Mistiche d'Asia


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I. Le religioni come ambito delle mistiche. Tutte le mistiche vanno situate nell'ambito dogmatico, etico e cultuale delle loro rispettive religioni. Per l'Asia, ne ricordiamo sei che sono le principali e si dividono in due gruppi, ognuno di tre religioni accomunate dalla storia e dai principi fondamentali: giudaismo, cristianesimo ed islam; induismo, buddismo, saggezza cinese.

A. Le religioni che, diffuse soprattutto nei loro primi tempi più ad ovest e a nord, si affermano sono monoteiste e personaliste; esse sono, in fondo, ottimiste sul problema fondamentale dei mistici. Dio transpersonale esiste in modo perfetto ed eterno; l'uomo esiste come una persona, imperfetta certo, ma con un'anima immortale. Il rapporto Dio-uomo comincia con una creazione, continua in una storia, si corona in una parusia definitiva ed unica. Sia che avvenga attraverso la ragione o attraverso il cuore, l'incontro del fedele con il suo Signore resta sempre, alla fine, interpersonale. Questo punto è indiscutibile per la fede e conservato da tradizioni consegnate in scritti e protette da inequivocabili autorità dottrinali. In un tale ambito, i mistici hanno certamente delle esperienze razionali ed affettive straordinarie che esprimono in formule anch'esse straordinarie. Ma se il loro comportamento ritiene e monoteismo e personalismo, essi si censurano da soli o sono censurati, perfino puniti o anche messi a morte. L'eccesso monistico è inammissibile in principio, anche se esiste, talvolta, di fatto. Questa situazione si ritrova nel giudaismo e poi nel cristianesimo e nell'Islam.

B. Non è la stessa cosa nel secondo gruppo: induismo, buddismo, saggezza cinese. Il nucleo dottrinale non è conservato da autorità e definizioni indiscutibili. I parametri da rispettare si trovano in antiche tradizioni orali, poi consegnate, talvolta, in assiomi popolari antichisssimi; il loro flusso immenso è, d'altronde, lasciato all'interpretazione dei maestri, proclamati tali per l'altezza e il calore del loro insegnamento e, più ancora, della loro vita. In tali condizioni può, quindi, svilupparsi una mistica di esplorazione e di sperimentazione più libera. L'inclinazione mistica all'unione e perfino l'identità tra il cercatore e il Cercato ha largo spazio, come vedremo.

II. Le vie dell'esplorazione mediante lo spirito. Esse affrontano tutte il problema del rapporto tra l'uomo e il Mistero o il Misterioso, al di là dell'esperienza ordinaria normale: quella del vivere.

A. La soluzione buddista, quella del fondatore e dei monaci (thera) è così radicale e, d'altra parte, così costrittiva che i suoi avversari l'hanno definita la via stretta. Essa sopprime, in fondo, il problema del rapporto svilendo uno dei termini: l'uomo: " O monaci, la nascita non è che dolore; la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, la persona non è che un'aggregazione illusoria, destinata a rinascite ". La soluzione consiste, dunque, nel respingere ogni illusione su ogni " esistente " limitato. Ciò che rimane, se rimane, dopo questo svuotamento totale, questa estinzione del problema mediante svuotamento del richiedente (nirvana) in cui scompare anche ogni sofferenza, il messaggio del fondatore non l'ha mai precisato, se non con un sorriso di connivenza tra lui e il suo più fedele discepolo.

B. Le vie dell'induismo sono più profonde e più positive quando esso supera il recinto chiuso delle caste, il groviglio dei culti attraverso molteplici credenze.

Fin dai tempi più remoti, si vedono i più aperti cercare di " spiegare " secondo due vie che portano misticamente al Mistero: l'una si meraviglia davanti al cosmo; l'altra si tuffa nell'uomo, microcosmo.

Affrontiamo per primo il cammino a partire dall'esterno. I pastori dell'India antica, dinanzi alla realtà e ai grandi fenomeni della natura, che li fanno sentire così limitati e " perduti ", aspirano a conoscerne la Causa (kim karanam) e a " com-prenderne " la molteplicità. Dopo aver popolato l'universo con una folla di potenze diverse, i saggi " chiamano con nomi diversi ciò che è uno " e Onnipotente (Brahma) sorgente degli esseri e dei loro cambiamenti secondo una legge (rt.a) immutabile.

Considerato tutto, Veda e, soprattutto, Upanishad gli riconoscono un'esistenza (sat) che è l'Unica (ekam) da possedere pienamente e perfettamente. I mistici sperimentano, abbagliati, questa Totalità (sarvam) la cui molteplicità non è che sfiorata dai nostri occhi. Lo si scopre nel fuoco (agni) del sacrificio; esso impone la sua legge alle cose e alle persone; è da lui che sgorga la vita a partire dal suo " desiderio " fecondo. E mediante la sua forza che si passa dal nulla al mondo, dalla morte alla vita (cf Chandogya e Brhadaranyaka, passim, testi innumerevoli). Egli E, in definitiva, Unico e misterioso Pre-esistente in pienezza. Rischiarata dall'esterno dall'Unico in fondo ad ogni cosa, l'India cerca anche di partire dall'interno; il cercatore torna su se stesso per riflettere su ciò che egli è. Si osserva vivere soprattutto nel suo soffio (prâna) e nel suo spirito (âtman). " Non c'è che esso che possa guardare come prezioso e amare ". La potenza che ritma la vita arriva a designare tutto ciò che penetra: sensi, coscienza, riflessione raziocinante (pensante) e pulsione mistica: l'âtman-in-me è visto come una misteriosa partecipazione al grande Âtman fondamentale onnipresente. Spirito senza limiti, egli inspira in noi tutto ciò che ci libera dal materiale, ce ne libera virtualmente. L'esigenza di un Totale unico nell'ordine dell'esistenza rilevata nella prima via sgorga anche in questa via interiore; essa spinge i cercatori a volere, in una dilatante esperienza, " esplodere " per raggiungere questa coscienza totale, proprio come l'Esistenza totale. Il mistico arriva per due vie allo stesso risultato, anzi le unifica: Tad Braham, Tad Âtman, Tad Ekam che è anche Tad Sarvam. " E tu, Tu sei tutto questo ".

Mediante il superamento dell'essere e del pensare limitati, si produce questa meraviglia per la quale non si può trovare niente di simile (neti, neti) ma non si può nasconderla. La loro esperienza, vera o supposta, ha spesso per effetto l'allontanamento dalle prescrizioni della religione e dei doveri correnti e dalle responsabilità personali e sociali... Anzi, le folle trovano in essi delle guide spirituali.

C. Al di fuori della dis-illusione, che scarnifica, ma tranquillizza e forse soddisfa, del buddismo antico e fuori della conquista dell'Uno, che l'induismo ricerca per via esterna ed interna, il pensiero cinese si è trovato una via che riassume in un proverbio: " I tre (religioni o sistemi: confucianesimo, buddismo) non fanno più che uno ". E lo spettacolo plurimillenario di peripezie, insieme religiose e storiche, ha ispirato ad alcuni dei suoi saggi (che si riassumono nel Lao-Tze) una serenità che allontana dal reale molteplice. Se ne trova un retroterra in Tao-te-ching, un titolo di significato discusso. Questo trattato dice: " Prima che fossero Cielo e Terra esisteva qualcosa di isolato, di silenzioso, come nebuloso... E la sorgente di ogni cosa... (Ciò nonostante) il Tao è immutato e indifferente... Non ha forma né nome (alla maniera umana)... La saggezza è (nell'astensione): Non (wu) pensare forme, non porre atti (wu-wei)... E senza agire che il saggio sistema le cose, è parlando che egli predica... Colui che " conosce " il Tao è imparziale... tollerante... in sintonia con la natura, dunque con il Tao... Così costui è eterno ". " Quando la virtù mistica diventa chiara, allora soltanto emerge la Grande Armonia ". Ma occorre non farsi ingannare: " Quando il volgare sente esporre il Tao, ride... Se non ridesse non sarebbe il Tao ". Senso del mistero e umiltà del cercatore, simile a quello dell'induismo. " Chi pensa di conoscerlo, non lo conosce. Chi pensa di non conoscerlo, in realtà lo conosce " precisamente nel suo mistero...

III. Le vie di approccio attraverso il cuore. Le alte speculazioni e gli sforzi spinti fino all'eroismo scoraggiano immancabilmente le persone semplici. Esiste già un vecchio aforisma scoperto da essi: " E infelice non avere nessuno a cui chiedere aiuto ". Fare da modelli inimitabili degli ausiliari benefici e potenti è una strada del tutto diversa per le m. Certo l'intento finale di ogni essere umano, immortalità e felicità totali e definitive, resta lo stesso. Ma il cercatore si constata ancora preso nella triade: il Signore Supremo, il Mondo pesante da scrollarsi di dosso e lui stesso così debole. Si tuffa in un'esperienza intermedia più immediata e apparentemente più immediatamente soddisfacente: la devozione (Bhakti) verso una " divinità " scelta (ishtâ devatâ) e il ricorso al suo aiuto, mediante l'invocazione. Spera di averne la promozione spirituale.

a. Nel contesto buddista, egli passa, così, dalla dura via monastica (thera-yâna) alla via larga (mahâyâna), religiosa anch'essa. Conta, per progredire in luce e forza, su un Essere già sveglio (bodhisat-tva) che sparge sui suoi fedeli qualcosa delle sue perfezioni. Lo chiama per esempio Esistenza illimitata (amitâyus), Luce illimitata (amîtabha). Costui riempe di speranza, suscita l'invocazione, guida al Termine. Ritorno di un " teismo " in un messaggio originale ateo.

b. Nell'induismo, similmente, i semplici abbandonano la riflessione troppo alta e troppo dura per tornare o restare a contatto della Triade (Trimurti). Non con Brahmâ, l'originante iniziale il cui compito e la cui cura sono terminate, ma gli altri due restano piantati nei nostri destini: Vishnu che sostiene e penetra (come rivela il suo nome), che la Baghavagîtâ presenterà con il nome di Krishna e Shiva, che assicura il ritmo eterno distruggendo e rilanciando continuamente i mondi. Si ammira e si condivide oscuramente, con cuore fiducioso, il carattere totale e permanente della loro potenza. Le innumerevoli lodi e invocazioni assumono gli atteggiamenti supplichevoli di uno " schiavo ", quelli di un " amico " sicuro dell'accoglienza, ma anche quelli di un peccatore schiacciato dalle colpe o ancora quelli dell'unione amorosa. Si tratta proprio di una mistica del cuore. Come nella mistica dello spirito, è sempre l'unione, e alla fine l'unità, che è cercata: Termine unico, immortale e beato.

c. Nel mondo dell'estremo Oriente, i nomi dei protettori si modificano: in Cina il Bodhisattva Avalokitesvara, il " Signore che abbassa il suo sguardo ", verso i supplici diventa Kwanyin in Cina, Kwannon in Giappone senza cambiare ruolo. Il Bouddha Amida si chiama, rispettivamente O-mi-to fu e Amida. Verso di loro si elevano anche qui lodi e suppliche appassionate e in particolare la formula: Namo Amida-Butsu in Giappone. Il primo favore richiesto è rinascere in Paradisi buddisti donde, si spera, non si potrà ricadere nelle rinascite, ma accumulare dei meriti che preparano all'ultimo passaggio. Molti mistici proclamano di aver vissuto questo supremo passaggio e stato.

Che essi avanzino per le vie dello spirito come sulle vie del cuore, i mistici cercano tutti un'eterna liberazione e beatitudine (sukham).

Bibl. E. Ancilli (cura di), La mistica non cristiana, Brescia 1969; L. Gardet, Esperienze mistiche in paesi non cristiani, Alba (CN) 1960; Id., La mystique, Paris 1970; Id., Études de philosophie et de mystique comparé, Paris 1972; L. Gardet - O. Lacombe, L'esperienza del sé. Studio di mistica comparata, Milano 1988; J. Maréchal, Études sur la psychologie des mystiques, 2 voll., Paris 1924-1937; J. Masson, Mistiche d'Asia, Roma 1995; J. Monchanin, Mystique de l'Inde. Mystère chrétien, Paris 1974; R. Otto, Mistica orientale, mistica occidentale, Casale Monferrato (AL) 1985; Y. Raguin, La profondeur de Dieu. Orient et Occident, Paris 1973; A. Ravier (cura di), La mistica e le mistiche, Cinisello Balsamo (MI) 1996; D.T. Suzuki, Misticismo cristiano e buddista, Roma 1967; R.C. Zaehner, Mysticism Sacred and Profane, Oxford 1961; J. Wach, Types of Religious Experience, Oxford 1951.



Autore: J. Masson
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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