cf Rm 6,9). La m. risultò anche la chiave di volta della spiritualità quietista. La cessazione e morte della propria volontà procurava l'ingresso nella quiete (DS 2261-2263). Questi effetti erano irreversibili e procuravano all'uomo l'impeccabilità, collocandolo in una condizione uguale a quella dei beati del cielo.3 La condanna del quietismo fu sul punto di squalificare per sempre la dottrina della m. Fortunatamente, una tradizione spirituale radicata così fortemente nella Scrittura e nella tradizione resistette all'urto.

III. La m. come mistica dell'Incarnazione. Quando gli effetti negativi di quella deviazione furono superati, s. Paolo della Croce riabilitò la tradizione a partire dall'esperienza personale e dalla sintesi riflessiva, essendo stato l'unico autore a comporre un trattatello su questo tema. Per il santo, all'inizio c'è una forte chiamata all'abbandono totale dell'anima al volere di Dio. La m. consiste formalmente in un atto di identificazione del proprio volere a quello di Dio. La propria volontà resta perduta in Dio come l'obbedienza perfetta del Figlio di Dio (cf Fil 2,7-8). Questa morte radicale esige molte morti che la preparano e viene confermata da ulteriori morti che la consumano. Come atto comprende inseparabilmente la morte e la nascita mistica. Per il santo, la morte e la nascita mistica sono le due facce di uno stesso momento spirituale. La m. come atto pone l'anima nello stato di m., una specie di agonia che dura fino alla morte fisica e consuma l'unione nel morire perfetto di Gesù. In alcuni mistici recenti (per esempio, Conchita Cabrera de Armida), la m. si completa nell'incarnazione mistica. In queste anime la m. non termina né nella pura vita mistica né in un'esperienza di risurrezione, come nella morte di Cristo, ma nella presa di possesso dell'anima da parte del Verbo incarnato, cioè nella mistica incarnazione.

Note: 1 A.M. Haas, s.v., in DSAM X, 1790; 2 Cf La mistica città di Dio, III, intr. 11; 3 J. de Guibert, Documenta ecclesiastica christianam perfectionem spectantia, Romae 1931, 471.

Bibl. A.M. Artola, La natura del fenomeno spirituale chiamato " morte mistica ", in Aa.Vv., Salvezza cristiana e culture odierne, II, Leumann (TO) 1985, 489-508; Id., La muerte mistica según San Pablo de la Cruz. Texto critico y sintesis doctrinale, Deusto 1986; L. Borriello, In margine alla morte mistica di s. Paolo della Croce, in RivAM 49 (1980), 374-383; C. Brovetto, Introduzione alla spiritualità di san Paolo della Croce. Morte mistica e divina natività, Teramo 1955; A.M. Haas, Mors mystica. Thanatologie der Mystik, insbesondere der deutschen Mystik, in Philosophie und Theologie, 23 (1976), 304-392; L.M. Martinez, La Encarnación mistica, Mexico 19782; R. Mohr, s.v., in WMy, 364-365; A. Sorazu, La vida espiritual coronada por la triple manifestación de Jesucristo, Madrid 19562.





Autore: A.M. Artola
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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