Jacopone da Todi


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I. Cenni biografici e opere. Jacopo Benedetti, conosciuto come fra' Jacopone da Todi, nasce a Todi (12301236) e muore a Collazzone (PG) (25 dicembre 1306). Pochi i dati attendibili della sua vita. Si sa che esercita la professione di procuratore legale e che prima della sua conversione, avvenuta intorno al 1268, muore sua moglie Vanna di Bernardino di Guidone della famiglia dei Conti di Coldimezzo.

Negli anni di studio trascorsi a Bologna viene a contatto con la nascente nuova poesia: il dolce stil novo, e forse riceve l'influsso di Guinizzelli e Cavalcanti. Inoltre, è proprio di quest'epoca letteraria la presenza di un flusso variegato di multiformi elementi che concorreranno, poi, ad incastonare la sua opera. J., infatti, evidenzia una formazione di fondo contrassegnata, oltre che da elementi culturali laici, dalla conoscenza del pensiero dei mistici e, più in generale, da una cultura teologico-spirituale che, nell'Italia centrale del tempo, dov'è sorto il movimento francescano, accoglie la riflessione di Bernardo di Clairvaux, di Guglielmo di Saint-Thierry e dei Vittorini, come pure l'esperienza del movimento delle donne e della loro azione.

Dopo la conversione, J. trascorre circa dieci anni di isolata penitenza che lo conducono, nel 1278, ad entrare tra i francescani. Partecipa alla lotta intorno all'interpretazione della Regola e alle questioni ad essa inerenti. Alieno da compromessi, è con gli " Spirituali " nell'affermare l'osservanza della povertà voluta da Francesco; ma è contro di essi, quando li vede tentennare rispetto all'ideale professato. Come è contro la Curia romana invischiata in intrighi politici e contro gli intellettuali del suo Ordine, dimentichi dell'umiltà. Nel 1297 per aver firmato il Manifesto di Lunghezza contro Bonifacio VIII ( 1303), J. è scomunicato vitandus e condannato al carcere perpetuo. A nulla varranno le sue richieste di perdono, neanche in occasione dell'anno giubilare del 1300. Uscirà dal carcere solo dopo la morte di papa Caetani, essendogli stata revocata la scomunica dal suo successore Benedetto XI ( 1304).

Forse al periodo della prigionia risale gran parte delle sue composizioni. Tutta la produzione di J., fatta eccezione dello Stabat mater, di un Trattato e dei Detti, è attestata nel Laudario che comprende oltre novanta Laude da attribuirsi con certezza a lui. Queste lo rendono il maggiore rappresentante del genere tipico della struttura lirica religiosa fino al Quattrocento sorto nell'ambito dell'esperienza innografica latina d'ispirazione salmistico-liturgica. In esse egli esprime una poetica ricchissima di elementi e di personaggi tipicamente umano-religiosi che generano la lauda lirica, drammatica, fino alla sacra rappresentazione da cui trarrà origine il teatro. In possesso di una tecnica abilissima, J. opera coscientemente l'assunzione della lauda in forma di ballata (ma non solo!), poiché da poeta cristiano comprende ormai che l'altezza lirica in voga è evasione dalla realtà. Essa gli appare adeguata alla creazione di quadri ben definiti che stanno tra l'altezza vertiginosa della materia da trattare e la bruttezza del mondo e delle realtà umane.

II. Elementi dottrinali. E su questo sfondo di realismo che si sviluppa il Laudario, nel quale traspare il rapporto di unione tra Dio e l'uomo. J. si appropria della tematica profana dell'amore, ormai rifiutata, per cantare nella dottrina dell'amor sacro il capolavoro che la vita umana può realizzare: il rapporto uomo-Dio in quanto storia concreta in questo mondo. Invece di quell'amor profano che si proclama sempre più " spirituale " nella misura in cui evade la realtà umana, J. attesta, in forma lapidaria, un forte amor sacro, che scolpisce con realismo, spesso non privo di accenti un po' crudi e " naturalistici ". L'unità della sua opera lirica, autentica teologia, spoglia di belle forme, non è mera sintesi tra lirismo e dottrina. Il significato religioso-teologico delle sue Laude è espresso in forme poetiche austere e spesso volontariamente difficilissime.

Espressione geniale della spiritualità francescana, la sua lirica intesse un universo poetico nel quale Dio e l'uomo sono gli artefici di una vita condivisa o da condividere. Satirico talvolta, senza mai però entrare nelle controversie o polemiche dilaganti nelle " scuole ", capovolge totalmente la concezione dell'amore di ispirazione neoplatonica e a sfondo dualista che domina la cultura e la letteratura del tempo.

J., infatti, assume positivamente la " materia " e la non più vacua tematica lirica dell'amore ormai decadente. Quale vero Doctor mysticus, esponente originale e creativo di quel profondo rinascimento culturale del Duecento, è cantore tenero e forte dell'amore. Nell'Incarnazione e la crocifissione di Cristo, J. esprime la follia dell'amore divino. Afferma: " Per amore dell'uomo tu sembri essere diventato folle!... Gesù non può guarire se stesso dall'amore: sembra essere fuori dai sensi " (Lauda 86). Ed egli risponde a questo amore: " Amore tu mi porti alla follia " (Ibid.). " Amore amore-Gesù ", diventa il suo frequente ritornello. L'anima annega nell'amore estatico di Dio come una " goccia di vino " (Lauda 92), immersa nel mare. Quando l'anima è assorbita dall'amore " due diventano uno " in una " unione che non ammette divisioni " (Ibid.). Così, l'amore risulta il motivo conduttore di tutte le sue Laude, anche di quelle più aspre che inneggiano all'annientamento di sé, alla povertà radicale o che esprimono l'aspetto terrificante del suo peccato e l'incapacità di amare allo stesso modo in cui si sente amato da Dio. Tutta la creazione grida un tale amore, perciò, malgrado la drammaticità, la sua diventa una mistica di gioia vissuta nel mondo.

La finezza e la profondità dell'opera di J. saranno punto di riferimento soprattutto per i grandi autori mistici che vorranno prendere coscienza della scoperta, della conferma e dell'impegno a non praticare una via d'evasione dall'urgente bisogno di vivere. Di vivere comprendendo e spiegando il desiderio e la passione, l'amore trasformante e il dolore deformante, la vita e la morte.

Bibl. Opere: F. Ageno (cura di), Laudi, Trattato e Detti, Firenze 1953; F. Mancini (cura di), Laude, Bari 1974. Studi: Aa.Vv., Iacopone e il suo tempo, Todi (PG) 1959; F. Ageno, s.v., in DizBiogr, VIII, 267-276; G. Barone, s.v., in WMy, 262; A. Cacciotti, Amor sacro e amor profano in Jacopone da Todi, Roma 1989; E. Menestò (cura di), Le vite antiche di Iacopone da Todi, Spoleto (PG) 1991; Id. (cura di), Atti del Convegno storico iacoponico, Spoleto (PG) 1992; M. Poli (cura di), Iacopone da Todi, un francescano scomodo ma attuale. Atti della XV giornata dell'osservanza, Bologna 1977; G. Sabatelli, s.v., in DSAM VIII, 20-26.





Autore: A. Cacciotti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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