Mente


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I. Il termine. L'etimo di m., attraverso il latino mens, pare derivi dalla radice greca men o man che si riferisce all'animo umano e alle sue funzioni superiori.

Nel linguaggio umano la parola m. designa il complesso delle facoltà o funzioni spirituali umane: percezione, intellezione, volizione, creatività, memoria. Il vocabolo ha significato generico proprio e traslato. Il primo indica la parte che presiede alle attività psichiche della persona, pur essendo condizionata da quella fisica. Pertanto, si parla di m. affaticata o riposata, lucida o offuscata, a seconda dello stress, delle passioni ed emozioni cui la persona sottostà. In tal senso la m. viene relazionata al corpo quasi coefficiente più o meno consono (mens sana in corpore sano), e al cuore come sede di sentimenti e affetti. Nel linguaggio generico figurato la m. assume significati distinti: per antonomasia è riferita a Dio con specificativi (m. eterna, suprema); per sineddoche designa una qualche funzione dell'anima: il raziocinio o l'intuizione, l'intenzione o l'attenzione, la memoria o la fantasia, il senno o l'indole morale, l'affettività, anche nei loro aspetti bizzarri o nelle loro alterazioni (malattia della m., conflitti della m.), oppure l'insieme delle più o meno vaste conoscenze di una persona; per metonimia la m. può indicare: il soggetto cui si attribuisce una peculiare capacità spirituale con valenza positiva o negativa (m. direttiva o ideatrice o politica), oppure la sede in cui si formano le idee o da cui scompaiono o si alterano.

L'uso specifico della voce m. è molteplice. Nella letteratura greca la m. (nous) può significare sensibilità, facoltà percettiva, capacità di comprendere, mentalità, carattere etico, perspicacia, ecc. Nella filosofia greca la m. poteva significare una molteplice attività spirituale o, come in Anassagora ( 428 a.C.), la suprema intelligenza ordinatrice di tutte le cose. Platone, nella triplice ripartizione dell'anima umana, assegna alla m. il Pensiero puro che ha come oggetto le idee; nell'universo c'è la m. divina che domina; nel rapporto della m. umana con quella divina si genera la verità dell'uomo. Aristotele ( 322 a.C.) distingue la m. teoretica e la m. pratica, e assicura che la m. è disimpegnata dal corpo. Anche per lui Dio è la m. suprema. In altri sistemi filosofici, in particolare nell'idealismo (Spaventa), la voce m. è riferita allo Spirito assoluto.

Nella Bibbia greca il termine m. ha una presenza irrilevante; così pure nella Volgata latina il termine (mens) ricorre una ventina di volte con accezioni della parlata popolare (cf Mt 22,37: diliges... Deum... toto corde... mente tua; 2 Tm 3,8: Hominis corrupti mente, reprobi circa fidem). L'irrilevanza concettuale biblica continua nei Padri apostolici. La teologia cristiana, ben presto, dà al termine m. anche note divine: Dio stesso è la m. eterna; anche Cristo, Figlio di Dio, è la m. (nous), la Parola (Logos) del Padre. La m. umana, che è ad immagine di Dio, se è pura dal peccato, è fatta recettiva della forza divina per penetrare la verità delle cose e possiede la filosofia (amor sapientiae) per credere e contemplare le verità di Dio. Agostino usa il vocabolo m. per designare il Verbo divino (logos) nel quale sono le " rationes rerum stabiles et immutabiles ", 1 per indicare anche la parte superiore dell'anima umana, oltre quella sensitiva e organica.2 Come sinonimi di m. impiega i termini spirito e animo. Dopo di lui altri scrittori sacri, oltre al significato divino, danno alla parola m. contenuti generici, propri o figurati, oppure di armonioso sistema teologico (mens divi Augustini). In seguito m. sta per anima umana, così pensano Tommaso d'Aquino,3 molti scolastici ed altri (Campanella, Cartesio, Spinoza, empiristi inglesi).

II. Nella teologia mistica Bonaventura assume il termine m. come sinonimo di anima nella sua opera filosofico-teologico-mistica, Itinerarium mentis in Deum, ove dice: " Tutte le creature di questo mondo sensibile portano al Dio eterno l'anima del filosofo e del contemplativo ",4 Teresa d'Avila, in tutte le sue opere, ha un solo testo con la voce m.: " La mistica teologia parla dell'unione con Dio (con Dio nell'orazione contemplativa), ma io non ne conosco i termini e non so nemmeno cosa sia la m., né la differenza che passa fra l'anima e lo spirito "; 5 le sono più familiari i termini intelligenza e pensiero. Giovanni della Croce impiega il vocabolo m. una ventina di volte con il significato di potenza conoscitiva o di anima e afferma che queste possono elevarsi a Dio nello stato di contemplazione in cui vengono iniziate,6 oppure possono divenire ottuse quando ripiegano sui piaceri delle realtà terrene.7

Note: 1 S. Agostino, De divinis quaestionibus, 83,46; 2 Id., De Trinitate, 1,15,7; 3 Cf STh I, q. 16, a. 6, ad 1; 4 S. Bonaventura, Itinerarium... (editio minor) I, 2,309-310; 5 Teresa d'Avila, Vita 18,2; 6 S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo II, 14,11; III, 13,6; 7 Ibid., III, 19,3.

Bibl. G. Bateson, Mente e natura, Milano 1984; J.S. Bruner, La mente a più dimensioni, Bari 1988; L. Ehrendried, Dall'educazione all'equilibrio dello spirito, Milano 1985; H. Gardener, La nuova scienza della mente, Milano 1988; Id., Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell'intelligenza, Milano 1987; J.A. Kirby - J.B. Biggs, Cognition, Development and Instruction, New York 1980; G.G. Pesenti, s.v., in DES II, 1580; H. Puttnam, Minds and Machines in Philosophical Papers, Cambridge-New York 1975.





Autore: G.G. Pesenti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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