Lallemant Louis


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I. Vita e opere. Nasce a Vertus, una piccola città nei pressi di Châlons-sur-Marne, nel 1588 (?) e vi muore il 5 aprile 1635. Inizia i suoi studi nel collegio gesuita di Bourges, ma non può avvalersi dell'insegnamento dei gesuiti perché essi vengono espulsi dalla città nel 1594. In seguito, passa nel collegio degli stessi a Verdún e, terminatovi il corso di retorica, entra nel noviziato della Compagnia di Gesù a Nancy, nel 1605. Ordinato sacerdote nel 1614, emette i voti solenni il 28 ottobre 1621. Successivamente insegna filosofia, matematica, teologia morale e scolastica. Dal 1622 al 1625 è maestro dei novizi e, in seguito, rettore del noviziato di Rouen. Scoppiata la peste nella città, mette in salvo i suoi novizi, ma sceglie di restare a servire gli appestati. In alcune note del 1631 si ricorda che L. suole dire: " Vi sono tre classi di morti belle: la prima è morire al servizio degli ammalati di peste, la seconda è morire nelle missioni e la terza è dando la vita per il gregge ". Dio gli concede la prima.

L. non lascia scritti di proprio pugno. Abbiamo appunti delle sue conferenze dai quali nasce l'opera Dottrina spirituale.

II. Dottrina mistica. Più che cogliere la caratteristica e la profondità della vita mistica di L., occorre addentrarsi nella sua particolare concezione della vita spirituale. L'orazione e l'unione intima con Dio, secondo L., sono primarie ed essenziali. L'unione con Dio conduce ad un servizio totale e disinteressato agli altri, fino al punto da dare, se fosse necessario, la vita per gli altri.

Per L., l'inquietudine e il vuoto dell'anima non possono essere colmati che da Dio. La beatitudine consiste nella soggezione a Dio; l'uomo deve cercare di realizzare il dono di Dio e raggiungere la nudità di spirito, esercitarsi nella fede, nella fiducia, nell'umiltà e nell'amore delle croci.

I due elementi essenziali della vita spirituale sono la purificazione del cuore e la direzione dello Spirito Santo. La purezza del cuore consiste nel non avere nulla di contrario a Dio e all'azione della grazia nel proprio cuore. Per questo motivo, si devono evitare anche i peccati veniali, i sottofondi di orgoglio e le imperfezioni attraverso un'attenta vigilanza sui movimenti dell'anima. Nell'azione apostolica è necessario il raccoglimento. L'unione con nostro Signore si attua per mezzo della conoscenza, dell'amore e dell'imitazione. L. pone come base della vita interiore la regalità di Cristo, l'imitazione del Signore nella sua povertà, castità, obbedienza. Questo solido cristocentrismo è la risposta del dotto gesuita alle discussioni sul posto che l'umanità di Cristo deve occupare nella vita spirituale. Egli dice che nostro Signore dev'essere amato nel SS.mo Sacramento. La contemplazione, a suo avviso, è un concetto di Dio e delle cose divine, semplice, libero, penetrante, sicuro. Tale contemplazione procede dall'amore e tende all'amore. La contemplazione infusa, invece, è un frutto dei doni dello Spirito Santo, il quale per attuare nelle anime pure e docili una perfetta unione con Cristo le guida verso le sublimi esperienze mistiche.

La Dottrina spirituale affronta, tra l'altro, il rapporto tra i doni dello Spirito e la mistica. Per L. i doni coltivati con fedeltà e fervore conducono l'anima alla contemplazione infusa e questa è un effetto dei doni pervenuti al loro pieno sviluppo. Se non tutti arrivano all'orazione passiva è perché i doni restano impigliati tra peccati veniali e debolezze.

Per quanto attiene alla mistica, L. ne sottolinea l'essenza che consiste in " una visione di Dio e dei misteri divini semplice... che ce li fa sentire, gustare ". Afferma che essa non deve mai essere scambiata con i fenomeni paramistici che la possono accompagnare. Inoltre, sottolinea che il mistico, giunto alle sublimi esperienze dell'unione trasformante, non è più soggetto ad alcuna perturbazione esteriore. A questo punto, il mistico sperimenta un modo nuovo di fare orazione che non si fonda sui modi ascetici lenti, discorsivi, affaticanti dell'orazione.

Per L., infine, la contemplazione deve avere sempre il primato sull'azione e deve animare, nonché dirigere, ogni attività esterna. Egli addita come modello Gesù Cristo, che " ha impiegato ben trent'anni nella vita contemplativa, consacrandone solo tre o quattro a quella che è un insieme di azione e contemplazione ". Questa sottolineatura costituisce la perenne attualità del L. e del suo insegnamento: dare all'apostolo un'anima di contemplativo perché l'azione non diventi agitazione spossante e vana, disperdendosi in troppe cose secondarie a scapito dell'unum necessarium.

Bibl. Opere: L. Lallemant, La dottrina spirituale, Casale Monferrato (AL)-Milano 1984; Id., La dottrina spirituale, Cinisello Balsamo (MI) 1985. Studi: G. Bottereau, s.v., in DSAM IX, 125-135; P. Bouvier, s.v., in DTC VIII, 2459-2464; P. Dudon, Les leçons d'oraison du P. Lallemant, ont-elles blamées par ses supériores?, in RAM 11 (1930), 396-406; G. Dumeige, s.v., in DES II, 1399-1401; J. Jiménez, En torno a la formación de la " Doctrine spirituelle " del P. Lallemant, in AHSI 32 (1963), 225-292; Id., Precisions biographiques sur le P. Louis Lallemant, in Ibid., 33 (1964), 269-305; Id., Louis Lallemant, estudios sobre su vida y su " Doctrine spirituelle ", Santiago de Chile 1988.



Autore: J. Collantes
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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