Giacomo il minore


Con tutta probabilità è l'apostolo G. di Alfeo, cugino del Signore, distinto nelle liste degli Apostoli da G. di Zebedeo (Mt. 10, 2-4; Mc. 3, 16-19; Lc. 6, 14.16; At. 1, 13), identificato con G. cugino del Signore (Mt. 13, 55; 1Cor 15, 7; Gal. 1, 19; 2, 9.12; At. 12, 17; 15, 13; 21, 18 ecc.), avente per fratello Giuda (di Giacomo: Lc. 6, 16; At. 1. 13; Iud. 1) o Taddeo.

I Vangeli non gli attribuiscono mai una parte importante: si limitano a ricordare la sua parentela (fratello = cugino) con Cristo (Mt. 6, 3 ss.), la sua madre presente al Calvario (Mc. 15, 40), probabilmente cognata della Madonna (Io. 19, 25), ed i suoi fratelli Giuseppe, Giuda e Simeone (Mc. 6, 3 ss.); V. Alfeo; e v. Fratelli di Gesù. Negli Atti occupa una posizione di primo piano: gode grande autorità nella Chiesa di Gerusalemme (12, 17), nel Concilio di Gerusalemme propone un compromesso (15, 13- 19), accoglie s. Paolo di ritorno dal terzo viaggio apostolico (21, 18). S. Paolo poi lo elenca fra le colonne della Chiesa (Gal. 1, 19) e lo dice favorito di una visione speciale di Cristo risorto (I Cor. 15, 7).

Eusebio (Hist. eccl. II, 23, 4-8) riferendosi ad Elgesippo informa che G., detto il Giusto, visse da asceta e fu il primo vescovo di Gerusalemme. Secondo Flavio Giuseppe (Ant. XX, 9, l) G. fu martirizzato dal sommo Sacerdote Anano il Giovane nell'interim (62 d. C.) tra la morte del Procuratore Festo e l'arrivo del successore Albino. Lettera di C. È la prima delle sette lettere cattoliche. Errata è l'attribuzione di qualche autore spagnolo (s. Isidoro di Siviglia: PL 83, 151; 85, 540) a G. il Maggiore o quella di alcuni razionalisti (A. Meyer, Das Ratsel des Jakobusbriefes, Giessen 1930) ad un ebreo non convertito del sec. I d. C. che si rivolge in nome di G. alle dodici tribù d'Israele: la presenza del nome di Gesù (1, 1; 2, 1) e lo spirito del discorso della montagna che permea tutto lo scritto lo escludono assolutamente.

Non è rintracciabile un tema centrale, svolto secondo una divisione logica. Le idee principali si succedono secondo questo ordine: C. 1: dopo il titolo, propone la gioia nel dolore: bisogna chiedere il Dio questa sapienza: la tentazione non proviene da Dio ma dalle passioni; la parola di Dio deve essere ascoltata e praticata. C. 2: si evitino i favoritismi per i ricchi; la fede senza le opere è morta. C. 3: la lingua deve essere frenata; la vera sapienza è caritatevole. C. 4: causa delle guerre sono le passioni: bisogna domarle con la carità e con la pazienza; si evitino la maldicenza ed i progetti temerari. C. 5: ai ricchi, superbi ed ingiusti è riservata la maledizione, agli oppressi si augura la pazienza nell'imitazione dell'agricoltore, profeti e Giobbe; non bisogna giurare invano; si preghi nella sofferenza e si amministri l'Estrema Unzione agli infermi; sommamente raccomandate sono la confessione dei peccati, le preghiere dei giusti e la conversione dei peccatori.

La questione assai discussa dei rapporti di questa lettera con s. Paolo condiziona quella della data, dei destinatari e dello scopo di essa. Innanzi tutto è evidente che le contraddizioni fra G. e s. Paolo «La fede senza le opere è sterile»: Iac. 2, 21; «L'uomo viene giustificato mediante le opere e non soltanto mediante la fede»: Iac. 2, 24; «Crediamo di essere giustificati dalla fede e non dalle opere della Legge»: Gal. 2, 16; cf. Rom. 3, 2 ss.) sono soltanto apparenti, perché gli stessi termini (opere, fede e giustificazione) assumono significati diversi: dal contesto risulta che G. intende parlare delle opere buone, raccomandate ai Cristiani dal discorso della Montagna, di fede come semplice adesione intellettuale alla verità e di aumento di grazia (giustificazione seconda); mentre s. Paolo, contro i giudaizzanti che esigevano l'osservanza delle opere della Legge mosaica per il conseguimento della giustificazione, parla di opere della Legge mosaica, di giustificazione prima e di fede viva attivata dalla carità (Gal. 5, 6).
Meno sicura è la determinazione della priorità tra s. Paolo e G.: si preferisce dare la precedenza alla lettera di G. fissandone la data di composizione prima del Concilio di Gerusalemme, quando non era ancora sorta la spinosa questione giudaizzante (45-49 d. C.).

I destinatari sono giudeo-cristiani della Diaspora, convertiti assai presto e dispersi in Siria, Fenicia, Cilicia e Cipro.
Lo scopo è eminentemente morale, analogo a quello del discorso della Montagna; infondato è quello polemico antipaolino supposto da M. Lutero che chiamava lo scritto una "lettera di paglia" perché 2, 24 contraddiceva alla sua teoria della sola fede salvatrice. Particolare interesse dommatico presenta il passo sull'Estrema Unzione (5, 14-15), interpretato autenticamente dal Concilio di Trento (Denz. 907-910; 926-929). Il rito compiuto su un malato dotato ancora di conoscenza, nel nome ossia per autorità del Signore Gesù Cristo, che ne è l'istitutore mentre l'apostolo ne è il semplice promulgatore, è un segno sacramentale con la materia remota (olio) e la materia prossima (l'unzione), la forma (preghiera della fede), il ministro (i presbiteri-sacerdoti), oltre agli effetti materiali (guarigione od almeno un sollievo materiale o morale del malato) sono sufficientemente indicati gli effetti spirituali: la salvezza spirituale e la remissione dei peccati assieme al conferimento od all'aumento della grazia santificante.
La lettera, già conosciuta da Clemente Romano, Erma, Giustino, Teofilo di Antiochia, s. Ireneo, è tra i cosiddetti deuterocanonici del Nuovo Testamento (v. Canone).
[A. R.]

BIBL. - J. CHAINE. L'Épitre de Jacques. Parigi 1927: J. BONSIRVEN, in DRs, IV, coll. 783-95; P. DE AMBROGGI, Le epistole cattoliche di Giacomo, Giovanni e Giuda. 2a ed., Torino 1949, pp. 11-85; P. TEOPHILUS GARCIA AB ORBISO, O.M. Cap., Epistola s. Iacobi (Lateranum, N. S. XX, 1-4), Roma 1954.


Autore: Sac. Armando Rolla
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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